Haemophagus – Stream of Shadows (2017)

Per chi ha fretta:
Stream of Shadows (2017), terzo album dei palermitani Haemophagus, è un lavoro in bilico tra pregi e difetti. Per quanto riguarda i primi, è interessante dal punto di vista dello stile, un death/grind scarno e moderno con alcune pulsioni sperimentali; in più i siciliani possono contare su buone doti tecniche e compositive. Dall’altro lato invece la scaletta è un po’ ondeggiante: se pezzi come la tortuosa opener Shadowline, la devastante Deranger, la scheggia impazzita Innergetic, la scatenata Infectious Domain e l’immaginifica strumentale conclusiva The Darkest Trip sanno colpire bene, altri pezzi sono un po’ sottotono. In più, a volte il gruppo pecca un po’ di eccesso di confidenza, e infine il lavoro a tratti sembra un po’ inespressivo. Sono difetti che in fondo non incidono molto: anche se poteva essere migliore, Stream of Shadows è un buonissimo album, che farà la gioia dei fan del death e del grind.

La recensione completa:
Si tende spesso a pensarci poco, ma la Sicilia è una delle regioni italiane più attive per quanto riguarda il metal, in particolare quello estremo. Se è soprattutto la sua scena black a essere nota, non mancano però ensemble death rilevanti: è il caso del gruppo di oggi, gli Haemophagus. Nati a Palermo nel 2004, hanno all’attivo un buon numero di split – tra cui quello del 2008 coi leggendari Agathocles – e tre full-lenght, di cui l’ultimo Stream of Shadows risale appena allo scorso 20 marzo. Il genere affrontato in esso è un death metal scarno e moderno, con molte soluzioni orientate verso il grindcore e influenze delle più varie, che ogni tanto fanno sfociare i siciliani nel metal sperimentale. Si tratta di uno stile interessante e con una certa personalità, non spintissima ma comunque presente. In più, gli Haemophagus possono contare su ottime doti dal punto di vista tecnico e compositivo: il loro songwriting è buono e a volte grandioso, con soluzioni che spiazzano ma riescono sempre a coinvolgere. Stream of Shadows ha però anche un po’ di difetti: quello più evidente è la qualità un po’ ondeggiante, alternando canzoni splendide ad altre meno appetibili. Anche queste ultime sono piacevoli, e in generale nella tracklist non c’è nulla che strida: però ogni tanto si ha la sensazione che l’album trascorra troppo liscio, senza lasciare il giusto segno, come se fosse freddo, inespressivo, non fomenti quanto dovuto. Aggiungendoci anche un po’ di “eccesso di confidenza” degli Haemophagus, che a volte fa perdere loro il focus e la musicalità di alcuni brani, Stream of Shadows si rivela meno buono delle sue potenzialità, pur essendo interessante per lunghi tratti.

