Dakrua – Shifting Realities (2002)

Per chi ha fretta:
Pur non avendo mai avuto un grande pubblico, i milanesi Dakrua sono stati un gruppo onesto, come dimostra il loro secondo – e fin’ora ultimo prima dell’oblio – album Shifting Realities (2002). Il loro gothic metal con voce femminile è più scarno dell’incarnazione odierna del genere: guarda invece al passato e si concentra molto sull’atmosfera, il che rende la loro musica almeno personale. Purtroppo però l’album soffre una forte mancanza di hit: tolte Frozen Sun e The Outer Void, quasi tutte le altre sono di buon livello, ma senza fare quel balzo di qualità in più. È per questo che alla fine Shifting Realities è solo un buon album; in fondo però è superiore alla media attuale del gothic con voce femminile e si rivela adatto ai fan del genere.

La recensione completa:
Il mondo del metal – e della musica in generale – non è mai stato gentile con nessuno. Per ogni gruppo riuscito a guadagnare una popolarità anche minima ce ne sono moltissimi rimasti nell’underground più stretto o caduti nell’oblio. È per esempio il caso dei milanesi Dakrua: non sono mai arrivati a grandi livelli di pubblico, anche se la loro proposta in fondo non era poi così male. Nati nel 1995 col nome di Opera Omnia, cambiato in breve in quello definitivo – che significa “lacrime” in greco antico – negli anni successivi hanno pubblicato prima un demo e poi l’esordio Inner Wastelands (1999). Tre anni dopo è stato invece il turno del come-back Shifting Realities, quello di cui parliamo oggi. Il genere affrontato dai Dakrua in esso è di base gothic metal con voce femminile, ma diverso dalla norma a cui siamo abituati oggi: è molto più scarno e non presenta orchestrazioni pompose o cantato tenore. Lo stile dei milanesi guarda invece al passato col suo intimismo e una sorta di beauty and the beast meno aggressivo  – la voce del bassista William Quattrone è quasi sempre pulita. Il punto di forza maggiore di Shifting Realities è però la sua spinta verso l’atmosfera a scapito della potenza, un intento che rende i Dakrua interessanti e con una loro personalità, nonostante la loro musica non sia il massimo dell’originalità. C’erano tutti i presupposti per fare bene, ed in effetti è ciò che riesce ai milanesi: purtroppo però Shifting Realities soffre la carenza di pezzi che facciano saltare sulla sedia. Se il livello medio è alto e i picchi negativi sono pochissimi, mancano quasi del tutto anche quelli positivi, il che non consente al disco di fare il vero salto di qualità. Rimane insomma un po’ di rammarico, ma non più di tanto: in fondo Shifting Realities si rivela comunque di buon livello.

Le danze partono da Ephemerae, traccia sognante fin dal breve intro quasi rockeggiante, per poi diventare eterea grazie al tappeto di tastiere semi-sinfoniche di Marco Lo Cascio in sottofondo e a un riffage potente ma espanso. Per lunghi tratti, il brano si muove su queste coordinate: si cambia strada quasi solo per i ritornelli, leggermente più estroversi e potenti, col buon duetto tra il growl di Quattrone e la voce profonda di Eva Rondinelli. L’unica altra variazione è quella al centro, più vario e molto emotivo, sia nella potente parte iniziale che nel morbido passaggio con basso, chitarra acustica e pianoforte, sia nel bell’assolo che segue. È forse il momento migliore di una buona traccia, che apre le danze a dovere. È però un’altra storia con Frozen Sun: sin dall’ottimo intro mette in mostra una melodia sognante, cadenzata e particolare, che colpisce già al primo ascolto. È una base che poi si ripresenta di tanto in tanto, scandita dalla chitarra di Alessandro Buono, e divide i lunghi passaggi più lineari ma di gran impatto emotivo che fanno da base al pezzo. Il tutto può sembrare molto semplice, senza nemmeno la classica alternanza strofa-ritornello, ma in realtà sono presenti molte variazioni. Ogni tanto la musica si fa più densa e potente, col duello tra Quattrone stavolta in pulito e la Rondinelli, oppure stacca per momenti dominati dal basso dello stesso frontman, come al centro. Il tutto è orchestrato con gran maestria, e ogni passaggio funziona bene, specie per quanto riguarda l’atmosfera, che è coinvolgente e ha il giusto pathos. Abbiamo perciò un grandissimo pezzo, il migliore in assoluto di Shifting Realities.

