Guns N’ Roses – Appetite for Destruction (1987)

Per chi ha fretta:
Nonostante negli anni successivi non siano riusciti a ripeterne i fasti, i Guns N’ Roses hanno pubblicato almeno un disco memorabile, il loro esordio Appetite for Destruction (1987). È un album cardine dell’hard rock anni ottanta e del sottogenere sleaze metal, di cui a livello stilistico è un perfetto rappresentante – oltre ad aver sdoganato questa corrente nel mondo. Il suo punto di forza principale è un songwriting incredibile, che traspira da ogni traccia: per accorgersene basta citare pezzi leggendari come Welcome to the Jungle, Paradise City o Sweet Child of Mine, ma anche sottovalutati come It’s So Easy, Mr. Brownstone, You’re Crazy o Rocket Queen. Certo, non  tutto è perfetto: è presente qualche pezzo meno bello, e l’album sembra un po’ lungo, ma in fondo non sono grandi difetti: Appetite for Destruction rimane un capolavoro immortale della storia del rock!

La recensione completa:
I Guns N’ Roses sono un gruppo che non ha bisogno di presentazioni: il loro nome e la loro immagine sono celebri in tutto il mondo, anche al di fuori del mondo del rock. Ma è una fama meritata? In parte, io direi di no: dopo i due Use Your Illusion nel 1991, il gruppo guidato da Axl Rose non ha combinato granché. A eccezione dell’acclamato Live Era ’87–’93 del 1999, il tempo è stato riempito soltanto dal discutibile album di cover The Spaghetti Incident (1993) e poi nel 2007 dal sudatissimo Chinese Democracy, lavoro controverso e non amatissimo. È un po’ poco, se confrontato con la notorietà dei Guns N’ Roses, ma d’altra parte il gruppo di Los Angeles ha pubblicato almeno un album memorabile: parliamo del suo esordio, Appetite for Destruction. Si tratta di un capolavoro assoluto dell’hard rock anni ottanta e in particolare dello sleaze metal, che contribuì a sdoganare e di cui rappresenta un esempio perfetto. Ogni stilema dei Guns N’ Roses è in linea con questo genere, dall’aura maledetta e pericolosa alla gran aggressività della musica, pur rimanendo nei limiti del rock – anche se è presente qualche sparuta influenza dal metal vero e proprio. Ma soprattutto è un album con un songwriting stratosferico, che traspira da ogni traccia – il che è incredibile, considerando la giovane età dei Guns N’ Roses e soprattutto l’uso smodato di droga che facevano già all’epoca. Eppure così è: si tratta di un album, e non stupisce che sia uno dei più venduti di tutti i tempi, con trenta milioni di copie al suo attivo.

Il lato “Guns” del vecchio vinile – quello dedicato a testi con tematiche “da strada” – comincia subito alla grande con una delle canzoni più celebri dei losangelini: chi non ha mai sentito Welcome to the Jungle? Riconoscibilissima sin dalle prime note del suo intro melodico, sfocia poi nel pezzo che tutti conoscono, irriverente, energico, in qualche caso aggressivo ma al tempo stesso catturante. Colpiscono alla grande sia la struttura principale, fatta di strofe sbarazzine, potenti e ritornelli più cangianti, sia le variazioni messe qua e là, come per esempio il bell’intermezzo centrale, addirittura travolgente. C’è poco altro da dire per un pezzo in cui ogni arrangiamento mette in chiaro il perché della sua fama: come già detto, abbiamo un’apertura col botto! Nonostante sia stata il primo singolo estratto da Appetite for Destruction, la successiva It’s So Easy è un brano molto sottovalutato, e a torto. Le strofe, col loro riffage energico e minaccioso e una prestazione seriosa di Axl Rose colpiscono alla grande, come anche i ritornelli, meno pestati ma che guadagnano anche in carica arcigna, grazie alle melodie di Slash e Izzy Stradlin. È una tendenza che si fa sempre più potente fino ad arrivare al finale, davvero di gran forza, nonostante le tante melodie presenti.  Fanno eccezione a questa norma solo gli incisi che si aprono di tanto in tanto, più calmi  per le chitarre pulite, ma con un velo di angoscia che quasi anticipa il grunge. Sono il bel complemento per una bomba di impatto assoluto, quasi metal puro per potenza, che forse può non piacere a chi ascolta di norma rock più tranquillo ma che per uno con la sensibilità da metallaro non ha nulla da invidiare al meglio dell’album! Giunge ora Nightrain, molto più disimpegnata della precedente sin dall’avvio, in cui dimostra la sua attitudine rock da strada, in questo caso quasi con contaminazioni southern. È l’inizio di una cavalcata sempre divertente, con una base molto dinamica che prosegue a lungo: non sarà di gran potenza ma riesce a coinvolgere sempre bene. Contribuiscono a questo le variazioni, sempre interessanti e ben fatte, tra cui spiccano i ritornelli, più densi e pesanti rispetto al resto. Nell’evoluzione però quest’ultima impostazione prende il sopravvento: il finale è fragoroso e molto energico. È il momento migliore di un altro splendido brano, forse non perfetto ma di una livello che molti si sognano.

