Pentagram – Last Rites (2011)

Per chi ha fretta:
Nonostante la loro carriera piena di capolavori, anche i Pentagram possono sbagliare un disco: è il caso del loro sesto album, Last Rites (2011). Si tratta di un lavoro con diversi difetti, in primis il suono, troppo leggero per lo stile degli americani, che si accoppia anche a una certa mancanza di grinta. In generale, abbiamo un disco rilassato, senza l’impatto né l’oscurità degli album storici, oltre che un po’ trascurato e di maniera. Completa il quadro una scaletta un po’ ondivaga, che a pezzi ottimi come Into the Ground, American Dream, Walk in the Blue Light e Nothing Left accoppia alcuni picchi negativi. Certo, non parliamo di un album negativo: la maggior dei pezzi è decente, e qualche esperimento è ben riuscito. Tuttavia, Last Rites si rivela un album solo discreto e piacevole, buono per un ascolto disimpegnato ma poco adatto se cercate un capolavoro come altri episodi nella discografia dei Pentagram.

La recensione completa:
“A volte anche i migliori sbagliano” dice un famoso proverbio: è una verità che si può applicare quasi in ogni situazione, e la musica non fa eccezione. Capita a volte che anche un gruppo celebre ogni tanto possa steccare un album: è per esempio il caso dei Pentagram. Parliamo di un ensemble storico del doom metal, uno dei primi a suonare questo genere, che nel tempo si è contraddistinto per una discografia solida, piena di capolavori e di album di alto livello. Eppure, anche gli americani sono incappati in una battuta d’arresto: è successo nel 2011, quando la Metal Blade Records ha pubblicato il loro sesto lavoro in studio, Last Rites. Sono tanti i suoi difetti, tra cui il più evidente fin dal primo ascolto è la registrazione: rispetto a quelle classiche del gruppo è un po’ leggerina, quasi più da hard rock che da doom metal. Eppure, le ritmiche dei Pentagram si rifanno sempre al secondo, e il risultato è un po’ stridente, oltre a mancare di grinta. Ma questo è da imputare al gruppo stesso, più che al suono:  Last Rites infatti è un album molto rilassato, forse troppo, non ha né l’impatto né l’oscurità dei lavori storici del gruppo. È quasi come se gli statunitensi non avessero avuto voglia di impegnarsi per realizzarlo: è anche il motivo per cui parecchie canzoni per quanto divertenti suonino molto di maniera, e la qualità media sia ondivaga. Intendiamoci: Last Rites è comunque un album ben lontano dall’insufficienza, e presenta spunti interessanti, come le venature stoner rock che spuntano a tratti oppure qualche esperimento abbastanza inedito per i Pentagram. Tuttavia, è un album non al livello del loro nome, e fa fatica a non scomparire se confrontato con gli episodi migliori della loro discografia.

Senza alcun intro, Treat Me Right va dritta al punto, col suo riff circolare e impastato di vaga influenza stoner. È questo, insieme alla voce sguaiata dell’inossidabile Bobby Liebling, a fare da base al pezzo: c’è giusto spazio qua e là per qualche variazione leggermente più doomy e per un paio di bei assoli di Victor Griffin. Per il resto abbiamo un pezzo semplice e anche breve (appena due minuti e mezzo) ma coinvolgente, che tutto sommato apre le danze a dovere. La successiva Call the Man parte da un intro molto oscuro, che presenta prima effetti quasi orrorifici, poi venature doom cupe. È però una falsa partenza: la traccia vera e propria è più leggera e placida grazie a forti influssi anni settanta, ben in evidenza nei fraseggi delle strofe, al tempo stesso energici e rilassati. Anche più morbidi sono i ritornelli, riflessivi e con elementi rock che li rendono un po’ troppo leggerini per incidere. In generale, se alcuni spunti sono riusciti, altri sembrano davvero privi di mordente. Gli unici davvero efficaci sono i soliti assoli di Griffin e il riff di base, per il resto abbiamo un pezzo certo non memorabile. È tutt’altra storia con Into the Ground, traccia non aggressiva ma che nelle ritmiche iniziali mostra un’anima cupa. È la stessa base che regge i refrain, di ottima potenza ma al tempo stesso catturanti. Più tranquille sono invece le strofe, lievi e con un riffage quasi delicato, e i bridge, con belle armonizzazioni di chitarra pulita, ma non è un problema: l’assenza di grinta stavolta è compensata da una bella atmosfera, molto avvolgente. C’è poco altro da riferire a parte una frazione centrale ben fatta: è la ciliegina sulla torta di un gran pezzo, uno dei picchi di Last Rites! È ora il turno di 8, piuttosto crepuscolare sin dal lungo intro melodico, ma quando entra nel vivo assume un’aura d’attesa, quasi ansiosa, che colpisce in maniera discreta grazie al riffage ancora molto lieve ma strisciante. Questa base si alterna più di una volta con scoppi di energia pesanti e a volte rallentati, che riportano il tutto in una dimensione doom più oscura. Entrambe le parti sono realizzate a dovere, ma la struttura sembra lasciata un po’ a sé stessa, con tanti cambi di ritmo e di atmosfera spesso un po’ forzati. Nel complesso il risultato è solo piacevole e sufficiente.