The Waiting è ancor più melodica degli altri sin dall’inizio, con una tastiera quasi psichedelica che accompagna un giro molto classico di chitarra. La falsariga vira poi su qualcosa di lento e lezioso, guidato dalla voce della Rondinelli, quasi seducente, mentre le chitarre si limitano a un lavoro tranquillo insieme alla tastiera placida di Lo Cascio. Pian piano questa impostazione tende a crescere, fino a raggiungere chorus più potenti e liberatori in cui la frontwoman alza la voce e la musica si addensa, seppur la norma resti dolce e avvolgente. C’è poco altro di cui parlare in un brano molto semplice, senza quasi nemmeno un assolo, che termina in breve ma lascia un’ottima sensazione dietro di sé. Un intro molto lieve, quasi ambient, poi con Deceive Me i Dakrua si spostano su qualcosa di più potente e rapido, ma ancora disteso  a causa dei soliti synth. Ciò accade sia nei passaggi strumentali, quasi dimessi, sia nei ritornelli, obliqui e con le tipiche melodie gothic sotto alla voce di Quattrone, che danno loro un tono quasi onirico. Le strofe sono invece più potenti, con il riffage stoppato e potente di Buono in bella mostra. Di alto livello è anche la parte centrale, con un tono più drammatico rispetto al resto, ma che si integra bene nel resto. il risultato è un pezzo che forse non sarà il meglio di Shifting Realities, ma sa bene il fatto suo! Anche Of Life and Will esordisce molto lenta, con la sola chitarra pulita ed echeggiata sotto alla voce imperiosa della frontwoman, ma poi entra nel vivo più dinamica. Lo stesso tempo medio-veloce regge sia le strofe, più scarne e lievi, sia i passaggi strumentali più potenti, che a tratti sforano persino nell’hard rock per energia, specie al centro. Solo ogni tanto si rallenta per tratti più docili e sentiti rispetto al resto: sono il meglio di un pezzo che nonostante l’originalità di alcune soluzioni suona un po’ scontato, quasi scolastico a tratti. Intendiamoci: il suo livello è più che discreto, è semplicemente una canzone meno ispirata delle altre.

Sin dall’inizio, col suo riffage cupo e doomy accompagnato dall’organo di Lo Cascio, Divine Masquerade si sposta su un lato inedito dei Dakrua, quasi tenebroso. È un’essenza che abbraccia buona parte delle strofe, con i cantanti impegnati in una prestazione particolarmente drammatica – specie Quattrone, che sfodera un cantato vicino al growl. Il contrasto è evidente quando arrivano i ritornelli, sempre tragici e dissonanti ma più aperti e potenti, che abbandonano un filino di oscurità – comunque presente – per farsi più potenti e colpire con la melodia. Completa il quadro un breve incastro di riff al centro e un finale potente, entrambi all’altezza della situazione: è il buon complemento per un esperimento strano, ma ben riuscito! È ora il turno di Dawn Over, breve interludio di giusto un minuto con la chitarra acustica e le tastiere sinfoniche, placido e quasi romantico. È utile sia per lasciare da parte la tensione e riposare le orecchie, sia come introduzione per Seas of Silence, che in principio prosegue sulla stessa linea, seppur sia più animata. Poi la musica vira strofe sempre calme, quasi sottotraccia, anche quando le chitarre si fanno distorte mantengono la melodia. Lo stesso vale più o meno per i refrain, espansi e distesi, avvolgenti e di gran tranquillità; in generale, solo al centro il brano diviene un po’ più potente. Per il resto la sua durata passa davvero liscia, il che da una parte è bene, seppur dall’altra ciò lo renda un po’ insipida: colpa anche di alcuni arrangiamenti un po’ telefonati che ne smorzano il possibile impatto. Poco male, comunque: abbiamo un pezzo godibile che non stona troppo in Shifting Realities.

