Synaptik – Justify & Reason (2017)

Per chi ha fretta:
Justify & Reason (2017), secondo album dei britannici Synaptik, non riesce a bissare il predecessore The Mechanisms of Consequence (2014), pur essendo sotto certi versi migliore. Per esempio, la registrazione è molto più piena e profonda che in passato; lo stesso vale per l’evoluzione stilistica più moderna e d’impatto del mix tra thrash e progressive del gruppo, con una forte iniezione groove. L’album presenta però un grande problema: la presenza di tre tracce dall’album precedente, che stonano molto con le altre per colpa di suono molto inferiore e uno stile datato: più che altro, sembrano solo per allungare il brodo. È questa pecca a incidere su un album altrimenti grandioso: i cinque pezzi nuovi, tra cui spiccano la opener The Incredible Machine, la vorticosa White Circles e l’alienante Esc Ctrl, sono infatti tutti eccellenti. E così, rimane il rammarico: se Justify & Reason è un buonissimo album, se non fosse stato per il suo difetto sarebbe risultato un capolavoro eccezionale!

La recensione completa:
Anche i migliori sbagliano. È con questo proverbio che si potrebbe riassumere Justify & Reason, secondo album dei Synaptik da Norwich, nell’est dell’Inghilterra. Avevo già avuto a che fare con loro in passato: il loro esordio The Mechanisms of Consequence è stata una bellissima sorpresa, tanto da entrare nella classifica dei migliori album stranieri recensiti nel 2015. Mi aspettavo molto dal successore, ma Justify & Reason purtroppo non riesce a eguagliarlo. O meglio: sotto certi punti di vista è migliore, per esempio per quanto riguarda registrazione, molto efficace, piena, oltre che pulita e professionale, senza in alcun modo essere troppo finta o plasticosa. Ottima è stata anche l’evoluzione stilistica: rispetto all’album precedente, il mix tra thrash metal moderno e progressive dei Synaptik ha perso un po’ in tasso tecnico, ma in compenso si è fatto più potente e oscuro. In particolare, i britannici hanno virato ancor di più verso la modernità, con influssi metalcore e soprattutto forti tendenze groove che ricordano i Nevermore – riportati alla mente anche da molte atmosfere di Justify & Reason. E infine, il songwriting degli inglesi non ha perso un colpo dall’album precedente: si rivela di altissimo livello, forse anche meglio rispetto a quello di The Mechanisms of Consequence. Fin qui insomma tutto è fantastico: del resto Justify & Reason ha le tutte le potenzialità per essere un capolavoro immortale. Purtroppo però i Synaptik hanno commesso un grave errore: insieme a cinque splendidi pezzi nuovi, hanno inserito nella scaletta anche tre canzoni dal predecessore, il che è un grosso problema soprattutto a causa della registrazione. Non so se per colpa di un remix poco felice, ma rispetto ai pezzi nuovi, i vecchi suonano a volume più basso; tuttavia, il peggio è il sound stesso, poco energico, piatto, sporco, quasi sfilacciato. Forse era così già in The Mechanisms of Consequence, ma lì non ci si accorgeva, e quei tre pezzi erano ben ambientati; qui invece non c’entrano nulla, e stonano molto pur essendo tutti e tre tra i miei preferiti del predecessore. Quella dei Synaptik è una mossa incomprensibile, se non per allungare il brodo – il che però la rende odiosa. È vero che i trentacinque minuti dei pezzi nuovi sono un po’ pochi, ma di certo sarebbe stato meglio lasciarli così. Di fatto, resta il rammarico: Justify & Reason poteva essere un album molto migliore di com’è in effetti.

L’inizio con The Incredibile Machine è molto estroverso: già l’intro è rutilante, ma poi si parte a velocità elevatissima con una norma di gran cupezza. Da subito i Synaptik mostrano però la loro capacità di cambiare le carte in tavola: presto la musica si ammorbidisce per attraversare bridge obliqui e pesanti, ma in qualche modo avvolgenti e di gran intensità. Ancora oltre si spingono i ritornelli, che invece si aprono molto e a tratti diventano persino morbidi e sognanti. La norma alterna a lungo passaggi più pesanti e oscuri – seppur raramente veloci come all’inizio – e frazioni di maggior apertura in modo quasi lineare. L’unica variazione di grande entità è nella lunga frazione centrale, con assoli molto sentiti. Per il resto il brano non varia molto a livello macroscopico, seppur tanti arrangiamenti diversi e tanti piccoli cambiamenti la rendano più sfaccettata. In ogni caso, il songwriting è stratosferico, le ritmiche graffiano a dovere e soprattutto l’atmosfera è di gran impatto: è proprio quest’ultima il miglior segreto di una traccia unica, che apre l’album col botto! La successiva White Circles si pone quasi come l’opposto della precedente. Le sue lunghe strofe sono placide con la splendida voce di John Knight (a metà tra John Arch e Geoff Tate)  sopra al pianoforte, alla chitarra pulita e alla sezione ritmica, mentre del metal c’è giusto qualche traccia. Questa tranquillità non è destinata a durare: presto i bridge strappano, melodici ma con una certa tensione, che poi si accentua nei ritornelli. Essi assumono influssi a metà tra il thrash moderno e il metalcore e avvolgono l’ascoltatore con una cappa di oscurità, grazie anche a Knight che canta quasi in scream. È una progressione travolgente che colpisce con grandissima forza; lo stesso si può dire, del resto, anche della lunga sezione centrale, divisa a metà tra pulsioni ancora aggressive e lunghi momenti espansi, quasi psichedelici. È un ulteriore arricchimento per un altro brano eccelso, più o meno al livello della precedente!

