Moonsorrow – Tulimyrsky (2008)

Per chi ha fretta:

Nonostante non sia il loro lavoro più blasonato, Tulimyrsky (2008) è degno della pur grande carriera dei Moonsorrow. Considerabile un EP nonostante la durata oltre l’ora, è composto da due cover – tra cui spicca quella di For Whom the Bell Tolls dei Metallica –, due vecchi brani ri-registrati e la title-track. È quest’ultima il pezzo cardine del disco: si tratta di una suite da ventinove minuti in cui i finlandesi mostrano il meglio di sé, della propria epicità, delle proprie melodie, della propria maestosità. C’è però anche parecchia aggressività, visto che rispetto al classico pagan/folk/black metal del gruppo la presenza di quest’ultimo è un po’ più spinta. È un altro particolare che funziona bene in una traccia perfetta, che basta a giustificare l’acquisto di Tulimyrsky, in ultima analisi un EP non da sottovalutare!
La recensione completa:
All’interno del mondo del  folk e del pagan metal, penso sia inutile spiegare chi sono i Moonsorrow: per loro parla una carriera fatta di tanti album grandiosi e a oggi senza praticamente passi falsi. Facile a questo punto citare album come Kivenkantaja o V: Hävitetty, ma l’ensemble dei fratelli Sorvali ha dato il meglio anche nei lavori meno blasonati, come per esempio Tulimyrsky, unico EP nella loro carriera – se tale si può considerare davvero, visti i sessantotto minuti di durata. Rispetto agli altri album della loro carriera è un po’ un unicum, vista la particolare tracklist composta da due cover, due pezzi ri-registrati dai demo degli anni novanta e la title-track. Quest’ultima è il pezzo più rilevante del lotto: si tratta di una lunghissima suite da quasi mezz’ora, in cui i Moonsorrow mettono il meglio della loro epicità ma anche molta aggressività. In effetti, rispetto agli album normali dei finlandesi, Tulimyrsky è un album a tinte un po’ più black, che guarda alle loro origini. Del resto, non è certo un problema: la maestria è sempre la stessa, e il risultato è un album che non sfigura nella discografia dei Moonsorrow.
Le danze partono proprio dalla già citata title-track, più che un brano un lungo racconto di viaggio, di vendetta, di ferro e sangue. Si parte da un intro placidissimo, la calma prima della tempesta, in cui i lievi suoni dello sciabordio delle onde e di uccelli marini fanno da sfondo a un lontano arpeggio calmo. Da qui, il pezzo cresce pian piano, con la narrazione dell’ospite Turkka Mastomäki e l’entrata in scena di cori e di un violino, che anticipano uno dei temi conclusivi. Dopo un po’, tutto si spegne: è il preludio all’entrata in scena della Tulimyrsky vera e propria, che dopo oltre tre minuti e mezzo esplode di forza, con una prima frazione possente ma evocativa e solenne. Presto però i Moonsorrow cambiano strada: abbandonati cori e tastiere, prende vita in breve una progressione black metal feroce e cupa, che si snoda sul blast beat di Marko Tarvonen e aggredisce con buona forza. Questa frazione va avanti per parecchio tempo, con giusto qualche apertura in cui si tira il fiato, ma senza che manchi l’oscurità. Tuttavia, pian piano il brano si evolve verso qualcosa di più aperto, perdendo cupezza e aggressività e guadagnando in fatto di armonia e solennità. È un processo molto graduale: le influenze black restano molto a lungo accanto a quelle folk, con fraseggi obliqui e lo scream di Ville Sorvali spesso in scena. Inoltre, ogni tanto la vorticosa norma iniziale ricompare, integrandosi bene in un affresco che si dipinge lentamente, fatto di melodie evocative e atmosfere maestose, avvolgenti, epiche. Ogni passaggio contribuisce a questo scopo in maniera egregia, dalle placide aperture folk ai momenti più rutilanti e potenti, dai tratti che si rannuvolano e tornano a una forte oscurità a momenti quasi leggeri e allegri. La parte centrale è un lunghissimo saliscendi di emozioni, difficile persino da descrivere – o meglio, lo spazio necessario per farlo sarebbe più lungo di questa intera recensione! Si può dire però che nello scorrere della musica di momenti morti ce ne sono davvero pochi, per il resto tutto è esaltante e i minuti corrono veloci. Quasi non ci si accorge di ritrovarsi già al minuto ventuno, quando dopo una lieve pausa il pezzo abbandona la ricchezza passata e ritorna all’oscurità sentita all’inizio. I ritmi non sono più veloci come allora, salgono solo a tratti, ma la blasfemia e l’oscurità regnano sovrani, anche più che in passato. Eppure, un seme di armonia è ancora bene in scena, dato dai cori e dalle tastiere, un tappeto ancora molto epico. In principio è una componente di sottofondo, ma pian piano si prende la scena, in un’alternanza di accelerazioni e rallentamenti che conduce al gran finale. Dopo una pausa, questo riprende i temi già sentiti nell’intro e si mostra corale e solenne, aperto, di grandissima efficacia. È quasi una sorta di lieto fine per un pezzo meraviglioso, che finalmente dopo poco meno di mezz’ora si conclude come meglio non poteva.