Con Not Mine i Dakrua tentano quasi di imitare …A Distance There Is… dall’esordio omonimo dei Theatre of Tragedy, seppur in piccolo: questo è un interludio di meno di due minuti, al contrario degli otto dell’altro. Per il resto le coordinate sono molto simili: le orchestrazioni e il pianoforte sotto alla voce della Rondinelli, per un effetto un po’ più disperato e meno delicato. In ogni caso, ne risulta un brano di buona fattura nonostante l’effetto già sentito. Tuttavia, va molto meglio con The Outer Void, caratterizzata da ritmiche semplici e ossessive, ma di buona efficacia. È quello che regge le strofe non pesantissime ma incalzanti e col giusto fascino. Si cambia invece strada per i chorus, più rocciosi e potenti, con la cantante a scandire una melodia maschia ma di facile presa. Ancor meglio è la seconda metà quasi del tutto strumentale, di norma più granitica, a tratti persino al limite col groove metal (!). Tuttavia, c’è spazio anche per una pausa più tranquilla ed eterea, lievemente oscura ma di gran ricercatezza con la voce della frontwoman solo accennata, un ottimo momento di pausa prima del rombante finale. L’unione tra questi vari passaggi funziona bene: abbiamo un ottimo pezzo, a poca distanza dal meglio che Shifting Realities ha da dare! Siamo ormai agli sgoccioli, e per l’occasione i milanesi scelgono Wasted Words, tenera ballata retta per tutta la prima metà dalla chitarra acustica su cui si staglia la voce pulita,lontana e vibrante di Quattrone, per un effetto tenero e carico a livello emotivo. Si cambia verso nella seconda parte, più metallica e ancora strumentale, con solo vaghi echi vocali, ma che esprime molto bene un gran pathos grazie alle melodie della chitarra. È insomma un bel momento, di grande forza espressiva, prima che tutto si spenga in un breve outro di basso. È tutto qui per una canzone semplice e breve ma di buona qualità, come del resto  la scaletta che va a concludere!

Per concludere, Shifting Realities non sarà un capolavoro, ma è un album onesto e piacevole al punto giusto, sopra a quella che è la media odierna del gothic con voce femminile. Di certo, i Dakrua non meritavano di sparire come hanno fatto dopo quest’album, un oblio che dura tutt’ora. Per tutte queste ragioni, se siete appassionati del gothic metal  d’annata e vi capitasse tra le mani quest’album – difficile, vista la sua relativa rarità – fatelo vostro: vi saprà regalare di certo buone emozioni.

Voto: 76/100

Mattia

Tracklist:

  1. Ephemerae – 04:36
  2. Frozen Sun – 04:05
  3. The Waiting – 04:17
  4. Deceive Me – 05:52
  5. Of Life and Will – 04:20
  6. Divine Masquerade – 03:21
  7. Dawn Over – 01:06
  8. Seas of Silence – 04:41
  9. Not Mine – 01:50
  10. The Outer Void – 04:37
  11. Wasted Words – 03:18

Durata totale: 42: 03

Lineup:

  • William Quattrone – voce e basso
  • Eva Rondinelli – voce
  • Alessandro Buono – chitarra
  • Marco Lo Cascio – tastiere
  • Davide Sangiovanni – batteria

Genere: gothic metal
Per scoprire il gruppo: il profilo dei Dakrua su Metal Archives

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