Tethra – Like Crows for the Earth (2017)

Per chi ha fretta:
Like Crows for the Earth (2017), secondo album dei novaresi Tethra, è un album meno ispirato del loro esordio Drowned into the Sea of Life (2013). Forse a causa dei tanti cambi di formazione, il gruppo ha perso un po’ del suo equilibrio, il che si riflette nella mancanza di una direzione decisa e in una scaletta un po’ ondivaga con troppi interludi riempitivi. In più, c’è una certa mancanza di hit: solo la lenta e profonda The Groundfeeder, la malinconica title-track e in parte la tranquilla Springtime Melancholy funzionano in questo senso, le altre sono più o meno buone ma senza spiccare. Certo, è vero che dall’altro lato l’evoluzione dei piemontesi verso il gothic è convincente; inoltre, l’album è perfetto dal punto di vista della tecnica e del suono. Sono buoni punti di forza, che aiutano a rendere Like Crows for the Earth un buon lavoro, seppur i Tethra possano probabilmente fare di meglio!

La recensione completa:
“Hanno grandi margini di miglioramento”: questo dicevo dei novaresi Tethra nel lontano 2014, nella recensione del loro esordio Drowned into the Sea of Life. Parliamo peraltro di un album con un gran equilibrio tra le varie componenti e un gran affiatamento tra i musicisti, che sfiorava il capolavoro. Purtroppo però il destino aveva altro in mente rispetto al mio augurio: tra il 2014 e il 2016 la formazione fu stravolta, lasciando solo il cantante Clode come unico membro superstite. Così facendo, in un modo o nell’altro i Tethra hanno perso un po’ della loro magia e della loro originalità: è quel che si sente in Like Crows for the Earth, comeback discografico uscito lo scorso 11 febbraio sotto Sliptrick Records. Si tratta di un lavoro meno equilibrato del predecessore: al contrario di questo, che era molto convinto sulla sua strada, sembra mancare di una direzione davvero decisa. Ciò si riflette in primis su una scaletta un po’ ondivaga, con qualche punto morto e tanti, troppi interludi che ne rompono il dinamismo; in più, se di solito i pezzi sono di buona qualità, mancano quelle hit che possono fare la fortuna di ogni lavoro. Intendiamoci, la sostanza non manca: Like Crows for the Earth è convincente sotto molti punti di vista, in primis dell’evoluzione musicale affrontata dai Tethra. Rispetto all’album precedente, la componente death metal si è un po’ affievolita, anche se non è sparita del tutto; il gruppo l’ha sostituita con un forte spostamento verso il gothic. Il risultato è un suono malinconico, ispirato a Draconian, My Dying Bride, Paradise Lost ma non risulta troppo trito, un connubio che avvolge bene. In più, a livello formale Like Crows for the Earth è perfetto: nulla da dire dal punto di vista tecnico, come anche da quello del suono, energico e graffiante, che ben valorizza la potenza del gruppo.  Parliamo insomma di un buon album, godibile e con qualche spunto di gran valore, ma visto quanto sentito nell’esordio dai Tethra era lecito aspettarsi ben di più.

Le danze partono da Resilience, intro placido in cui un violino si accoppia a una chitarra di vaga eco progressiva e a fraseggi quasi post-rock. Si crea un bell’ambiente, delicato, una bella introduzione per la vera opener, Trascending Thanatos, che esplode poco più tardi con un riff pesante e avvolgente. È quello che, con qualche modifica, regge i ritornelli, potenti sia a livello musicale che a livello di atmosfera, triste e intensa. Diverse e spiazzanti sono invece le strofe, che si dividono tra momenti arcigni di ascendente death col growl di Clode ma quasi intimisti, e momenti spezzettati e obliqui. Proprio questi ultimi però sono il difetto del pezzo: non brillano né per energia né per aura, interrompono solo il dinamismo del resto. È un vero peccato, considerando che sia il resto della norma principale che le variazioni (come la frazione centrale divisa tra la delicatezza e qualcosa di più animato ma ancora espressivo) funzionano a meraviglia. Ne risulta un pezzo buono, che aveva però le potenzialità per essere eccezionale. Come dice il nome stesso, Prelude to Sadness non è altro che una breve introduzione, dominata di nuovo da arpeggi di chitarra. È piacevole ma va avanti un pelo troppo, prima che Springtime Melancholy entri in scena: in principio è tranquilla e lenta, crepuscolare e quasi sognante, e coinvolge nonostante i toni morbidi. Sembra quasi che tutto il pezzo debba muoversi su queste coordinate quando invece esplode una frazione più potente ma che non spezza il mood precedente: esso si fa anzi più forte grazie alla voce pulita del frontman e alle melodie gothic che spuntano spesso. Solo a tratti c’è spazio per qualche momento che pur non accelerando si fa più sinistro e rabbioso, turbando la serenità depressa di un complesso in cui però si incastra bene. Per il resto si alternano solo le sue due componenti senza mutamenti troppo grandi (se non nel finale, che unisce le due anime), ma non è un problema: abbiamo un episodio avvolgente e di ottima fattura, poco lontano dai migliori di Like Crows for the Earth!