Out Ta Get Me possiede un riffage molto tipico per gli anni ’80 – per esempio assomiglia alla melodia di Bad Medicine dei Bon Jovi. Questa base si può sentire sia all’inizio che sotto ai ritornelli, selvaggi e urlati come i Guns N’ Roses già ci hanno abituato, che anche stavolta colpiscono con forza. Essi si alternano con strofe più calme, ma che pian piano crescono, e supportano bene l’esplosione dei chorus. C’è poco altro da riferire – a parte l’ennesima sezione solistica di ottima qualità – in un pezzo abbastanza lineare, ma di gran efficacia, pur non essendo tra i picchi di Appetite for Destruction. Sin dal bizzarro intro, la seguente Mr. Brownstone si mostra un po’ più particolare di quanto i Guns N’ Roses ci abbiano fatto sentire fin’ora. Quando poi entra nel vivo, abbiamo una falsariga molto ritmata: le percussioni la rendono quasi tribale nei tratti più morbidi, seppur non manchino spunti più sleaze metal. Quest’ultimo torna anzi fuori sia nei bridge, di buona potenza, sia negli sbarazzini ritornelli, che Axl canta al massimo della velocità, quasi uno scioglilingua. Di nuovo, non c’è altro nel pezzo a parte un bell’assolo al centro, ma non è un problema: nella sua semplicità, abbiamo un gran episodio, un pelo sotto al meglio del disco. Va però ancor meglio con Paradise City, un altro dei brani più grandiosi del gruppo losangelino. È un crescendo in principio molto lento: si parte da un preludio tranquillo e solare, con cori e una chitarra pulita, per virare su un pezzo più selvaggio a tinte sleaze metal, di buona potenza. L’aggressività però non è molto spinta, e a volte cala anche: in fondo il brano è ancora piuttosto rilassato, specie per quanto riguarda i ritornelli, ancora calmi e quasi sognanti. Ogni tanto la tensione cala, per stacchi più melodici che però non invertono la tendenza del pezzo a potenziarsi sempre più, fino ad arrivare allo strappo finale. Abbiamo allora una fuga veloce e riottosa, dalle forti evidenze punk, che travolge tutto sul suo cammino con la sua eccezionale potenza. È il momento migliore di un pezzo però perfetto in ogni momento, uno dei picchi assoluti della scaletta.

Terminato il lato “Guns”, è ora il turno di quello “Roses”, che come dice il nome stesso è dedicato all’amore e al sesso. Si sente che qualcosa è cambiato già dall’intro di My Michelle, dolce e molto tranquillo. Non siamo però in presenza di una ballata: presto esplode un mid tempo potente e maleducato, con un riffage minaccioso e persino di vaga oscurità che graffia bene. Per buona parte il pezzo si muove su queste coordinate; fanno eccezione solo i ritornelli, più veloci e sbarazzini, che perdono in parte le sensazioni del resto ma hanno anch’essi una buona potenza. A parte un intermezzo rockeggiante al centro, c’è poco altro, il pezzo è davvero semplice ma risulta ottimo. Think About You, che segue, è rockeggiante e divertente sin dal campanaccio di Steven Adler che le dà il via. Da qui, il pezzo comincia ad alternare strofe dirette, senza fronzoli e ritornelli più melodici e catchy, che solo nel finale deviano verso densità e potenza. Entrambe le parti colpiscono a dovere, come anche i passaggi che variano qua e là: merito principalmente  del lavoro di Slash e Izzy, qui particolarmente buono. C’è poco altro da dire di un brano che passa molto in fretta, ma lascia un’ottima impressione: non sarà tra i picchi di Appetite for Destruction, ma non è nemmeno troppo lontana! È ora il turno di un altro brano davvero leggendario: Sweet Child O’ Mine è celeberrima a partire dal mitico intro della chitarra di Slash. Si tratta dell’unica ballad di Appetite for Destruction, e per quanto sia inflazionata rimane oggettivamente un bell’ascolto, grazie soprattutto alla dolcezza che gli americani riescono a infondere nelle tenere strofe e nei più chorus più densi ma ancora placidi. Il tutto fluisce con calma, fermandosi solo in occasione della parte centrale, leggermente più crepuscolare ma senza stonare col resto. Altrove l’atmosfera è rarefatta e docile, e avvolge molto bene. Non sarà il pezzo migliore della scaletta – forse però è anche l’effetto delle migliaia di volte che si è sentita ovunque, che l’ha resa trita – ma ha un suo perché.

