Wormwood – Ghostlands: Wounds from a Bleeding Earth (2017)

Per chi ha fretta:
I giovani svedesi Wormwood sono una band promettente, ma il loro esordio Ghostlands: Wounds from a Bleeding Earth (2017) è ancora un po’ immaturo. Da un lato, il black metal melodico con caratteristiche epiche e influenze folk è personale e valorizzato da una buona cura per atmosfere e melodie, oltre che da un suono di alto livello. Dall’altro però il disco soffre di una certa omogeneità, con pochi pezzi che spiccano per la loro personalità, e di una lunghezza eccessiva che lo rende dispersivo. Anche la scaletta non è grandiosa: se quasi tutti i brani sono buoni, solo Under Hennes Vingslag e The Windmill sono grandiose, per il resto mancano quelle hit che avrebbero potuto rendere l’album un capolavoro. Bilanciando pregi e difetti, Ghostlands: Wounds from a Bleeding Earth è un buonissimo album, consigliato ai fan del black e del viking metal, anche se gli Wormwood possono di certo fare di meglio.

La recensione completa:
Svezia: una terra che in ambito metal estremo non ha nulla da invidiare a nessun’altro, vista la sua scena immensa e viva che sforna sempre nuovi gruppi, molti dei quali almeno interessanti. È per esempio il caso degli Wormwood, giovane band proveniente da Stoccolma: si formano nel 2014, e l’anno successivo pubblicano l’EP The Void: Stories from the Whispering Well. Risale invece allo scorso 10 marzo l’esordio sulla lunga distanza, intitolato Ghostlands: Wounds from a Bleeding Earth e uscito sotto l’olandese Non Serviam Records. Il genere affrontato dagli Wormwood è un black metal melodico, ma senza perdere in impatto: tra l’altro, gli svedesi compensano con una certa carica epica, il che ben si sposa con dettagli spesso vicini al viking. La caratteristica più evidente sono però nelle melodie: Ghostlands mostra soprattutto un forte ascendente folk espresso però nei fraseggi delle chitarre, che peraltro rimangono black metal al cento percento. Solo di rado appare il violino – il che del resto vale anche per le altre influenze lontane dal black presenti nel suono dei Wormood, presenti a sprazzi. Il risultato è un suono personale, moderno ma con alcuni tratti classici, che ha dalla sua di solito una buona cura sia per le atmosfere che per le melodie. Aiuta a anche un ottimo suono, pulito e potente al punto giusto ma certo non patinato: la natura grezza del genere non viene mai meno. Queste sono le premesse per un album di alta qualità, e in parte Ghostlands lo è davvero: purtroppo però non mancano i difetti. Quello principale è l’assenza quasi totale di hit: tra i molti buoni pezzi, quelli che fanno saltare davvero sulla sedia sono davvero una manciata. In più, gli Wormwood soffrono un po’ di omogeneità diffusa: come già detto le canzoni sono quasi tutte buone, ma poche hanno una personalità ben distinta. Mettiamoci anche una lunghezza di quasi un’ora che finisce per pesare, e Ghostlands si rivela un album dispersivo in cui ci a tratti ci si perde – e non in senso positivo. Insomma gli Wormwood devono un po’ lavorare, per ora sono un po’ immaturi, anche se c’è le loro potenzialità sono elevate: c’è da dire che in fondo quest’album è sopra alla media degli esordi odierni.

Si parte da Gjallarhornet, intro ambient molto espanso, con sonorità distanti e quasi spaziali ed echi vocali su cui si staglia il suono di un corno – quello che da il nome al pezzo. All’inizio è il vuoto a dominare, ma pian piano il pezzo si fa più denso, accumulando tensione finché The Universe Is Dying non parte con potenza. In principio il blast beat del batterista Johtun domina, ma sono le melodie delle chitarre di Nox e Rydsheim a dominare in questa fase. Paradossalmente, i momenti più feroci sono quelli più lenti ma cupi, con un riffage tagliente e freddo e lo scream di Nine al di sopra, mentre quelli più animati sono melodici e profondi. L’esempio più lampante di ciò sono i ritornelli, animati ma al tempo stesso con un feeling delicato, grazie alle splendide melodie delle chitarre che disegnano un affresco caldo e accogliente, seppur l’aggressività non scompaia del tutto. C’è poco altro nella canzone: le uniche variazioni sono la frazione centrale, lenta e vuota, e il finale, che prende il ritornello e lo rende più estremo, prima di spegnersi in un outro morbido. Per il resto abbiamo un pezzo lineare ma di ottimo impatto, che apre a dovere le danze. Sin dall’inizio, la seguente Under Hennes Vingslag ha un ritmo e melodie di forte retrogusto folk, anche se l’impianto resta black al centro percento. Ciò avviene in special modo nelle strofe movimentate e vorticose, con una certa aggressività ma in qualche modo aperte. Si cambia invece strada per i refrain, più tempestosi e rabbiosi, oltre che con una buona forza epica, che colpisce alla grande. Sono il momento migliore di un pezzo buono in ogni passaggio, sia nella parte principale che nei brevi passaggi morbidi che si aprono qua e là, con chitarre pulite che oscillano dal folk fino ad arrivare addirittura al blues (!) o come l’intermezzo corale sulla tre quarti. Nel complesso abbiamo un gran pezzo, da annoverare tra i picchi di Ghostlands!

