Yob – The Unreal Never Lived (2005)

Per chi ha fretta:
Molto snobbati in Italia, gli Yob sono un gran gruppo: lo dimostra, tra i tanti, il loro quarto album The Unreal Never Lived (2005). Pur non essendo tra i lavori più belli degli americani, si tratta di un prodotto di spessore, tra le atmosfere nichiliste tipiche del gruppo e il suo classico sludge metal espanso, stavolta con meno influssi stoner rispetto al passato. La presenza di almeno due pezzi memorabili come Grasping Air e Kosmos, picchi di una scaletta senza quasi momenti morti, fa il resto. Alla fine, The Unreal Never Lived si rivela un piccolo capolavoro, adatto a tutti i fan del doom e dello sludge metal.

La recensione completa:
Nonostante la sua ottima scena, personale e di alto livello, l’Italia non ha mai avuto un grande amore per il doom e i suoi derivati: parliamo anzi del genere metal più bistrattato in assoluto qui da noi. Non si spiega altrimenti, per esempio, perché un gruppo come gli Yob sia pressoché sconosciuto in Italia pur essendo molto quotato all’estero, e con buonissime ragioni. Lungo la sua carriera, il gruppo di Eugene (Oregon) ha sviluppato un genere particolare: il suo sludge metal con influssi stoner doom è un marchio di fabbrica che nel tempo ha ispirato molte band successive. Ma soprattutto gli Yob non hanno mai abbassato l’asticella: ogni loro album ha il suo perché, e anche gli episodi meno ispirati sono grandiosi. È il caso per esempio di The Unreal Never Lived, quarto full-lenght degli americani risalente al 2005. Forse anche a causa dei problemi attraversati dal gruppo in quel periodo – che porteranno l’anno successivo a un temporaneo scioglimento – non è al livello, per esempio, del grandioso predecessore The Illusion of Motion, uscito appena un anno prima. Eppure si tratta di un disco che ha molto da dare, tra le solite atmosfere nichiliste degli Yob, un taglio lievemente più freddo e sludgy rispetto ai lavori prececenti e la solita registrazione fangosa e avvolgente al massimo. Insomma, The Unreal Never Lived si rivela un piccolo capolavoro nel suo genere, come leggerete nella recensione!

Le danze partono da un espanso intro pieno di effetti rarefatti e di echi. Sembra che debba andare avanti molto a lungo quando invece un sussurro più forte da il là al crescendo iniziale di Quantum Mystic. Si comincia da una norma rarefatta, con rari ingressi della chitarra di Mike Scheidt, ma poi diviene sempre più potente e rabbioso, una tempesta veloce (almeno per i canoni doom) e graffiante. È questa impostazione a reggere la norma principale, che giunge in seguito dopo una breve pausa. Se è un po’ più variegata, grazie anche allo stesso Scheidt che svaria con la voce e alle varie pause e ripartenze presenti, la sostanza non cambia. Abbiamo un pezzo ossessivo di cupezza asfissiante, che va avanti con ferocia crescente per diversi minuti. Per assecondare ciò, al centro la struttura a farsi più labirintica e stridente, e pur non abbandonando del tutto i temi di base a tratti si incanala su altre strade. A volte sono tratti di grandissima cattiveria, mentre altrove si aprono frazioni più espanse ed eteree che donano anche una nota di pathos e profondità al tutto. Il complesso in ogni caso è molto ben costruito, e ogni variazione ha il suo perché: è questo il motivo per cui abbiamo una opener eccellente, da subito tra il meglio che The Unreal Never Lived offra. Subito dopo è il turno di Grasping Air, con cui gli Yob ci regalano una perla di pura claustrofobia. Sin dall’intro, con gli echi della chitarra e del basso che generano un ambiente desolato e rarefatto, il ritmo impostato dal drummer Travis Foster è lento e non sale mai nemmeno quando si entra nel vivo. la norma principale si divide tra lunghe strofe circolari ed eteree, che puntano soprattutto su un’oscurità densa e fangosa, e brevi frazioni minacciose e dissonanti, rese anche più spaventose dal growl di Scheidt. il tutto avanza lento e minaccioso molto a lungo, senza grandi variazioni, se non qualche raccordo rarefatto qua e là che aiuta a rafforzare il senso di vuoto nichilista e soffocante evocato dall’intero brano. Solo sulla tre quarti la direzione cambia, con un momento solistico lento e dilatato, che rende il tutto quasi allucinato pur avendo anche un retrogusto emotivo, specie nel più melodico passaggio poco prima del finale. È la ciliegina sulla torta di un pezzo meraviglioso, uno dei picchi assoluti dell’album!