La opener Shadowline mostra subito la natura cangiante dei siculi: all’inizio i giri di chitarra sono rapidissimi e arzigogolati, vicini addirittura al death tecnico. Vale lo stesso per la struttura veloce, tortuosa e sempre in movimento, ma poi pian piano il pezzo comincia a perdere in complessità.  Verso metà il tutto rallenta: abbiamo allora una progressione quasi death/doom, lugubre e di gran potenza, che colpisce con gran forza – specie nel finale, più arcigno che mai. È la bella conclusione di un pezzo ottimo in toto, un’apertura col botto per il disco! La successiva Tombtown mette in evidenza un riffage peculiare, che esplode a dovere. Esso regge bene buona parte dei momenti di fuga, i migliori del brano; non vanno per il sottile nemmeno i tratti più lenti ma arcigni che appaiono ogni tanto. A volte però l’insieme risulta un po’ anonimo, come dopo la metà, con un finale un po’ in calando. Non è un gran problema, anche se nel complesso il risultato è solo discreto e non si stampa granché in mente. Dopo un intro selvaggio e travolgente, Blastmaniacom! vira su una norma lenta e ossessiva, il che però la rende più aggressiva e cupa, grazie anche al growl echeggiato di Giorgio. Ma questa situazione non è destinata a durare: presto gli Haemophagus affrontano un crescendo che si fa sempre più energico, passando per momenti strani e obliqui fino ad raggiungere un’esplosione di forza incredibile, metal classico sparato però a mille. È il passaggio più riuscito di un pezzo particolare ma valido, non troppo lontano dal meglio di Stream of Shadows. È però tutt’altra storia con Deranger,che comincia lenta ma truce con un riffage sinistro dalle influenze thrash e groove retta dal mid-tempo del batterista David. Questa norma graffia a meraviglia, ma non è che il trampolino di partenza per una progressione travolgente, che dopo poco vira su una norma oscuramente death, preludio a una frazione a metà tra metal estremo e punk, da mosh scatenato. È un momento davvero coinvolgente, che colpisce alla grande prima che il finale, un macinino infernale retto dal blast beat, completi l’opera di distruzione. Il risultato è un pezzo breve ma fantastico, uno degli indiscussi picchi dell’album! Giunge quindi Meteor Mind, che esordisce strisciante, lenta, e stavolta va avanti parecchio in questo modo. I siciliani ci hanno però abituato ad altro, e anche qui non si fanno attendere troppo: al centro si accelera molto, per una lunga frazione potente e imperiosa. Da citare è anche l’inciso poco dopo la metà, che per qualche istante abbandona la frenesia e si mostra a metà tra metal, jazz e i Pink Floyd più acidi. Si tratta di una grossa bizzarria che però incide a dovere; purtroppo, non si può dire lo stesso del resto. Molti passaggi sono ben fatti, ma alcuni risultano un po’ fini a sé stessi, come alcuni di quelli a metà canzone, troppo obliqui per graffiare, oppure l’outro, acustico ma un po’ inutile. Il risultato è un episodio discreto e piacevole ma riuscito a metà.

Come altri pezzi in precedenza, anche Electric Circles in a Yellow Sky esordisce molto lenta, stavolta con addirittura qualche vago eco black. Poi però gli Haemophagus strappano verso una falsariga death metal, fatta di possenti scatti estremi e vorticosi e di sezioni più contenute ma aggressive allo stesso modo, grazie di nuovo al cantato di Giorgio. Il tutto si muove con un’urgenza palpabile, che in questo caso funziona bene, per merito anche dell’ottimo lavoro ritmico di Gioele e dello stesso frontman, sempre all’altezza. Ne viene fuori una traccia forse non eccezionale ma di buon valore. La seguente Captured from Above ha un avvio labirintico, frenetico, pieno di cambi di tempo, ma dopo poco si stabilizza su una norma quadrata e diretta. È un’impostazione con diverse variazioni, ma che in fondo mantiene sempre la sua anima dritta e oscura, che avvolge molto bene: solo ogni tanto appaiono tratti death più classici a trascinare la musica in fuga. Ma il cambiamento principale sono le frazioni punkeggianti che appaiono di tanto in tanto, quasi considerabili i ritornelli, che nonostante una velocità non estrema sanno colpire alla grande con la loro carica lugubre. Il resto è invece quasi lineare – almeno per la norma degli Haemophagus – ma molto buono, non troppo distante dai picchi di Stream of Shadows. Va tuttavia meglio con Innergetic, scheggia impazzita che esordisce subito devastante, con Giorgio che usa un grunt quasi brutal e il riffage che gli va dietro. Il brano poi comincia a evolversi, attraversando passaggi meno oscuri ma macinanti e potenti alla stessa maniera, in una progressione sempre diretta e con poche pause – tranne quelle che occorrono per lanciare una nuova ripartenza. Solo al centro si può tirare il fiato, per uno lungo stacco che perde in dinamismo ma compensa molto bene in cupezza e impatto puro. È la ciliegina sulla torta di un episodio semplice e senza grandi esperimenti, che merita però un posto tra i migliori del disco! Con The Cosmicorpse si ripresenta quindi il lato più bizzarro degli Haemophagus: lo si sente già dall’inizio, una strana alternanza di tratti tecnici quasi dissonanti e momenti macinanti. Anche quando quest’ultima norma prende il sopravvento, poi, il tasso di stranezza rimane alto: a frazioni con la classica distruttività del death si alternano tratti più aperti, quasi leggeri, che a mio avviso stonano anche un po’. In fondo non è un grande difetto, ma nel complesso il pezzo risulta solo discreto e non colpisce come avrebbe potuto.