Come dice il nome stesso Godless Serenade è un brano in genere più calmo della media degli Wormwood: lo dimostra sin dall’inizio, con una norma che a tratti si fa fragorosa ma resta sempre melodica. Sono presenti però anche passaggi più oscuri e rabbiosi, come la lunga frazione centrale, che nonostante una parvenza di melodia è vorticosa, molto tradizionale, di una freddezza inedita finora. Entrambe le anime funzionano abbastanza bene, ma i raccordi tra loro ogni tanto sembrano un po’ forzati. Aggiungiamoci anche qualche passaggio – come quello sulla tre quarti – un po’ moscio, e abbiamo un brano di buona qualità, ma sotto alla media della scaletta. Si torna quindi ad alti livelli con Oceans, che esordisce subito come un treno, con un riffage black melodico da urlo, immaginifico, che porta quasi tra le stelle. È l’inizio di una progressione tortuosa, che alterna i passaggi più vari: si va da momenti potenti e altri molto delicati e tranquilli, da ritorni di fiamma dell’inizio, reso anche più rutilante, a tratti a tinte metal, ma placidi e con giusto una tendenza epica. Stavolta inoltre il tutto è unito a dovere, senza grandi forzature: ogni passaggio incide, anche quelli più bizzarri – come il breve finale, quasi da metal classico se non fosse per lo scream di Nine. Ne risulta un gran pezzo, non troppo distante dai picchi di Ghostlands. È ora il turno di Silverdimmans Återsken, breve interludio folk dolce e delicato, con il violino e la voce dell’ospite Alexandra “Lalla” Moqvist accoppiato alle chitarre folk, allo scacciapensieri e alle percussioni. Si viene a creare così una bella atmosfera, piacevole e avvolgente, che rende il brano ottimo sia di per sé che come intro per la successiva Tidh Ok Ödhe, anch’essa introdotta da un violino folkeggiante. È una caratteristica che si mantiene anche quando si entra dal vivo: qui gli Wormwood abbracciano il folk metal, soprattutto nei ritornelli, in cui torna la Moqvist e colpisce con l’accoppiata ritmiche cupe-melodie disimpegnate di violino. Ma c’è spazio anche per il genere tipico degli svedesi: le strofe sono più lugubri e black, e quest’anima trapela anche nei momenti più leggeri. Il passaggio più feroce è però quello al centro, che irrompe in scena con una assalto davvero potente e serrato: non stona però in un pezzo strano ma che si rivela di ottima qualità, e nonostante la particolarità riesce a integrarsi bene nella scaletta.

Beneath Ravens and Bones se la prende molto con calma nell’entrare nel vivo, con un lungo intro placido e con la voce pulita di Nine sopra ad arpeggi e assoli molto delicati. Solo dopo più di un minuto deflagra un pezzo black metal piuttosto rabbioso ma senza esagerare in velocità: il ritmo impostato da Johtun è lento e pestato, sono le chitarre a dargli un tono lugubre. Anche i refrain sono abbastanza contenuti: perdono la loro cattiveria per armonizzazioni non apertissime ma con un loro intimismo. Il brano fugge solo al centro e subito prima della fine, ma entrambe le frazioni non hanno grande aggressività. La prima è atmosferica e melodica, con le tastiere e gli echi di voce femminile a conferirgli un tono alienato e lontano; la seconda invece è anche più armoniosa, più tesa a evocare un tono drammatico che ad aggredire. In ogni caso, sono entrambi ottimi contraltari per un brano di qualità elevata, a poca distanza dal meglio di Ghostlands. Dopo un breve preludio, quasi strisciante, The Windmill svolta su qualcosa di forte melodia, addirittura solenne e malinconico nel suo sviluppo. È una caratteristica che viene fuori sia nelle strofe, espanse e dritte, sia nei ritornelli, addirittura catchy, con l’accoppiata tra voce harsh e pulita di Nine e fraseggi di chitarra evocativi, di grandissima forza. Tuttavia, c’è anche spazio per momenti cupi che a tratti riprendono l’inizio, mentre in altri frangenti sono più pesanti, a volte addirittura al limite col death, grazie anche al cantante che sfodera il growl. Il tutto è impostato in maniera più lineare della media degli Wormwood, con poche ma importanti variazioni. Non è però un problema: ogni passaggio funziona alla grande, rendendo questo il pezzo migliore dell’album insieme a Under Hennes Vingslag. La seguente What We Lost in the Mist cambia strada verso una norma tempestosa che pur mantenendo la melodia degli svedesi aggredisce con forza. Questa falsariga si sfoga in breve, prima di lasciare spazio a un intermezzo morbido, ma presto a musica torna a pestare con forza. Il brano vero e proprio è molto cupo: alterna momenti selvaggi di puro assalto sonoro e tratti leggermente più aperti, ma in cui domina un aura sinistra, lugubre. Solo passata la metà la melodia torna, col solito inciso di vago indirizzo folk a cui gli svedesi ci hanno già abituato in passato. È in principio molto tranquillo, ma poi cresce in densità e in tono epico: quando poi il finale torna a colpire, è battagliero e potente, con i violini e il riffage teso che lo rendono possente. È l’ottima conclusione per un pezzo forse non eccezionale ma di buonissima qualità.