Anche Kosmos ha un inizio lento, quasi drone, che fa presagire un pezzo sulla linea del precedente, ma poi gli Yob cambiano direzione verso una norma più ritmata e animata. La base del pezzo è un riffage tortuoso e ondeggiante, piuttosto particolare,  che domina spesso la scena, seppur stavolta gli americani cambino di più le carte in tavola. Non sono pochi gli stacchi che compaiono nel corso della canzone, di solito più ritmati e aggressivi del resto: servono a potenziare lo spirito cupo e sinistro della norma di base, cosa che riesce loro benissimo. Man mano che la musica scorre l’aura si fa sempre più penetrante e tesa, con le chitarre che aumentano in fatto di impatto e la voce raspatissima di Scheidt. Tutto ciò va avanti a lungo, finché alla fine l’ambiente non si apre all’improvviso, per una frazione più dilatata e aperta, che non perde nulla in oscurità ma si pone quasi liberatoria e al tempo stesso distruttiva. È un finale esplosivo per un altro pezzo grandioso, a giusto un pelo di distanza dal duo precedente. Siamo ormai all’ultima, lunghissima traccia che ormai è un marchio di fabbrica per gli americani, intitolata che se la prende davvero con calma a entrare nel vivo. Si parte da un lunghissimo intro molto tranquillo e accogliente, con morbide chitarre pulite ed echeggiate che evocano un’aura psichedelica. Anche quando il metal torna a fluire, comunque, l’atmosfera è ancora tranquilla e aperta, e nonostante le dissonanze tipiche degli americani sembra quasi di sentire qualcosa degli Opeth più emotivi. Ma questa non è una sensazione destinata a durare: presto la cupezza torna a contaminare la scena, e lo fa in maniera rapida finché il pezzo non si acquieta, ormai strisciante e nero come la notte. È il preludio a un brano ossessivo e cupo, che va avanti per qualche minuto pesante in maniera estrema e incide a meraviglia. Le sorprese però non sono finite: presto la musica rallenta e si fa soffocante, aiutato a volte anche da un caos di effetti e di fuzz. È il preludio alla The Mental Tyrant vera e propria, che finalmente dopo quasi dieci minuti entra nel e comincia a schiacciare l’ascoltatore con le sue ritmiche rallentatissime, il growl sofferente del frontman e la sua aura malefica, lugubre. Da qui in poi non si cambia molto, a parte il fatto che il tempo tende a rallentare sempre più e a rendere il tutto ancor più alienato. Si cambia strada solo dopo un tempo lunghissimo, quando il brano torna ad accelerare: in scena giunge allora una norma ossessiva e circolare, che colpisce con grandissima potenza distruttiva. È una frazione che va avanti per qualche minuto, sempre più devastante, finché l’energia non crolla di colpo confluendo un lungo outro di effetti, in cui la chitarra interviene solo a tratti prima che tutto si spenga. Nel complesso è un ottimo pezzo, e se risulta il meno bello dei quattro del disco è solo per la natura di quest’ultimo: in un album medio, sarebbe stato tra i migliori in assoluto!

Per concludere, The Unreal Never Lived non sarà forse il miglior album degli Yob, ma è comunque una piccola gemma, come del resto tutto – o quasi – quello che gli americani hanno pubblicato in carriera. Perciò, se siete tra i pochi italiani che apprezzano il doom e lo sludge metal, è un album che saprà soddisfarvi. Compratelo a scatola chiusa!

Voto: 92/100


Mattia

Tracklist:

  1. Quantum Mystic – 10:58
  2. Grasping Air – 09:02
  3. Kosmos – 10:25
  4. The Mental Tyrant – 21:23
Durata totale: 51:48

Lineup:

  • Mike Scheidt – voce e chitarra
  • Isamu Sato – basso
  • Travis Foster – batteria
Genere: doom metal
Sottogenere: sludge metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale degli Yob

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