Diĝir Gidim – I Thought There Was the Sun Awaiting My Awakening (2017)

Per chi ha fretta:
I Diĝir Gidim sono un gruppo molto misterioso: dei due membri non è nota neanche la nazionalità. È una caratteristica ben avvertibile nel loro esordio I Thought There Was the Sun Awaiting My Awakening (2017). Il black/avant-garde metal tortuoso e schizofrenico del gruppo, corredato da un occulto concept ispirato all’antica mitologia sumera, ha in effetti una grande aurea di mistero, oltre a evocare alienazione e angoscia. Questo è anche il punto di forza del gruppo insieme a buone doti tecniche e compositive, anche se dall’altra parte l’album risulta troppo impenetrabile e dispersivo, col duo che ogni tanto sembra esagerare. È per questo che tra le quattro lunghe tracce che compongono il disco, solo Conversing with the Ethereal  e The Glow Inside the Shell sono ben riuscite: le altre due hanno passaggi ottimi ma anche momenti morti. È per questo che alla fine I Thought There Was the Sun Awaiting My Awakening è un album soltanto buono, ma promette bene per il futuro e può piacere ai fan dell’avantgarde e del black più cervellotico.

La recensione completa:
“Misteriosi”: è questo l’unico modo possibile per descrivere i Diĝir Gidim. Di loro si sa ben poco: si conoscono i nomi di battaglia dei due membri, ma la loro provenienza è ignota. Il non divulgarla è stata una scelta consapevole dello stesso gruppo per conformarsi meglio alla carica di alienazione e di distacco dal mondo della loro musica, oltre che ai loro occulti concept, ispirati all’antica mitologia sumera. E in effetti questi elementi contribuiscono bene a rendere misterioso il loro full-lenght d’esordio, I Thought There Was the Sun Awaiting My Awakening, uscito sotto l’etichetta nostrana ATMF. Il genere affrontato dai Diĝir Gidim per concretizzare queste suggestioni è un black metal occulto e impenetrabile, con elementi che spesso e volentieri lo fanno sforare nell’avant-garde. In particolare, spiccano le strutture schizofreniche, piene di cambi di tempo e di passaggi obliqui, di norma funzionali per creare un’atmosfera ansiogena e alienante. Si tratta insomma di musica molto complessa – tanto che il mio solito track-by-track descrittivo è impossibile senza allungare troppo la recensione – ma i Diĝir Gidim hanno le giuste capacità: la tecnica è all’altezza della situazione, e l’estro compositivo risulta se non altro ammirevole. Tuttavia, dall’altra parte questa complessità risulta un difetto: I Thought… è molto difficile da penetrare o anche solo da ascoltare, si fa molto fatica a stargli dietro e assorbirlo è quasi impossibile: almeno, dopo centinaia di ascolti io non credo di esserci riuscito del tutto.  In più, è un lavoro abbastanza dispersivo: molte volte sembra che i Diĝir Gidim tendano a strafare un po’ in fatto di cambi di tempo, il che va a scapito della musicalità e dell’atmosfera complessiva. Il gruppo riesce, è vero, a evocare oscurità, angoscia, alienazione – è per questo che I Thought… risulta alla fine un album piuttosto buono – ma sono convinto che con meno foga e un po’ di consapevolezza e di maturità in più il loro intento sarebbe riuscito molto meglio.

The Revelation of the Wandering inizia in maniera lenta, quasi rituale, per poi cominciare ad alternare accelerazioni black espanse ma potenti e passaggi più lenti e striscianti. Il tutto è all’insegna di un’aura abissale e angosciante di gran forza, che però varia spesso di sfumatura: a tratti è più obliqua e sottile, altre volte si fa più mastodontica e possente, e in altri frangenti ancora diviene feroce come il black più classico. Il tutto avanza a lungo con questa impostazione e anche in maniera un po’ più lineare di quanto si sentirà in futuro, con diverse frazioni che tendono a ripetersi. Proprio questi di norma sono i momenti migliori del pezzo, specie per quanto riguarda i passaggi più aggressivi; gli altri invece tendono un po’ a perdersi al suo interno e graffiano meno di ciò che hanno intorno. Anche così però abbiamo un buon pezzo, che fluisce veloce dall’inizio fino all’echeggiato outro ambient e incide a dovere.  Dopo un breve preludio di sussurri ed effetti ambientali, Conversing with the Ethereal esplode con grandissima potenza, con Lalartu che urla tantissimo sopra a un vortice musicale di pura schizofrenia. È l’inizio di un pezzo rapido e che continua a cambiare repentinamente con gran velocità, con pochi momenti più lenti e solenni che si aprono qua e là – comunque abbastanza nervosi a livello ritmico – e tanta urgenza. Stavolta però il riffage di Utanapištim Ziusudra è sempre graffiante, e i Diĝir Gidim impostano con più attenzione l’atmosfera, che è ora espansa e pesante, ora sinistra e ansiosa, ora nera come la notte. Anche le variazioni sono inserite con gran maestria, dai cori e i vaghi synth inseriti nei momenti di fuga, alla tendenza a rallentare che si presenta tra metà brano e la fine, che non fa perdere in cattiveria al pezzo ma gli dà più respiro. In generale, pur essendo rutilante al massimo, il pezzo non sembra mai esagerato, ma colpisce sempre con un ottima forza ed evoca il giusto senso di angoscia. È questo il motivo per cui abbiamo il brano in assoluto migliore di I Thought…, oltre che la giusta direzione da seguire in futuro!

