Narthraal – Screaming from the Grave (2017)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEScreaming from the Grave (2017) è l’esordio sulla lunga distanza degli islandesi Narthraal.
GENEREUn death metal che si rifà all’incarnazione svedese, ma con parecchie influenze e sfumature diverse.
PUNTI DI FORZAUn’ottima varietà, strutture semplici ma efficaci, atmosfere oscure ma variegate e penetranti.
PUNTI DEBOLIUna registrazione un po’ rimbombante, qualche sprazzo di ingenuità.
CANZONI MIGLIORIDeath of the Undying (ascolta), Screaming from the Grave (ascolta), Worldwide Destruction (ascolta), Descent into Darkness (ascolta), Disember the Entombed (ascolta)
CONCLUSIONIScreaming from the Grave alla fine si rivela un buonissimo album, consigliato a tutti i fan del classico death metal svedese!
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
83
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Tirare fuori qualcosa di buono suonando death metal è sempre stato difficile, sin dagli albori del genere. Una tecnica sopraffina e una grande passione non sono sufficienti: parliamo di uno dei generi in cui è più facile suonare sterili, noiosi oppure cacofonici. Negli ultimi anni poi suonare del buon death metal è ancora più complicato: vista la grande proliferazione di gruppi, è arduo schivare le tentazioni nostalgiche e non suonare come “la copia di…”. Per fortuna qualcuno però ci riesce ancora: è il caso dei Narthraal e del loro primo album Screaming from the Grave, uscito lo scorso ventisei maggio grazie alla finlandese Inverse Records. Provengono da Hafnarfjörður, terza città dell’Islanda per popolazione, ma il loro sound di base si rifà al death classico di matrice svedese, come si nota già dalla splendida copertina realizzata da Marco Hasmann (artista rinomato già al servizio, tra gli altri, dei nostrani Fleshgod Apocalypse e Vinterblot). Al contrario di tanti però i Narthraal non si limitano a copiare il passato in maniera nostalgica: sono anzi abili a variare la formula senza snaturare la loro personalità. Il loro stile presenta venature provenienti sia dal death moderno che, a tratti, da death ‘n’ roll, melodeath e altri generi estremi, tutti ben integrati nel suono degli islandesi. Ne risulta un genere potente e rabbioso, ma non monocorde: le canzoni di Screaming from the Grave hanno diverse sfumature e non annoiano mai. Vale lo stesso per l’atmosfera, quasi sempre molto oscura ma che a volte risulta anche intensa e calda, altrove invece lugubre e orrorifica: in generale i Narthraal investono parecchio nel mood, con anche strutture più lineari della norma death. Sono questi punti di forza a rendere Screaming from the Grave interessante, nonostante qualche difetto ne limiti un po’ la resa. Per esempio, la registrazione è adatta al contesto, ma fosse stata meno rimbombante avrebbe consentito ai Narthraal di incidere meglio. Il problema principale di Screaming from the Grave sono però degli sprazzi di ingenuità, con alcuni passaggi che perdono un po’ il filo o qualche dettaglio meno riuscito qua e là. Ma in fondo non è nulla di drammatico: abbiamo lo stesso un album di alta qualità, ben sopra alla media del death metal attuale.

La opener Death of the Undying mette sin da subito le cose in chiaro dal lungo preludio molto possente, con un giro sinistro e un riffage al di sotto di gran impatto. Dopo questo sfogo il pezzo sembra quasi calmarsi, seppur l’aura sia cupa ai massimi termini grazie anche a qualche venatura doom, ma la svolta è dietro l’angolo. Presto infatti il tutto entra davvero nel vivo come una cavalcata non estrema ma incalzante: merito soprattutto del riffage incalzante di Tony Aguilar, di impatto sia musicale che atmosferico. La potenza è ottima e l’oscurità è grandiosa, grazie anche ai lead di retrogusto black di Birkir Kárason spesso in scena e al growl cavernoso e graffiante di Viktor Peñalver. È una falsariga che va avanti a lungo, ma gli islandesi la variano parecchio, evolvendo il riffage che pian piano diviene più classico e si fa al contempo più oscuro. Il meglio sono però le variazioni più importanti che appaiono qua e là: funzionano a meraviglia sia quelle più frenetiche che quelle più semplici, come quella sulla tre quarti di vago appeal thrash. In generale la struttura è complessa ma al tempo stesso facile da seguire: è anche questo a renderla un pezzo che spicca tantissimo, un avvio col botto per l’album! La successiva Screaming from the Grave ha un esordio vorticoso e caotico, ma è una situazione non destinata a durare: dopo poco la musica rallenta di molto. È l’origine di un pezzo con lunghe strofe rocciose che puntano più su un’aura nera e oppressiva che sull’aggressione, grazie anche al batterista Jónas Haux che le conduce su un tempo medio. La rabbia si rinnova solo nei bridge, più rapidi e tempestosi, che preludono a ritornelli meno selvaggi, che però compensano alla grande con un’aura tenebrosa di impatto estremo. Solo ogni tanto la norma iniziale torna in brevi frazioni che nell’economia della traccia non danno fastidio, anzi risultano di gran impatto. Vale lo stesso per la frazione centrale, molto oscura e con un bellissimo assolo di Kárason. È un altro elemento ben riuscito di un pezzo breve e semplice ma grandioso, che insieme al precedente forma un duo da K.O. totale!

