Anthrax – Spreading the Disease (1985)

Per chi ha fretta:
Spreading the Disease (1985), secondo album degli Anthrax, è un lavoro di grandissima sostanza. Nonostante il solo anno passato dall’irruento e acerbo esordio Fistful of Metal (1984) e i due cambi di lineup avvenuti nel frattempo, si tratta di un prodotto superiore sia per maturità e personalità che per qualità. Lo si sente bene nella scaletta, piena di pezzi variegati e di gran levatura, tra cui spiccano la irruenta A.I.R., la possente Lone Justice, l’orecchiabile singolo Madhouse, la distruttiva Armed and Dangerous e la scheggia impazzita finale Gung-Ho. E così nonostante qualche sbavatura a livello formale e un paio di pezzi meno buoni, Spreading the Disease è comunque un capolavoro dello speed/thrash metal, da avere se si è fan di queste sonorità!

La recensione completa:
1984: dopo una breve gavetta, i newyorkesi Anthrax pubblicano il loro esordio Fistful of Metal. Si tratta di un album forse un po’ ingenuo se sentito oggi, ma seminale sotto molti punti di vista: tra i gruppi storici del thrash metal  all’epoca solo Metallica e Slayer avevano pubblicato un full-lenght.  È inoltre il primo in assoluto del genere proveniente della East Coast degli Stati Uniti, il che li pose subito alla guida una scena meno grande e famosa di quella californiana, ma altrettanto valida. Ma forse il contributo maggiore di Fistful of Metal è quello di aver dato il nome al thrash metal, con quella Metal Thrashing Mad divenuta proprio per questo uno dei pezzi più celebri degli Anthrax. Oggi, a oltre trent’anni di distanza, questi meriti dei newyorkesi sembrano un dato di fatto acquisito, ma forse all’epoca il successo non era poi così scontato per il gruppo. C’è da ricordare che dopo l’uscita dell’esordio, due membri importanti come il cantante Neil Turbin e il bassista Dan Lilker lasciarono il gruppo. Un colpo del genere poteva far vacillare molti gruppi, ma non gli Anthrax, che li sostituirono con Joey Belladonna e Frank Bello (in quella che è peraltro la formazione classica del gruppo) e poi pubblicarono Spreading the Disease. Si tratta di un album che nonostante il solo anno di distanza dal precedente dimostra progressi incredibili, specie a livello di maturità. Seppur ancora presentino in parte forti influssi speed, gli Anthrax suonano qui molto più consapevoli: ciò è avvertibile nella personalità e nella varietà delle canzoni, forse un po’ meno irruente ma scritte a meraviglia. Il risultato è che Spreading the Disease è splendido, forse non perfetto dal punto di vista formale come si è abituati oggi ma con una sostanza difficile da imitare. E in fondo né qualche approssimazione qua e là né il suono un pelino grezzo sminuiscono il suo valore, che resta elevatissimo anche a trentadue anni di distanza.