The Glow Inside the Shell parte lenta e bizzarra, con una base espansa che si accoppia a suoni lontani in sottofondo che la fanno pendere sul lato avant-garde dei Diĝir Gidim. È questa la natura che si manterrà a lungo in un pezzo che al contrario del precedente avanza per lunghi tratti con un ritmo medio-basso, puntando più su una carica lugubre che su aggressività e impatto. Ogni tanto si accelera lievemente, per momenti però quasi aperti, con Lalartu che sfodera il pulito e un’aura non troppo asfissiante, anzi lontana e celestiale. La componente più black del gruppo torna solo al centro, ma è una breve fuga che poi si spegne in una lunghissima frazione con solo le chitarre distorte e una lieve tastiera, ambient black metal allo stato puro, per una sensazione di vuoto davvero imponente. È uno dei momenti topici di un pezzo che poi riprende in crescendo, fino a raggiungere di nuovo la frenesia dell’inizio, ma poi torna a riaprirsi. In ogni caso, anche stavolta i vari saliscendi sono ben architettati, e i momenti morti scarseggiano: ne risulta il pezzo migliore dell’album col precedente. Siamo ormai all’ultima delle quattro lunghe canzoni che compongono l’album, The Eye Looks Through the Veils of Unconsciousness: anche per questo, sin dall’inizio le sue melodie sanno un po’ di già sentito, riecheggiando dei pezzi precedenti. Nonostante ciò, i momenti di tempo medio sono di buon impatto, e in parte ciò vale anche per quelli più lenti, con le loro melodie più arcigne. Le fughe invece stavolta sono un po’ inespressive, non colpiscono come dovrebbero di norma: solo a tratti sono più taglienti, quando il riffage si fa un po’ più suscettibile e non è solo un macinare un po’ sterile. A questo effetto contribuiscono anche raccordi molto arditi, stavolta persino a livello progressive, che spesso suonano un po’ forzati. Dall’altro lato, pian piano nella sua evoluzione il brano diventa più convulso e profondo dal punto di vista emotivo, il che gli consente di coinvolgere meglio. In generale, la seconda parte è quella più riuscita, con tante belle frazioni, cambi di ritmo incisivi e un’atmosfera cangiante e avvolgente, che riporta al meglio di I Thought…, ma non manca qualche momento morto. Il risultato è un pezzo riuscito a metà, discreto e piacevole ma non grandioso, il punto più basso dell’album che chiude.

Per concludere, nonostante i suoi difetti I Thought There Was the Sun Awaiting My Awakening si rivela un buon album, con qualche picco di gran interesse. Certo, di sicuro quella dei Diĝir Gidim non è musica per tutti i palati, anzi: se per voi il black è diretto e senza tanti fronzoli, quest’album vi sembrerà solo confusione. Se però non disdegnate il metal sperimentale e amate le cose complicate, magari potete provare, e chissà che non possa fare al caso vostro.

Voto: 77/100


Mattia

Tracklist:
  1. The Revelation of the Wandering – 12:22
  2. Conversing with the Ethereal – 11:17
  3. The Glow Inside the Shell – 10:48
  4. The Eye Looks Through the Veils of Unconsciousness – 12:55
Durata totale: 47:22
Lineup:

  • Lalartu – voce
  • Utanapištim Ziusudra – tutti gli strumenti
Genere: black/avant-garde metal

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