Dopo un breve intro di effetti, Million Graves to Fill esordisce lentissima, tombale, più doom che death, con un certo senso melodico che le dà però un’aura desolata e cupa. Sembra quasi che si debba procedere così a lungo quando invece il pezzo strappa, facendosi roccioso e movimentato ma senza forzare: l’attitudine della norma base è a metà tra death classico e death ‘n’ roll. È una norma molto coinvolgente; lo stesso vale per gli stacchi più animati ed estremi che appaiono qua e là, di gran potenza e ancora con un vago retrogusto black a renderli più graffianti. Buona è anche la lunga seconda parte, lenta ma più inquietante del resto, con persino qualche elemento brutal. Tutto ciò sfocia poi in uno stacco di effetti leggero ma di gran oscurità, grazie a campionamenti filtrati e melodie molto arcigne, prima di un bel finale potente ancora di ottimo impatto atmosferico. Nel complesso si rivela un pezzo di che scorre in fretta, forse non bello come i precedenti ma di ottima fattura. Un altro preludio campionato, stavolta con sirene e suoni caotici, poi Worldwide Destruction entra in scena con ritmiche lente e una certa solennità che ricordano quasi gli Amon Amarth. In effetti qui i Narthraal spostano il proprio suono verso il loro lato più melodeath: è la suggestione che impera anche quando il brano accelera e entra nel vivo, con una base puramente da Gothenburg sound. Anche per questo l’aura presenta un certo pathos, ma l’oscurità degli islandesi non è sparita: aleggia nelle strofe, possenti e seriose, a tratti furibonde. Ciò si accentua ancor di più in bridge più lenti ma terremotanti, preludio a ritornelli vertiginosi e obliqui, di ottimo impatto. Queste tre anime si ripetono senza quasi che ci sia altro, a eccezione di una parte centrale vorticosa e molto classica, che peraltro funziona bene come il resto. Per il resto la struttura è semplice, ma di sicuro non è un problema per un pezzo poco lontano dal meglio di Screaming from the Grave!

Come si sente già dall’inizio, Envy in media è lenta e preferisce puntare su un’oscurità strisciante e nichilista che sull’impatto. Nonostante la doppia cassa spesso martellante di Haux, la norma è lugubre e sinistra grazie ai lead della chitarra, ma al tempo stesso colpisce con una potenza discreta. Non mancano però sfoghi imperiosi di energia, che riprendono i fraseggi presenti altrove con più cattiveria, come per esempio nel convulso passaggio dopo l’intro, davvero distruttivo. Tuttavia, a spiccare di più è la fuga finale, che in parte riprende qualche influsso melodeath ma stavolta è davvero graffiante, lugubre, e riesce a incidere con grande efficacia grazie ai bei riff e al solo circolare di Kárason. È il momento migliore di una canzone che pur sapendo il fatto suo risulta a tratti lievemente moscia: nel complesso la qualità è buona, ma in un album come questo tende un po’ a nascondersi. È invece tutt’altra storia con Descent into Darkness, che ricorda ancora gli Amon Amarth, stavolta nella loro incarnazione più rabbiosa, riletta peraltro in una chiave più cupa. Abbiamo un mid-tempo incalzante che a tratti mostra un vago retrogusto evocativo, unito però a un’aura nera come la notte specie nelle strofe, solide e possenti. La loro tensione si scioglie in parte nei bridge, melodici e quasi malinconici, prima che i ritornelli riprendono la norma precedente con un piglio più melodico e solenne, quasi trionfale, ma senza che l’oscurità si apra mai. Splendida si rivela anche la parte centrale, più convulsa e classica del resto, con anche vaghi accenni thrashy. È la ciliegina sulla torta di un pezzo splendido, uno dei picchi assoluti di Screaming from the Grave!

