Stilema – Ithaka (2017)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEIthaka (2009) è il terzo EP dei laziali Stilema, ma il primo in stile metal dopo gli inizi folk rock del gruppo. 
GENEREUn folk metal epico, elegante, antico e melodico, con un suono molto mediterraneo.
PUNTI DI FORZAUno stile originale e fresco, specie rispetto al folk nordico; il cantato in italiano, una buona grinta, atmosfere a tinte evocative. Soprattutto però c’è una grande cura per le melodie, che abbelliscono bene la musica e creano un bel contrasto con la parte metal.
PUNTI DEBOLIUna registrazione un po’ piatta.
CANZONI MIGLIORISole d’Inverno, Girone dei Vinti
CONCLUSIONINonostante la brevità, Ithaka  resta un EP eccellente, con cui gli Stilema si rivelano una band promettente al massimo. 
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VOTO FINALE
Su un massimo di 80 per gli EP
78
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Parlando di folk metal, è indubbio che la Scandinavia abbia una marcia in più, non solo per quanto riguarda la fama ma anche per la qualità. Lo dimostrano se non altro tanti gruppi rilevanti provenienti dal Nord Europa e i tantissimi capolavori da essi prodotti, obbligatori per ogni fan del genere che si rispetti. Questa brillantezza ha però anche dei lati negativi: per esempio , il fatto che al momento la maggior parte dei gruppi folk metal nel mondo si ispirino proprio alla scena scandinava, tralasciando invece i suoni della propria terra, che magari renderebbero meglio. In sé questo non è un problema se la band in questione ci sa fare, ma più spesso il risultato è derivativo; ben venga quindi chi propone qualcosa di diverso, come per esempio i laziali Stilema, usciti qualche mese fa col loro terzo EP Ithaka. Il loro background è un po’ diverso dalla norma: sono nati come gruppo folk/rock/cantautoriale, e solo in un secondo momento hanno appesantito le proprie sonorità fino a raggiungere il metal. Proprio questa caratteristica li ha portati a sviluppare un suono più personale rispetto alla media: sono rari gli spunti che si rifanno al folk nordico, il loro stile ha poco di estremo e preferisce una natura “antica” ed elegante. Soprattutto però è un genere molto “mediterraneo” nelle sue suggestioni: oltre alla musica, questo trapela anche dalla bella copertina (firmata dall’artista Elena Bugliazzini). Già questo basterebbe a rendere Ithaka interessante, ma gli Stilema hanno molto di più da offrire: per esempio, brilla il loro ampio spettro di influenze, che va dal rock alla musica orchestrale e neoclassica (queste ultime sono peculiari, non usate nel modo tradizionale del metal sinfonico). Il vero punto di forza che rende gli Stilema speciali è però il loro lavoro in fase melodica: le armonie principali sono brillanti e colpiscono alla grande, ma la differenza la fanno quelle nascoste, specie per quanto riguarda gli strumenti tradizionali. In Ithaka questi ultimi non sono sparati a mille né vengono impiegati in giri oscuri o aggressivi come nella norma del genere, sono anzi abbellimenti tranquilli il cui contrasto con la potenza metal funziona molto bene. Così, nonostante le loro melodie in fondo non siano il massimo dell’innovazione, il genere degli Stilema risulta molto personale, oltre che fresco, convincente e di gran intrattenimento. Contribuiscono a questo effetto anche dettagli ben riusciti come il cantato in italiano, il tono spesso epico dell’atmosfera oppure la passione che trapela tra le righe. Ithaka è insomma un EP maturo e ben riuscito, senza quasi difetti: l’unico da citare è la registrazione, nitida al punto giusto (si sente ogni strumento, compreso il basso di Francesco Pastore) ma a volte un po’ piatta, rimbombante e secca. In fondo è un difetto scusabile, considerando che parliamo di un EP di un gruppo ancora giovane, e non dà troppo fastidio alla buona riuscita di un lavoro che resta di altissima qualità.