Un intro dal sapore orientale, con il suono del sitar, poi Deserted strappa come un pezzo obliquo, oscuro e a tratti dissonante. È una natura che viene fuori sia dai momenti strumentali più d’atmosfera sia nelle strofe, ritmate e rabbiose, in cui i Tethra pendono di più sul loro lato death. Solo i chorus sono più armoniosi, col ritorno delle influenze esotiche iniziali accoppiate a una norma più tranquilla della media del pezzo. In ogni caso funzionano a dovere, come del resto la sezione centrale, in principio morbida, poi in crescendo coi bei assoli e gli incastri ritmici di Luca Mellana e Gabriele Monti. Ne risulta un pezzo forse non trascendentale ma buono e godibile al punto giusto. È quindi il turno di Subterranean, altro interludio stavolta più espanso e con la voce pulita e quasi evocativa di Clode sopra ai lenti arpeggi della chitarra pulita. Questa norma va avanti a lungo, prima di farsi più espansa e calma nel finale, perdendo la componente vocale. Nel complesso è caruccia, anche se la mia impressione è che Like Crows for the Earth potesse farne tranquillamente a meno. È invece tutt’altra storia con The Groundfeeder, traccia doom lenta e profonda con due anime distinte. La prima è più gotica ed evoca una gran depressione, a tratti quasi nichilista: la si può sentire all’inizio, anche se l’esempio migliore sono i bridge e i ritornelli. I primi sono lunghi ed espansi, oltre che leggeri: le chitarre sono rarefatte, mentre a mettersi in mostra è il bassista Salva Duca. I secondi invece hanno un po’ più di potenza, ma la voce pulita di Clode e la dilatazione anche maggiore li rendono decadenti e quasi disperati, ma composti. Il pezzo ha però anche un lato più ordinato e al tempo stesso più aggressivo e cupo, grazie a decise venature death: è quello che viene fuori nelle strofe, oblique e minacciose, sia nella parte centrale, potente e più veloce ma anche con una vaga sensazione epica. Completano il quadro alcune frazioni rarefatte, a metà tra gothic e addirittura black metal, che danno un tocco d’atmosfera in più al pezzo. Sono l’ennesimo particolare ben riuscito di un pezzo però splendido, uno dei picchi della scaletta! La successiva Entropy è invece l’ennesimo interludio di chitarre pulite, in questo caso molto lente e mogie, che a questo punto non riesce nemmeno a emozionare: colpa forse delle melodie, parecchio insipide. E visto che almeno a livello musicale sembra scollegato anche dalla traccia successiva, si tratta di un frammento davvero inutile ai fini del disco.

A questo punto, l’album si ritira su con Syncronicity of Life and Decay, non velocissima ma vorticosa specie a livello emotivo: lo si sente già dal bell’inizio, semplice ma di gran impatto sentimentale. Quando poi entra nel vivo, la musica vira verso l’oscurità: abbiamo una progressione a tinte death/doom, seppur le melodie spuntino spesso. In ogni caso, la struttura è tortuosa, a tratti labirintica, ma ogni riff colpisce alla grande, e anche le dinamiche sono ben impostate. Così, funzionano bene sia i pezzi più graffianti che quelli più melodici che si aprono specie nella seconda metà, riportando alla mente l’inizio. Degno di nota è l’assolo finale, sentito ed evocativo: è la ciliegina sulla torta di un ottimo pezzo, a poca distanza dal meglio di Like Crows for the Earth! La seguente Earthless comincia molto espansa, ma poi svolta su una norma movimentata e preoccupata, di chiaro influsso gothic metal. È un’impostazione che si conferma anche in seguito: la base è abbastanza semplice, alterna strofe morbide, docili e chorus più metallici, ma evocano ancora un’aura mogia. C’è poco altro nel brano a parte una frazione centrale un po’ più movimentata ed energica, ma senza rinunciare alla melodia, sempre in primo piano. Di fatto la struttura è semplice, il che è anche il difetto del brano: i suoi quasi sette minuti la rendono un po’ prolissa a tratti, e non aiuta il fatto che le varie soluzioni siano tutt’altro che eccelse. Abbiamo insomma un pezzo discreto ma che risulta forse il meno bello tra i brani “veri” della scaletta. Sin dalla voce distorta di Clode che la apre, la conclusiva Like Crows for the Earth ha un’aura desolata e cupa, molto avvolgente. È la stessa che coinvolge sia nei momenti più diretti e potenti, di stampo più doom, che quelli più espansi, con un riffage di armonizzazioni molto delicate. Il tutto avanza in maniera placida, con poche variazioni macroscopiche ma tanti piccoli arrangiamenti che stavolta contribuiscono a non annoiare, aiutati in questo anche dalla già citata atmosfera, che per l’occasione attraversa diverse sfumature. Si cambia verso solo verso il centro, che assume coordinate più death, ma senza vanificare l’essenza espansa del resto. È  anzi un passaggio ben integrato in un pezzo di ottima qualità, il migliore dell’album a cui dà il nome con The Groundfeeder.

In conclusione, nonostante i suoi problemi Like Crows for the Earth è un buon album, interessante e con un paio di pezzi rilevanti. È vero anche che visto quanto sentito nell’esordio, ritrovando l’equilibrio e la classe in parte perduta i Tethra potrebbero forse fare molto meglio di così. Ma in fondo ci si può accontentare: se quindi vi piacciono quei dischi sulla linea di confine tra doom, death e gothic metal, è probabile che quest’album faccia al caso vostro.

Voto: 78/100

Mattia

Tracklist: 

  1. Resilience (intro) – 01:04
  2. Trascending Thanatos – 06:09
  3. Prelude to Sadness – 01:07
  4. Springtime Melancholy – 06:58
  5. Deserted – 06:25
  6. Subterranean (Interlude) – 02:32
  7. The Groundfeeder – 06:48
  8. Entropy – 01:30
  9. Synchronicity of Life and Decay – 04:34
  10. Earthless – 06:46
  11. Like Crows for the Earth – 06:02

Durata totale: 49:55

Lineup:

  • Clode Tethra – voce
  • Luca Mellana – chitarra
  • Gabriele Monti – chitarra
  • Salva Duca – basso
  • Lorenzo Giudici – batteria

Genere: death/doom/gothic metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei Tethra

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