Come già accennato in precedenza, il centro di Tulimyrsky è rappresentato dal pezzo omonimo, gli altri fanno più o meno contorno. Tuttavia, almeno un’altra traccia davvero rilevante c’è: la cover di For Whom the Bell Tolls dei Metallica. Personalmente, amo la trasposizione di un brano in un genere del tutto diverso, ed è proprio questo che fanno i Moonsorrow. La loro versione ha pochissimo del thrash originale: i cori, la struttura più ossessiva, i passaggi folk, il riffage di base a tinte black/pagan e il polistrumentista Henri Sorvali che per l’occasione canta con un roco urlato la fanno essere al cento percento nel trademark dei finlandesi. La si potrebbe quasi scambiare per una loro canzone originale, nel remoto caso non si conoscessero gli americani! È questo a renderla una cover molto riuscita, poco lontana dal pezzo precedente. Gli altri tre brani tendono invece un po’ a perdersi, per quanto siano interessanti. Per esempio, Taistelu Pohjolasta – ri-registrazione dell’omonimo brano tratto dal demo Tämä Ikuinen Talvi del 1999 – è lontana dal suono tipico del gruppo: si tratta di un episodio a forti tinte black metal e senza grandi influssi folk. Le tastiere, quando presenti, le danno un tono sinistro, che ricorda quasi i Cradle of Filth o i Dimmu Borgir. Già all’epoca però si sentiva la tendenza dei Moonsorrow a non ripetere sempre gli stessi passaggi o la stessa aura, con diverse sfumature di cui alcune, specie al centro, ricordano l’epicità che si sentirà in futuro. in ogni caso, sono molti i passaggi incisivi del pezzo, ma la struttura non è impostata benissimo, e ogni tanto tende a essere un po’ dispersiva. Abbiamo una canzone di fattura buona, che però scompare se confrontata con la title-track. Lo stesso si può dire anche di Hvergelmir, brano con inedite liriche vichinghe in inglese, ma in questo caso va un po’ meglio. Pur essendo uscita prima – la versione originale apparve nel demo Metsä del 1997 – è più matura con le sue melodie di retrogusto folk che si intrecciano con gli influssi simil-sinfonici già sentite nel precedente. Ne risulta uno strano ma suggestivo ibrido tra il black classico degli anni novanta e le sonorità viking/pagan più moderne. Melodie e atmosfere incisive, nonché una struttura ossessiva e stavolta non troppo complessa,a aiutano a rendere il tutto più d’impatto. Il risultato è insomma di ottima qualità. Chiude quindi la scaletta la seconda cover, Back to North, pezzo dei death/thrasher svedesi Merciless pubblicato nel loro terzo album Unbound (1994). Di nuovo i Moonsorrow riescono a trasportarla nel loro genere, abbassandone di molto l’aggressività ed esaltandone l’aspetto più folk ed epicheggiante, con stacchi morbidi e melodie esotiche. Rispetto a For Whom the Bell Tolls però si spingono meno oltre: per esempio le tastiere sono meno preminenti, come anche i cori. Tuttavia, ciò non toglie che il risultato è una progressione credibile, tortuosa ma accogliente, in ultima analisi un altro ottimo passaggio che chiude al meglio i sessantotto minuti di questo EP!
Chiudendo i conti, pur non essendo l’album più imprescindibile della carriera dei Moonsorrow, Tulimyrsky non è nemmeno un album trascurabile. Già solo la title-track, come detto, vale l’acquisto, e il resto è buono, se non altro per la curiosità di sentire i finlandesi in una veste un po’ diversa dal solito. Insomma, se il folk/black metal pagano fa per voi, e soprattutto se siete fan della band dei cugini Sorvali, questo è un acquisto che vi è altamente consigliato!

Voto: 85/100

 
Mattia
Tracklist:

  1. Tulymyrsky – 29:45
  2. For Whom the Bell Tolls – 07:42
  3. Taistelu Pohjolasta – 08:11
  4. Hvergelmir – 09:30
  5. Back to North – 13:08
Durata totale: 01:08:16
Lineup:
  • Ville Sorvali – voce e basso
  • Henri Sorvali – voce (su For Whom the Bell Tolls), chitarra, tastiera, banjo, scacciapensieri
  • Mitja Harvilahti – chitarra
  • Marko Tarvonen – chitarra acustica, mandolino, batteria
  • Markus Eurén – tastiera
Genere: folk/black metal
Sottogenere: pagan metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Moonsorrow

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