Accept – Russian Roulette (1986)

Per chi ha fretta:
Nonostante sia molto sottovalutato dagli stessi fan, Russian Roulette (1986) è un album degno della carriera degli Accept. L’heavy metal granitico dei tedeschi è lo stesso del precedente Metal Heart (1985), e anche la classe è intatta: così, se l’ispirazione è minore, la qualità non si abbassa di troppo. Lo dimostrano se non altro brani come la possente title-track, la solenne Heaven Is Hell, la scherzosa Walking in the Shadow o la liberatoria closer-track Stand Tight, le più rappresentative di una scaletta tutta di alto livello. E così pur essendo un gradino sotto ai predecessori, Russian Roulette è un grande album, che i fan dei tedeschi e dell’heavy classico non dovrebbero sottovalutare!

La recensione completa:
1985: gli Accept pubblicano Metal Heart, un capolavoro immenso, coronamento di una carriera già piena di capolavori. Dopo un risultato del genere, un qualunque ensemble avrebbe potuto, in maniera anche legittima, sedersi almeno per qualche mese sugli allori, ma non fu la strada intrapresa dai tedeschi. Giusto qualche mese dopo, il quintetto di Solingen tornò in studio: il risultato fu, a poco più di un anno da Metal Heart, l’uscita del successore Russian Roulette. Anche vista la distanza temporale ridotta, il genere affrontato dagli Accept non si è molto evoluto: è lo stesso heavy metal potente e leggermente patinato del precedente. Rispetto a quest’ultimo fa un altro piccolo passo in questa direzione – dopotutto è la metà degli anni ottanta, il momento migliore dell’hair metal – ma non cede troppo: parliamo sempre del classico heavy granitico che ha reso famoso i tedeschi. Del resto, anche la classe è sempre la stessa: se è vero che rispetto ai tre predecessori è un po’ meno ispirato, Russian Roulette non è quell’album arido e poco appetibile che alcuni dipingono. Come leggerete nella recensione, si tratta di un lavoro di alta qualità, degno di stare in una discografia come quella degli Accept.

La partenza è subito veloce con T.V. War, che sin dall’inizio si mostra tradizionale: il riffage con cui inizia non potrebbe essere più classico. Ciò vale anche per la struttura, che alterna in maniera semplice strofe più macinanti e potenti e ritornelli più melodici e cantabili, di buon pathos, raccordati da bridge di gran forza e da brevi momenti solistici. C’è poco altro da riferire a parte un bella parte centrale, con Wolf Hoffmann e Jörg Fischer che disegnano un grande assolo, molto sentito. Per il resto il pezzo passa molto liscio, forse anche un pelo troppo: se quasi tutte le soluzioni sono piacevoli, il brano non incide con gran forza e sembra un po’ di maniera, specie se rapportato coi successivi. Ma in fondo va anche bene così: come opener è più che adeguata, ed è sempre di un buonissimo episodio che parliamo. Il vero spettacolo di Russian Roulette comincia però da Monsterman, traccia di puro heavy metal ottantiano sin dall’inizio, con le sue splendide ritmiche in cui si respira lo spirito unico degli anni ottanta. È questa la base che accompagna buona parte del brano, in special modo le strofe, rese teatrali da Udo Dirkschneider. Si cambia strada solo per l’assolo centrale, come sempre di qualità, e soprattutto per i ritornelli, quasi misteriosi nei cori ma di facilissima presa. La struttura è ancora semplice, il che non è affatto un problema: abbiamo un grandissimo brano, poco lontano dai migliori del lavoro. Va però ancora meglio con Russian Roulette, che al contrario delle precedenti ci mette un po’ a entrare nel vivo: si parte da un intro espanso e placido, con solo echi di chitarra sotto alla voce del frontman. Da qui pur non accelerando mai troppo (il batterista Stefan Kaufmann tiene sempre un tempo medio) il brano comincia a evolversi in direzione più pesante, prima con strofe energiche ma ancora sottotraccia, che pian piano crescono. È quindi la volta di bridge brevi ma tesi, che introducono ritornelli di impatto colossale, grazie al potente duetto Dirkschneider/cori che scandiscono una melodia catturante all’inverosimile e all’aura liberatoria che si sprigiona. C’è spazio anche per un intermezzo molto melodico al centro a coronare l’assolo: è il giusto complemento per una traccia elementare ma geniale, uno dei picchi assoluti dell’album a cui dà il nome!