Si torna alla potenza con You’re Crazy, brano a lungo veloce e potente, con a volte anche un vago retrogusto heavy metal. Per lunghi tratti la sua energia è fortissima, e coinvolge molto bene: si rallenta il ritmo solo per i ritornelli, più rockeggianti e obliqui, ma che colpiscono allo stesso modo. Non c’è altro da dire su una scheggia impazzita e brevissima (i suoi tre minuti e diciassette secondi la rendono la più corta dell’album) ma memorabile, poco sotto al meglio del disco! Un altro intro strano, con un suono cigolante sovrapposto a una base hard rock sinistra e strisciante, poi si svolta su qualcosa di più tipico per l’hard rock anni ottanta con la Anything Goes vera e propria. La base alterna strofe sbarazzine e rockeggianti con ritornelli più potenti e ballabili, che senza grandi effetti speciali colpiscono alla grande. Un assolo un po’ particolare che vede l’uso del vocoder e la potente sfuriata finale fanno il resto: abbiamo un altro pezzo semplice ma memorabile, l’ennesimo di una serie che ormai è quasi finita. A mettere il suggello su Appetite for Destruction è quindi Rocket Queen, brano in principio un po’ più espanso di quanto i Guns N’ Roses ci abbiano abituato fin’ora. Lo si sente dalle chitarre lontane e quasi psichedeliche che la dominano fin dall’inizio, suggestione che torna anche nelle strofe, molto eteree, nonostante alcuni elementi più diretti. Il momento più dilatato del pezzo sono però i ritornelli, con anche la voce di Axl distorta; al tempo stesso sanno essere anche catturanti, con la loro melodia di gran impatto. In tutto questo c’è spazio anche per molte variazioni, come alcuni spunti di chitarra che a tratti rendono il brano un po’ più energico, oppure il campionamento con suoni espliciti al centro – che la leggenda vuole registrati dal vero da Axl e la sua compagna di allora. Il cambiamento più evidente è però il finale, che svolta su un brano pop metal più diretto e semplice, a tratti anche potente ma sempre con una certa dolcezza, che viene fuori con ancor forza nei momenti con la chitarra pulita. Nonostante la diversità dalla prima parte del pezzo, è comunque un grandissimo finale, il coronamento di un pezzo perfetto, l’ultimo picco di questo grandioso album.

Come avete appena letto, Appetite for Destruction non è un album perfetto: c’è qualche pezzo meno bello, e l’idea è che se fosse stato un poco più corto sarebbe stato ancora meglio. La perfezione però non è lontana, anzi: abbiamo un capolavoro assoluto, oltre che uno degli album cardine dell’hard rock anni ottanta e dello sleaze metal. Peccato solo che i Guns N’ Roses non riusciranno mai più a incidere qualcosa che si avvicini lontanamente a quest’esordio: anche i due Use Your Illusion per quanto buoni sono inferiori non di poco, per non parlare poi del resto. Ma in fondo poco importa: ci resta sempre un disco grandioso, che ancora a trent’anni di distanza non ha perso un centesimo della sua forza e della sua bellezza!

Voto: 98/100

Circa trent’anni fa, il 21 luglio del 1987, vedeva la luce Appetite for Destruction dei Guns N’ Roses: è uno degli album hard rock più venduti della storia, oltre che importante a livello storico per lo sviluppo dell’hard anni ottanta e dello sleaze metal. Ma soprattutto, il suo valore assoluto è il motivo principale per cui c’è bisogno di celebrarlo, come Heavy Metal Heaven vuole fare nel suo piccolo con questa recensione.
Mattia

Tracklist: 

  1. Welcome to the Jungle – 04:31
  2. It’s So Easy – 03:21
  3. Nightrain – 04:26
  4. Out Ta Get Me – 04:20
  5. Mr. Brownstone – 03:46
  6. Paradise City – 06:46
  7. My Michelle – 03:39
  8. Think About You – 03:50
  9. Sweet Child O’ Mine – 05:55
  10. You’re Crazy – 03:25
  11. Anything Goes – 03:25
  12. Rocket Queen – 06:13

Durata totale: 53:37

Lineup: 

  • Axl Rose – voce, sintetizzatori, percussioni
  • Slash – chitarra
  • Izzy Stradlin – chitarra e percussioni
  • Duff McKagan – basso
  • Steven Adler – batteria
Genere: hard rock
Sottogenere: sleaze metal

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