La opener A.I.R. (sigla che sta per “Adolescence in Red”: cita sia N.I.B. dei Black Sabbath che le sue liriche sull’adolescenza) ha un avvio lento e riflessivo, ma dopo poco si scatena in una norma base di grandissima energia distruttiva, velocissima e affilata come un rasoio. È un’impostazione che regge anche le strofe ma in maniera più lenta e dritta, con un senso di divertimento che nasconde però una certa preoccupazione. Sullo sfondo per parte del pezzo, essa fluisce con forza nei bridge, che si fanno più cupi coi giri vorticosi delle chitarre e del basso, fino a esplodere nell’apice dei ritornelli, resi quasi dolorosi dalla voce acuta di Belladonna. Per il resto la struttura è abbastanza lineare, c’è spazio solo per un grandioso intermezzo di tempo medio al centro che riprende le suggestioni dei chorus. È un altro particolare funzionale per un pezzo perfetto che dà a Spreading the Disease un avvio col botto! Un intro classico del basso di Bello introduce la successiva Lone Justice, che poi diventa un pezzo di gran potenza con in bella vista il riffage di Scott Ian e le trame solistiche di Dan Spitz. È l’inizio di una norma che poi aumenta in tensione: le strofe sono energiche e movimentate, ma al tempo disimpegnate. Di nuovo però la situazione non è destinata a continuare: presto si vira su una falsariga più profonda , con bridge crepuscolari e dissonanti che sfociano in ritornelli di gran pathos,catturanti in una maniera incredibile sia nella metà più melodica che in quella più pestata. A parte un altro assolo ottimo al centro c’è davvero poco in un pezzo che passa in fretta ma colpisce a meraviglia: seppur sia sottovalutato, per me è addirittura tra i picchi del disco! Dopo due sassate del genere gli Anthrax piazzano saggiamente un pezzo più calmo, nientemeno che la leggendaria Madhouse – scelta non a caso anche come singolo di lancio. È una delle hit più famose del gruppo, e non è difficile capire perché: si tratta di un episodio lineare e molto orecchiabile, che dopo l’intro parlato e un passaggio strumentale che ne anticipa i temi comincia una progressione coinvolgente. Si parte da strofe preoccupate ma aperte e non troppo aggressive; l’evoluzione porta questa componente a farsi sempre più oscura e tempestosa , seppur ci siano anche momenti più aperti. È il preludio ai ritornelli, liberatori e molto catchy, che si fanno di colpo più scanzonati. È un’impostazione un po’ schizofrenica (è proprio il caso di dirlo) ma funziona molto bene: ogni arrangiamento e ogni melodia è piazzata bene al suo posto. Abbiamo insomma un pezzo semplice ma grande, a pochissima distanza dal meglio di Spreading the Disease!

S.S.C./Stand or Fall ha un intro strano, quasi orientaleggiante, ma presto la chitarra di Spitz prende il sopravvento: dopo un assolo vorticante, strappa un pezzo di gran energia. Stavolta gli Anthrax cercano di variare un po’ più la formula: per esempio le strofe e ciò che le circonda pendono di più sul loro lato speed, con armonizzazioni quasi da heavy classico, seppur il thrash sia ancora presente. Ancora diversi sono bridge e ritornelli, con dissonanze di origine punk che li rendono obliqui ma riescono a colpire allo stesso modo. Ottima anche la sezione centrale, che mescola le varie componenti del complesso in qualcosa di convincente. È un altro passaggio ben riuscito di un pezzo che forse non spiccherà tra i migliori dell’album ma sa pienamente il fatto suo: tanti gruppi pagherebbero per raggiungere questi livelli! The Enemy, che segue, è anch’essa diversa dalla norma dei newyorkesi, come si sente già dalle prime percussioni echeggiate di Charlie Benante, seguito da lead dilatati e morbidi. È l’inizio di un brano che poi si potenzia ma resta espanso: per quanto energiche, le ritmiche preferiscono evocare atmosfera che graffiare, grazie  a un tempo più rilassato che in precedenza. La norma principale è inoltre molto fosca, cupa e tende ad accumulare lentamente tensione, che si potenzia nei bridge per poi esplodere nei ritornelli, più rutilanti del resto con l’alternanza tra un Belladonna intenso e una voce più sguaiata e oscura. Il tutto è più catturante e tranquillo della media: solo nella sezione centrale si accelera, per uno sfogo di potenza fantastica, che corona al meglio il complesso. La grinta però non manca anche nel resto: nonostante la sua particolarità, abbiamo un brano eccellente, che certo non stona in Spreading the Disease. Al contrario della canzone appena terminata, Aftershock è un brano di pura potenza, che tira dritto per la sua strada senza grandi fronzoli e punta solo ad aggredire. Lo si sente sin dalla progressione speed iniziale, per poi cominciare ad alternare strofe ritmate e dirette, bridge con strani cori obliqui e ritornelli di gran potenza. Sia le prime che gli ultimi funzionano abbastanza bene, ma lo stesso non si può dire dei secondi: non suonano granché bene, sembrano un po’ telefonati e ingenui. Ma in fondo non è un gran problema: come detto la norma principale sa il fatto suo, come anche le due selvagge parti solistiche al centro e nel finale. Se è il meno bello dell’album, parliamo comunque di un buonissimo pezzo, che in un album diverso brillerebbe molto di più.