Un intro di risacca a cui presto subentra un arpeggio di chitarra e delle lievi orchestrazioni, poi Ithaka entra in scena movimentata ma al tempo stesso placida e malinconica. È un’essenza che avvolge tutta la canzone, accomunando sia le strofe, tranquille e di basso profilo, sia i ritornelli, più rutilanti grazie alla chitarra di Federico Mari, ai giri folk e a Gianni Izzo che alza la voce. C’è poco altro in un brano che però risulta sempre fascinoso e incalzante, grazie alle belle decorazioni di violino, flauto e tastiera, che si sposano molto bene con l’elemento metal nel creare un affresco molto immaginifico. Ottima anche la parte centrale, che alterna passaggi tranquilli, soffici, senza tracce di rock e altri più movimentati ma sempre con belle melodie e un’aura avvolgente, che varia tra l’epicità e il pathos. Da citare è anche la sezione conclusiva, in cui il frontman cita in greco uno stralcio del poema Konstantinos Kavafis che dà il nome alla traccia, prima che la musica riparta con ancor più intensità. È un altro bel punto per una canzone splendida: se le altre due non fossero anche meglio sarebbe la hit assoluta dell’EP, ma nonostante questo apre le danze alla grandissima! La successiva Sole d’Inverno prende il via da un intro a metà tra sinfonico, neoclassico e medioevale, un’impostazione che resta intatta anche nelle strofe, placide e ricercate. Pian piano però la traccia si anima di più, prima attraversando bridge già abbastanza veloci ma in qualche modo decadenti, preludio a ritornelli di grandissimo impatto, sia per tensione evocativa sia per la melodia di base che si stampa in mente all’istante. Sono il momento migliore di una traccia però tutta valida, sia nella sua norma principale che nelle poche variazioni. In tal senso brillano per esempio la sezione centrale, ottima sia nell’apertura morbida che nella successiva parte solistica della flautista Alessia Oliva, lo stacco più mogio presente sulla tre quarti oppure il gran finale, coi suoi cori battaglieri. Insomma, nel complesso abbiamo un brano eccezionale, che incide alla grandissima. Il colpo del K.O. giunge però con Girone dei Vinti, che perde in parte l’aura epica delle prime due. Lo si può sentire per esempio nell’intro “da taverna”, ma soprattutto nei refrain, allegri e festaioli, con gli strumenti tradizionali in primo piano. Le strofe invece sono più tese e cariche a livello sentimentale, con un riffage spezzettato e potente in mostra sotto alla voce di Izzo, mentre gli strumenti folk e le tastiere si limitano a piccoli abbellimenti. In ogni caso, il contrasto tra le due parti non solo rende il complesso particolare (non è certo la classica canzone da bevuta già sentita mille volte), ma anche molto coinvolgente, grazie a melodie sempre efficaci al massimo. Da citare è anche la parte centrale, più delicata del resto e quasi misteriosa, ma che non stona nel computo di un brano breve ma eccelso: non poteva esserci chiusura migliore per questi quattordici minuti.

Oltre alla registrazione, direi che Ithaka ha un altro difetto molto grave: dura troppo poco! A parte gli scherzi, le tre canzoni qui presenti sono così valide che dopo averle ascoltate viene voglia di sentirne ancora. E io spero di non dover attendere troppo a lungo per farlo: non vedo l’ora di ascoltare qualcosa di nuovo dagli Stilema. Se non altro, visto che il folk metal al momento è un po’ stagnante, c’è un gran bisogno di gruppi dotati di talento e personalità come loro. Anche per questo motivo, se siete fan del genere dovete assolutamente segnarvi il nome dei laziali: se riusciranno a mantenere questo livello faranno il botto, vedrete!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Ithaka06:03
2Sole d’Inverno04:36
3Girone dei Vinti03:26
Durata totale: 
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Gianni Izzovoce e chitarra acustica
Federico Marichitarra elettrica
Francesco Pastoretastiere e basso
Fulvia Farcomeniviolini
Alessia Olivaflauto
Domenico Pastorebatteria
ETICHETTA/E:autoprodotto
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:la band stessa

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