Al contrario della precedente, Everything’s Turning to Night è molto meno tortuosa, il che le consente di funzionare meglio. L’accoppiata tra strofe placide ma con un vago accenno sinistro e momenti più potenti e anche piuttosto oscuri è ben fatta: entrambi convincono a dovere, grazie anche a melodie ben riuscite. Certo, c’è qualche momento che funziona meno – come la rutilante frazione finale – ma stavolta sono dettagli: tutto sommato il pezzo è di buona qualità. È ora la volta di Windmills and Chimes: si tratta di una ballad sempre molto tranquilla, con la chitarra pulita e quella distorta che si incrociano senza mai salire di voltaggio. Anche la voce di Liebling, seppur a volte sia urlata, ha in sé una certa dolcezza, che si accentua nei chorus, riflessivi e con persino una vena folk rock. Quest’ultima peraltro è presente in maniera vaga in tutto il pezzo, ma non stona; vale lo stesso per le influenze blues presenti qua e là, in special modo nei soliti assoli di Griffin, piuttosto lunghi ma sempre di valore. Ne risulta un esperimento molto atipico per i Pentagram, ma buono e godibile il giusto. Va però ancora meglio con American Dream, che illude di essere un altro lento con un nuovo intro pacifico ma poi diviene un crescendo che pian piano si fa più graffiante e oscuro. La norma è un doom non potentissimo ma che riesce a graffiare, grazie anche a Griffin, qui anche al microfono: è su questa base che si aprono gli stacchi più vari. Alcuni sono lugubri e striscianti ma non estroversi, quasi occulti, mentre in altri momenti, come per esempio al centro, il brano mostra invece un’ottima energia, e il finale stacca per una coda mogia e tranquilla. In ogni caso, ogni momento funziona a dovere: è per questo che abbiamo un buonissimo pezzo, poco distante dal meglio di Last Rites.

Sin dal riffage che entra in scena dopo un breve intro ossessivo, Walk in the Blue Light sa un po’ di già sentito. È però il suo unico difetto: per il resto abbiamo un ottimo pezzo doom, che fluisce ossessivo ma senza annoiare. La sua falsariga si ripete a lunga, col suo riffage doomy circolare e di discreta potenza, ma i Pentagram stavolta inseriscono le giuste variazioni: per esempio, frazioni cantate da Liebling e altre rese interessanti dal lavoro solistico di Griffin si alternano spesso in un affresco molto avvolgente. Il risultato è molto valido e di nuovo non troppo distante dai picchi dell’album. Come dice il nome stesso, Horseman è caratterizzata da ritmiche di base cavalcanti che si alternano con momenti tranquilli. Tuttavia, stavolta nulla funziona: se i secondi sono un po’ stucchevoli ma tutto sommato si lasciano ascoltare, le prime sembrano un po’ un cliché, a tratti persino ridicole. Di fatto l’unico tratto discreto è quello centrale, più aperto e impreziosito dall’ennesimo assolo di qualità, ma non basta per risollevare il pezzo, che è il punto più basso della scaletta. Per fortuna, a questo punto Last Rites si ritira su con Death in 1st Person, canzone obliqua in cui gli sperimentano ancora. Lo fanno sia nelle strofe, espanse e sinistre coi loro effetti, sia nei passaggi che le raccordano, sbiechi e seriosi, molto particolari. Strana si rivela anche la frazione centrale, con melodie storte che ricordano lo stoner e in parte addirittura punk e grunge. Si integra però abbastanza bene in un pezzo bizzarro ma che funziona a dovere: non sarà il migliore del disco, ma sa bene il fatto suo. La fine è ormai giunta, e per l’occasione gli americani schierano Nothing Left, che all’inizio può sembrare ancora tranquilla, ma in realtà ha una certa aggressività, che esplode poco dopo. Le strofe sono potenti e quasi rabbiose, grazie al riffage graffiante e a un Liebling caustico. Questa norma confluisce poi in refrain meno energici e veloci ma con un mood lugubre e strisciante che incide a dovere. Il resto è invece più calmo, ma la potenza è sempre elevata grazie a un riffage ben congegnato; completa il quadro il solito gran lavoro di chitarra. È il carico da novanta del pezzo migliore dell’album con Into the Ground e American Dream, che chiude l’album col botto (anche se il finale vero e proprio è una breve ghost track col riff iniziale di All Your Sins, traccia dello storico esordio Relentless).

Per concludere, pur coi suoi difetti Last Rites è un album sopra alla sufficienza, e con alcuni bei pezzi che ne giustificano l’acquisto. Certo, se cercate un capolavoro al livello dei classici dei Pentagram, il consiglio è di evitarlo; se però quello che volete è un album doom che vi intrattenga per tre quarti d’ora, allora è adatto alle vostre esigenze!

Voto: 70/100


Mattia
Tracklist:
  1. Treat Me Right – 02:32
  2. Call the Man – 03:49
  3. Into the Ground – 04:21
  4. 8 – 05:01
  5. Everything’s Turning to Night – 03:18
  6. Windmills and Chimes – 04:32
  7. American Dream – 04:32
  8. Walk in the Blue Light – 04:59
  9. Horseman – 03:38
  10. Death in 1st Person – 04:01
  11. Nothing Left – 03:36
  12. All Your Sins – reprise (ghost track) – 00:57
Durata totale: 45:16
Lineup:

  • Bobby Liebling – voce
  • Victor Griffin – chitarra
  • Greg Turley – basso
  • Tim Tomaselli – batteria
Genere: doom metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Pentagram

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