Dopo un intro grasso e pesante, Human Inhuman parte più diretta di quanto i Synaptik ci abbiano abituato fin’ora. È almeno questa la norma che regge a lungo le strofe, grasse e a tinte thrash/groove, senza traccia della profondità sentita in passato: preferiscono puntare invece sul puro impatto. Gli inglesi però non abbandonano il loro stile: pian piano infatti il brano si fa meno semplice e più oscuro, quasi estremo, prima di aprirsi per ritornelli di chiara marca progressive, con le sue dissonanze e l’atmosfera intensa, quasi lancinante. Va nella stessa direzione anche la sezione centrale, tortuosa, che alterna passaggi di impatto e altri scomposti e tecnici, e la piccola frazione posta alla fine, che riprende quest’ultima anima. Sono entrambi arricchimenti per una traccia ancora di qualità elevatissima. Conscience, che segue, ha un avvio vorticoso e quasi lugubre, ma poi comincia a perdere di carica, passando prima attraverso un passaggio a tinte prog per assestarsi quindi su una norma molto più placida. Per lunghi tratti, abbiamo un’evoluzione sottotraccia, quasi intimista, denotata dai giri di Ian Knight e Jack Murton con un retrogusto mediorientale più che vago. Non è tuttavia una norma destinata a durare: nella sua evoluzione, la musica si fa man mano più densa e potente, finché nel centro non si accelera con prepotenza. Abbiamo una lunga sezione piena di cambi di tempo, in cui stacchi tecnici dividono fughe potenti per un effetto di notevole frenesia, che avanza finché il tutto d’improvviso non si spegne. È l’inizio di un intermezzo lento e placido, con la chitarra pulita da sola sotto alla voce del Knight cantante. Da qui la canzone ricomincia a crescere, ma il pathos è sempre palpabile, sia nei tratti più morbidi (come per esempio il bell’assolo), sia nei ritorni di potenza. Solo nel finale il brano riprende i toni più cupi già sentiti in precedenza, con ritmiche che tornano a graffiare ma in maniera più strisciante che in precedenza. Nonostante i molti passaggi, quasi tutto nella traccia funziona e nei nove minuti scarsi di durata ci sono poche sbavatura. Ne risulta un brano che pur essendo il meno bello di questa prima parte è di livello molto alto: sarebbe tra i pezzi più belli quasi in ogni album!

Senza un attimo di pausa, attaccata al finale della precedente giunge Esc Ctrl, che però cambia strada verso una norma più quadrata e potente. La velocità non è mai elevata, ma il riff, scomposto e orientato al prog, riesce comunque a colpire sia per carica oscura che per la sua gran potenza. Ciò accade sia nei momenti più granitici e diretti, sia in quelli che tendono un po’ più verso l’atmosfera, anche se il meglio lo danno le fughe dal riffage quasi death metal che portano l’ascoltatore in un labirinto oscuro. Solo ogni tanto il pezzo si apre per tratti più tranquilli, in cui la tipica forza sentimentale dei Synaptik torna alla ribalta. Nel finale c’è spazio anche per una lunga progressione diretta e lineare con un riffage lento, sinistro e profondissimo, a metà tra djent e doom, che dà un tocco di cupezza in più al tutto. È uno dei passaggi rilevanti di un pezzo che però è di alto livello in ogni incastro e in ogni fraseggio: il risultato è appena al di sotto del duo d’apertura per qualità! Fin qui i Synaptik non hanno sbagliato un colpo, ma come accennato ora Justify & Reason propone un trio dei brani da The Mechanisms of Consequence. Si comincia da A Man Dies, che sin dall’inizio già spicca per la differenza dai precedenti, però in fondo non è poi così male: la qualità intrinseca del pezzo riesce a contare lo stesso e a limitare i danni. La successiva As I Am, As I Was sembra l’unica delle tre con dei piccoli cambiamenti: se nella sostanza rimane la stessa, alcuni arrangiamenti sono diversi. Preferisco la versione vecchia, ma in fondo questo non è un gran problema e non ne abbassa la qualità, anzi: credo che tra le tre di chiusura, sia quella che suona meno peggio. Come già detto, è la presenza il problema vero e proprio. Tuttavia, la conclusiva Your Cold Death Trace ha un altro difetto: è stata creata incollando le due versioni del pezzo presenti sul precedente, quella “regolare” e quella con l’ospite Alan Tecchio dei Watchtower alla voce. Il risultato è qualcosa di malamente tagliuzzato, che rovina tutto quel che ha di buono il pezzo di The Mechanisms of Consequence. Si tratta insomma del punto più basso dell’album, nonché un finale mortificante per un lavoro che per cinque tracce era stato un vero e proprio capolavoro.

Insomma, Justify & Reason è un buonissimo album, ma resta il rammarico: poteva essere immortale, e invece l’impostazione che i Synaptik gli hanno dato lo castra parecchio. In ogni caso, se vi piacciono le propaggini più alienate e rabbiose del progressive metal e amate il metal moderno, vi è lo stesso consigliato. Se non altro le prime cinque tracce valgono l’ascolto, e lo amerete se vi saprete un po’ turare il naso!

Voto: 82/100


Mattia
Tracklist:
  1. The Incredible Machine – 06:13
  2. White Circles – 06:18
  3. Human Inhuman – 06:27
  4. Conscience – 08:45
  5. Esc Ctrl – 07:19
  6. A Man Dies – 05:36
  7. As I Am, As I Was – 07:25
  8. Your Cold Dead Trace – 06:21
Durata totale: 54:22
Lineup:
  • John Knight – voce
  • Ian Knight – chitarra
  • Jack Murton – chitarra
  • Kevin ackson – basso
  • Pete Loades – batteria
Genere: progressive thrash/groove metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Synaptik

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