Blood Path soffre un po’ di omogeneità: lo si può sentire subito dopo il lento preludio, quando parte un riff molto simile a quello principale di Death of the Undying. È però un particolare che non dà troppo fastidio, visto che qui l’energia e la cattiveria sono più forti e fanno sì che queste parti incidano a dovere. Di norma sono validi anche gli stacchi possenti presenti qua e là, a tratti molto moderni e granitici, altrove da puro death classico e in altri frangenti ancora dinamici ed esplosivi. Tutto questo funziona più o meno bene, ma i passaggi che tirano un po’ il fiato sembrano un po’ fuori luogo in un complesso veloce, tortuoso e dai cambi repentini come questo. È l’unico difetto di un brano che per il resto è decisamente buono, seppur sia di poco inferiore alla media del disco. La successiva Symbols of Hate comincia subito col suo pattern di base, un lead obliquo, circolare e dissonante molto particolare che si staglia di solito su un rimto lento. È una base strana, forse anche troppo: pur restando in mente non convince molto, ha sia poco impatto che poca carica atmosfera, e il fatto che si ripeta parecchio non la aiuta. Va molto meglio invece quando i Narthraal accelerano e portano la musica su terreni death più tradizionali con una potenza migliore, come negli stacchi che compaiono qua e là o nel compattissimo sfogo centrale. Funzionano bene anche i momenti più melodici, legati ancora al suono di Gothenburg e con un certo pathos. Nel complesso nonostante i difetti e la breve durata (meno di due minuti e mezzo) che lo fa sembrare un pelo incompleto abbiamo un pezzo discreto e piacevole, ma che in Screaming from the Grave è di gran lunga il punto più basso.

A questo punto, per fortuna l’album si ritira su con Feed the Pig, che dopo un lungo intro di campionamenti molto inquietanti torna a macinare con cattiveria. Abbiamo una traccia molto aggressiva, sia nei tratti più vorticosi, con un riffage tagliente come un rasoio e un Peñalver davvero feroce, sia in quelli che si aprono un po’ di più. In questo senso, funzionano sia le frazioni che guardano ancora al melodeath, sia i refrain, meno densi del resto ma minacciosi in una maniera fantastica. Buone anche le variazioni a cui gli islandesi sottopongono il pezzo, sia quelle piccole che intervengono nella norma, sia quella nella seconda metà, più melodica ma anche tortuosa, passando da momenti intimisti ad altri “on speed”. Nel complesso ne risulta un pezzo ottimo: non sarà tra i migliori del disco, ma sa benissimo il fatto suo! Screaming from the Grave si conclude quindi con Dismember the Entombed, una dichiarazione d’intenti sin dal titolo: è un tributo a due delle più grandi influenze dei Narthraal, in special modo ai secondi. Abbiamo infatti un pezzo lontano da quanto sentito fin’ora, con la sua norma dai toni death’n’roll animati e quasi divertenti, nonostante un’anima oscura covi in secondo piano. Essa viene poi fuori con forza nello sviluppo del pezzo, che si fa man mano più tempestoso fino ad arrivare ai ritornelli, ancora dalla suggestione “rock” ma molto più cupi del resto. In più, il gruppo correda il tutto con un buon numero di variazioni: alcune sono davvero estreme, death metal brutale sparato al massimo della velocità. Ancora diversa è la seconda metà, in principio un’apertura col solo basso placido di Peñalver in scena. Pian piano però il voltaggio torna a salire, prima per una frazione lentissima e doomy che poi però accelera e si fa possente. Il finale è veloce e con un florilegio di melodie delle chitarre che però non ne sminuiscono l’ottimo impatto, per una norma semplice ma travolgente. È la conclusione in grande stile di una traccia che nonostante la differenza col resto incide a dovere, ponendosi poco lontano dai picchi del disco: una chiusura adeguata, insomma.

Chiudendo i conti, Screaming from the Grave è un album rilevante, che sa quali tasti toccare e quali elementi proporre per piacere a ogni fan del death metal, che sia dai gusti più classici o più moderni. Se voi lo siete, il consiglio è chiaramente di non farvi sfuggire quest’album, e magari anche di tenere d’occhio i Narthraal: chissà che in futuro non facciano anche di meglio!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Death of the Undying05:15
2Screaming from the Grave04:36
3Million Graves to Fill05:19
4Worldwide Destruction04:41
5Envy04:11
6Descent into Darkness04:24
7Blood Path03:24
8Symbols of Hate03:23
9Feed the Pig05:12
10Dismember the Entombed05:35
Durata totale: 46:00
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Viktor Peñalvervoce e basso
Birkir Kárasonchitarra solista
Tony Aguilarchitarra ritmica
Jónas Hauxbatteria
OSPITI
Bader Al-Midanisongwriting (traccia 1)
ETICHETTA/E:Inverse Records
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:l’etichetta stessa

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