Coi suoi arpeggi docili e tristi, all’inizio Armed and Dangerous dà quasi l’idea di essere una di quelle classiche ballad che già all’epoca cominciavano a prendere piede nell’hard ‘n’ heavy più melodico. È una suggestione che prosegue anche quando la voce di Belladonna infonde al tutto un bel pathos, e poi quando le chitarre divengono distorte, ma senza mai interrompere l’aura profonda del resto. La natura vera del pezzo è però un’altra, e si rivela solo dopo quasi due minuti, quando d’improvviso parte una cavalcata impetuosa e incalzante ai massimi termini. Lo è a partire dalle strofe, che travolgono tutto senza pietà per poi farsi anche più tempestose nei bridge e confluire infine nell’apoteosi dei ritornelli, più aperti ma con l’energia distruttiva di un treno in corsa. C’è poco altro da riferire a parte un assolo al centro, contorto e che amplifica l’urgenza del resto: è la ciliegina sulla torta di un pezzo meraviglioso, uno dei picchi indiscutibili di Spreading the Disease. Dopo un terremoto del genere, si tira un po’ il fiato con Medusa, che si muove tutta su un tempo medio. Ma non per questo manca la potenza: il riffage di base è circolare e molto intrattenente, e pur non aggredendo colpisce bene. Lo stesso si può dire sia dei bridge, più lenti e con un riffage quasi heavy classico, sia dei ritornelli, più strani e obliqui, ma che in qualche modo coinvolgono a dovere. In effetti, anche il resto presenta a tratti un buon numero di bizzarrie, e unita all’anima più metal tradizionale di molti passaggi rendono il brano una mosca bianca all’interno dell’album. Non che sia un problema: pur non essendo al livello del meglio della scaletta sa divertire al punto giusto. Nel finale si torna quindi a correre con Gung-Ho, episodio quasi furibondo che sin dall’inizio mostra un riff a mitragliatrice sparato alla massima velocità. Esso regge buona parte del pezzo, spesso in gran velocità: si rallenta solo per brevi momenti nei bridge, che comunque compensano con cori di gran forza. Solo a tratti questa basa ritmica lascia la strada a momenti più obliqui retti da lead di chitarre acide: ciò accade ogni tanto per spezzare le strofe, ma più spesso nei refrain, quasi sinistri ma al tempo stesso molto divertenti. Del resto ogni arrangiamento va in questo stesso senso: basterebbe solo citare il lungo finale, che dopo la fine caotica di questa scheggia impazzita prosegue con suoni e vocalizzi demenziali e melodie sconnesse. È il perfetto biglietto da visita del lato meno serio degli statunitensi, oltre che un finale adatto per un pezzo splendido, poco sotto al meglio del disco.

A questo punto non c’è rimasto molto da dire: Spreading the Disease è un album grandioso, un capolavoro assoluto del thrash metal anni ottanta. Ed è anche un bel trampolino di lancio che porterà poi gli Anthrax alla maturazione finale con Among the Living, con cui due anni dopo riusciranno persino a fare meglio. Per entrambi questi motivi, se amate il thrash classico questo è un album che non può mancarvi!

Voto: 96/100


Mattia

Tracklist: 
  1. A.I.R. – 05:44
  2. Lone Justice – 04:37
  3. Madhouse – 04:17
  4. S.S.C./Stand or Fall – 04:09
  5. The Enemy – 05:23
  6. Aftershock – 04:29
  7. Armed and Dangerous – 05:43
  8. Medusa – 04:43
  9. Gung-Ho – 04:35
Durata totale: 43:40
Lineup:
  • Joey Belladonna – voce
  • Dan Spitz – chitarra solista
  • Scott Ian – chitarra ritmica
  • Frank Bello – basso
  • Charlie Benante – batteria 
Genere: thrash metal
Sottogenere: speed thrash metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale degli Anthrax

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