Infectious Domain è un altro brano scatenato di meno di due minuti con in evidenza un riffage macabro e di gran carica oscura, che si snoda in breve sul ritmo serrato di David. C’è pochissimo altro da dire, anche i cambi di tempo sono giusto un paio e non modificano di molto la formula. La potenza sprigionata da Giorgio e Gioele è però grandiosa e fomentante: è questo il segreto di un brano che non sfigura tra i migliori di Stream of Shadows! Anche Monochrome è selvaggia e frenetica, con ritmiche sempre vorticose e una grande urgenza che domina. Questa impostazione è efficace per certi tratti, tipo quelli in cui il cantante tira fuori di nuovo il grunt, ma in altri momenti il macinare è un po’ sterile, per colpa anche di riff che sanno un po’ di già sentito. Non è un caso in effetti che la parte migliore sia quella centrale, sia nei suoi momenti più metallici, di vago retrogusto thrash, sia nello stacco più aperto, in cui le chitarre e il basso di Giorgio creano un ambiente denso ma espanso ed etereo. Per il resto abbiamo un pezzo piacevole, ma forse un po’ anonimo, specie in questa posizione. È ora il turno di Unrestrained: serrata ma non troppo, pur non essendo il massimo dell’originalità ha un riffage ronzante e di buona energia distruttrice. Questa base riempie buona parte del minuto e mezzo della base, lasciando spazio solo a un’accelerazione al centro, che comunque non cambia tanto in melodie, e all’assolo slayeriano finale. Non c’è altro da dire di un pezzo molto piacevole, che passa davvero in fretta. Dopo un avvio vorticoso e al limite col techno death, Twisted Syllables parte quindi con la forza di uno schiacciasassi. È una norma potentissima, che però esaurisce in breve la sua carica: l’impostazione iniziale torna quindi all’assalto per portare la traccia a un’altra fuga, più aperta e orientata verso influenze thrash. Anch’essa però si esaurisce in breve, in un lungo outro molto espanso: è il finale per un ottimo pezzo, a poca distanza dai migliori di Stream of Shadows. Siamo ormai agli sgoccioli di questa mezz’ora di devastazione, e gli Haemophagus per finire in bellezza schierano The Darkest Trip. È una strumentale che dà l’illusione di essere tecnica all’inizio, ma vira poi su un’impostazione lenta e doomy. Tuttavia, presto si torna ad accelerare: la lunga frazione centrale è un incastro repentino e tortuoso tra varie frazioni, che però si sviluppano tutte col giusto respiro. A dominare il tutto è la chitarra solista, grande protagonista di qualcosa di molto atmosferico e a tratti persino vicino al progressive metal, se non altro per i vari cambi di atmosfera che hanno luogo qua e là. E così, dopo quasi tre minuti, il pezzo si spegne in una coda distorta di effetti quasi ambient: è il giusto finale per un pezzo perfetto in ogni passaggio, una chiusura col botto per l’album!

Nonostante tutto, alla fine Stream of Shadows si rivela un album ben fatto: sì, poteva essere meglio, ma anche così i pregi superano i difetti. Non sarà memorabile, ma sa benissimo come regalarvi una mezz’ora rozza e violenta: per questo, se siete fan delle commistioni tra death metal e grindcore, è un lavoro che vi farà piacere. Date quindi una possibilità agli Haemophagus!

Voto: 78/100

Mattia
Tracklist:
  1. Shadowline – 03:21
  2. Tombtown – 02:02
  3. Blastmaniacom! – 02:50
  4. Deranger – 02:31
  5. Meteor Mind – 02:52
  6. Electric Circles in a Yellow Sky – 02:31
  7. Captured from Above – 03:21
  8. Innergetic – 02:25
  9. The Cosmicorpse – 02:10
  10. Infectious Domain – 01:40
  11. Monochrome – 02:42
  12. Unrestrained – 01:27
  13. Twisted Syllables – 01:43
  14. The Darkest Trip – 03:57
Durata totale: 35:32

Lineup:

  • Giorgio – voce, chitarra, basso, synth, sassofono
  • Gioele – chitarra
  • David – batteria
Genere: death metal
Sottogenere: deathgrind

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