The Boneless One si avvia in maniera abbastanza melodica, una natura che resta anche quando il brano accelera. Il riffage di base è di buona qualità, ma giunti a questo punto sa un po’ di già sentito, come anche alcuni passaggi. È per esempio il problema dei ritornelli, che del resto sono già un po’ mosci di loro e non riescono a colpire con la loro melodia. Molto meglio sono invece le strofe, tese ed evocative, che coinvolgono bene col loro andamento “stop and go” e le ritmiche possenti e di gran impatto. Di qualità è anche la sezione centrale, che unisce le suggestioni delle due parti in qualcosa di molto variegato ma incisivo, sia nei momenti più rabbiosi che in quelli più espansi, con ancora un vago tocco blues. È un buon elemento per un pezzo che nonostante il suo problema è di buona qualità, e non sfigura troppo in Ghostlands. A questo punto siamo agli sgoccioli, e per l’occasione gli Wormwood tornano di nuovo verso il folk metal, inteso però in maniera più moderna. To Worship inizia aperta, quasi festaiola, e anche quando il violino sparisce e le ritmiche entrano in scena la struttura resta semplice e movimentata, senza grande oscurità. C’è spazio per un po’ di potenza e di ferocia solo in certe fughe più seriose che compaiono di tanto in tanto, vorticose ed efficaci sia per melodia che per la loro carica crepuscolare. Sono i momenti migliori del pezzo insieme al finale, glorioso e di gran forza. Per il resto, la struttura tortuosa incide poco, sia nella norma principale che nei momenti più melodici, ormai un po’ triti e che non fanno altro che ammosciare il pezzo. Nel complesso il risultato non è negativo: molti passaggi sono piacevoli, e il complesso è godibile, ma certi momenti stridono un po’ con la solennità generale dell’album. A parte questo, però, il valore generale è solo discreto: abbiamo il pezzo meno bello della scaletta, oltre che un finale un po’ brutto per un album che per buona parte è stato molto superiore.

Insomma, nonostante le sue ingenuità e le sue pecche, Ghostlands – Wounds from a Bleeding Earth è un esordio convincente e di buonissima qualità. E se è vero che gli Wormwood viste le loro capacità potevano far meglio, in fondo ci si può accontentare e magari sperare che vada meglio la prossima volta. Ma finché il loro secondo album non sarà uscito, il consiglio è di recuperare questo: se vi piace il black metal sui generis e il viking, per voi sarà un ascolto più che gradito!

Voto: 81/100

Mattia
Tracklist:

  1. Gjallarhornet – 01:40
  2. The Universe Is Dying – 05:08
  3. Under Hennes Vingslag – 04:04
  4. Godless Serenade – 05:19
  5. Oceans – 05:25
  6. Silverdimmans Återsken – 01:57
  7. Tidh Ok Ödhe – 04:49
  8. Beneath Ravens and Bones – 05:42
  9. The Windmill – 05:12
  10. What We Lost in the Mist – 06:40
  11. The Boneless One – 05:22
  12. To Worship – 06:47
Durata totale: 58:05

Lineup:
  • Nine – voce
  • Nox – chitarra
  • Rydsheim – chitarra
  • Borka – basso
  • Johtun – batteria
  • Martin Björklund – violino (guest)
Genere: black metal
Sottogenere: melodic/epic black metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale degli Wormwood

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