It’s Hard to Find a Way pende sul lato più melodico e zuccheroso degli Accept: lo si sente sin dall’intro, tranquillo e quasi romantico. Da qui parte un brano a due velocità, con lunghe strofe molto docili caratterizzate da un mood tranquillo, a cui contribuiscono le chitarre pulite, le tastiere e il frontman, calmo in maniera inusuale. Questa norma è destinata a crescere fino a ritornelli più potenti, ma la melodia non si perde: risultano molto catchy e radiofonici coi cori puramente hard rock anni ottanta. Visto come giravano le cose in quegli anni, forse fu la produzione a imporre agli Accept di inciderla; quale che sia la verità, però, il gruppo tedesco riesce a rendere anche questo esperimento ben riuscito! Con belle melodie e arrangiamenti riusciti – i soliti abbellimenti di chitarra su tutti – abbiamo un brano di altissima qualità. Si torna all’heavy propriamente detto con Aiming High, traccia dalle tendenze addirittura speed. Lo si sente bene sia nelle strofe, seriose e “da strada”, sia nei ritornelli, più potenti e aggressivi, coi soliti cori di gran impatto. Non c’è praticamente altro a parte alcuni momenti solistici e qualche rallentamento che lancia la fuga successiva: entrambi non servono ad altro che a potenziare il brano. Il risultato è una piccola scheggia di alta qualità, a poca distanza dal meglio di Russian Roulette. Tuttavia, va ancora meglio con Heaven Is Hell, che dopo un preludio che ne anticipa i temi, entra nel vivo con strofe espanse e pacifiche, che ricordano quasi quelle di Balls to the Wall dall’album omonimo. Anche la successiva progressione ha qualche analogia col suddetto brano: da questa base infatti la musica sale fino ritornelli più densi, ma senza la tensione della traccia del 1983. La loro aura è più tranquilla, riflessiva, quasi sognante, ma senza rinunciare all’energia. Per lunghi minuti il pezzo va avanti in maniera lineare; si cambia rotta solo al centro, quando dopo un assolo ha posto una frazione molto oscura. In principio sotto alla voce ci sono solo il basso di Peter Baltes, la batteria di Kaufmann  e suoni di organo, ma pian piano il tutto si fa più scarno e minaccioso, con l’ingresso della chitarra. Sembra quasi che il tutto debba divenire ancora più lugubre quando invece un refrain esplode,con ancora più potenza. È  l’apoteosi di un pezzo che si conclude di lì a breve rivelandosi splendido e mai noioso nei suoi sette minuti: abbiamo un altro dei picchi della scaletta!

Another Second to Be è molto classica: si snoda tra strofe di poco più pestate, bridge quasi cupi e ritornelli melodici e catchy, un’evoluzione heavy con influssi hard rock e un certo pathos. È praticamente tutto qui, la canzone è lineare e molto breve (poco più di tre minuti la sua durata), non ci sono variazioni a parte un rallentamento sulla tre quarti che conduce a un finale anche più intenso dal punto di vista sentimentale. Queste sono peraltro le parti migliori di un pezzo per il resto un po’ insipido e senza grandissimi spunti:  parliamo del punto più basso di Russian Roulette, per quanto sia buono e piacevole. Fortunatamente, il lavoro ora si ritira su con Walking in the Shadow, un altro di quei mid-tempo che riescono così bene agli Accept. Rispetto agli altri, questo è meno serio e più disimpegnato: lo mostrano bene le strofe, dirette e senza grandi fronzoli. Lo stesso vale per i bridge, formali ma in una maniera che sembra scherzosa come anche i chorus, quasi buffi nella loro anima potente, catchy e al tempo stesso ombrosa: sono strani, ma colpiscono alla grande. L’ennesimo assolo di valore completa il quadro: ne risulta l’ennesima canzone memorabile, un altro dei picchi assoluti del lotto. Sin dall’inizio, la successiva Man Enough to Cry ha un animo molto rockeggiante: il riff di base è meno metallico e distorto rispetto a quanto gli Accept ci hanno abituato. La pesantezza però è assoluta, come anche l’intensità sentimentale che viene fuori sia dalle strofe, classiche e sottotraccia, sia nei refrain, essenziali ma di gran efficacia emotiva. C’è ancora una volta molto poco da dire: la struttura è davvero elementare, le uniche variazioni presenti sono alcuni piccoli arrangiamenti piazzati qua e là, peraltro funzionali al tutto. Ne risulta l’ennesimo gran pezzo del lotto, poco lontano dal pezzo precedente – e dal successivo. Eh sì, perché i tedeschi in vista del finale tirano fuori un’altra grande stoccata con Stand Tight. Si tratta di un brano espanso e lento ma con una sua certa tensione, che si accumula per tutte le strofe, quasi crepuscolari. Questa sensazione aumenta anche di più nei bridge, suggestivi con le loro venature esotiche, per poi sciogliersi con forza nei ritornelli, liberatori e quasi solenni, grazie a cori anthemici di gran potenza. C’è poco altro tranne una parte centrale bizzarra,divisa tra l’assolo e i cori ossessivi già sentiti nel breve intro. Non è comunque un brutto passaggio, anzi si integra benissimo in un pezzo eccezionale, che conclude l’album come meglio non si poteva!

Da un certo punto di vista, è comprensibile che Russian Roulette sia sottovalutato rispetto ai precedenti, essendo di qualità minore. Dall’altra parte però non bisogna esagerare: parliamo pur sempre di un piccolo capolavoro del metal anni ottanta, che non sfigura di fronte agli altri album dell’era classica degli Accept. Peraltro, è anche l’ultimo di quel periodo, prima che Udo Dirkschneider lasciasse il gruppo  e le successive vicissitudini portassero i tedeschi a incidere il controverso Eat the Eat. Anche per questo, se siete cultori dell’heavy metal classico, questo è un album da non sottovalutare: lasciate perdere la sua posizione nella storia del gruppo e ascoltatelo per il suo valore intrinseco, vedrete che lo amerete!

Voto: 90/100


Mattia
Tracklist:
  1. T.V. War – 03:29
  2. Monsterman – 03:26
  3. Russian Roulette – 05:22
  4. It’s Hard to Find a Way – 04:19
  5. Aiming High – 04:24
  6. Heaven Is Hell – 07:12
  7. Another Second to Be – 03:19
  8. Walking in the Shadow – 04:27
  9. Man Enough to Cry – 03:14
  10. Stand Tight – 04:05
Durata totale: 43:17
Lineup:

  • Udo Dirkschneider – voce
  • Jörg Fischer – chitarra
  • Wolf Hoffmann – chitarra
  • Peter Baltes – basso
  • Stefan Kaufmann – batteria
Genere: heavy metal
Sottogenere: heavy metal classico
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook degli Accept

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