Klabautamann – Smaragd (2017)

Per chi ha fretta:
Smaragd (2017), quinto album di una band importante dell’underground come i tedeschi Klabautamann, è un lavoro che nonostante alcune pecche risulta interessante. Lo è a partire dal genere, una commistione tra black e progressive che sa quando aggredire e quando invece evocare una forte carica sentimentale, con in più frequenti stacchi puliti. Purtroppo però la scaletta è un po’ ondivaga: se pezzi come la opener piena di pathos Into Depression, la movimentata My Terrifying Mirror e l’evocativa Saturn colpiscono benissimo, altri pezzi suonano un po’ mosci, per colpa di una certa prolissità oppure di troppa carne al fuoco. È il principale problema di un album che probabilmente poteva essere migliore, ma in fondo ci si può accontentare: Smaragd alla fine è buono e potrà piacere ai fan del black metal progressivo.

La recensione completa:
Andando così, a occhio, progressive e black metal non si sposano molto bene: la pulizia e la tecnica del primo sembrano quasi incompatibili con l’anima grezza e selvaggia del secondo. Eppure, non mancano gruppi che mescolano i due mondi con risultati almeno buoni: è per esempio il caso dei tedeschi Klabautamann, band anche abbastanza conosciuta nell’underground del genere. Merito di una carriera lunga e prolifica, iniziata nel lontano 1998 e con all’attivo cinque full-lenght: l’ultimo tra essi, Smaragd, risale allo scorso sei giugno. Come già detto, il genere dei tedeschi è un black metal con strutture variegate e progressive che a volte lo portano su terreni più carichi a livello sentimentale, mentre altrove puntano sull’aggressività. In più questi sfoghi sono contornati da momenti di calma, spesso al limite col folk rock, che fanno sembrare i Klabautamann quasi una versione black degli Opeth. È insomma un genere fascinoso, che peraltro i tedeschi corredano con un songwriting a tratti eccellente; purtroppo però Smaragd soffre soprattutto di discontinuità. Se molti pezzi sono buoni o anche ottimi, altri sono un po’ dispersivi e prolissi: con tanta carne al fuoco, tralasciano un po’ musicalità ed espressività, che ogni tanto ne risentono. Non sono difetti così castranti, in fondo: Smaragd risulta comunque un album buono e piacevole in fin dei conti, ma la mia idea è che potesse (poteva forse suona meglio) essere migliore.

La opener Into Depression comincia espansa e malinconica, prima con la sola chitarra pulita, seguita poi dalla sezione ritmica,  per un piccolo squarcio progressive molto avvolgente. Sembra quasi che il pezzo debba crescere con lentezza quando invece i Klabautamann strappano con forza: d’improvviso parte un brano black metal tempestoso e feroce, che si rifà alla scuola classica. Ma anche questo non è destinato a durare: seppur la base resti sempre black e frenetica, la melodia torna presto in scena sia nelle chitarre che nel lato vocale, con l’alternanza tra lo scream di Tim Steffens e il cantato pulito, per un effetto più malinconico. C’è anche spazio per una lunga sezione centrale molto delicata, con tastiere lievi sotto a una base prog rock tranquilla, quasi serena nonostante la sua nostalgia e a tratti addirittura dolce. Ottimo anche il finale, che dopo aver ripreso l’inizio rallenta: la conclusione unisce quanto sentito in precedenza in una coda dimessa e lenta, ossessiva e molto avvolgente. In generale, il contrasto tra queste due anime è fortissimo, ma i tedeschi riescono a non farlo stonare: si tratta di due belle parti ben integrate tra loro che funzionano bene in ogni momento di questi quasi nove minuti mai noiosi. Abbiamo insomma da subito una delle punte di diamante assolute di Smaragd. La successiva My Terrifying Mirror è più semplice e lineare ma ha un’anima contorta: lo si nota nel riffage, a zanzara ma zigzgante e con toni che tendono a scendere fin quasi a raggiungere un appeal death, seguito anche da Steffens che inizia in scream e finisce in growl. Questa base domina a lungo, a volte su un ritmo martellante, altrove invece sul blast-beat, ma sempre simile; c’è però spazio anche per un buon numero di variazioni. A tratti sono potenti ma più espanse, quasi tristi nonostante la potente oscurità evocata, altrove invece sono frenetiche e schizofreniche, al limite col prog più tecnico. Al centro invece si cambia del tutto direzione, con una bella sezione tranquilla e prog rock caratterizzata dal bel florilegio di chitarre pulite e un mood intimista e avvolgente. È un altro particolare ben riuscito di una traccia eccellente, che con la precedente forma un duo davvero incredibile.

Dopo un avvio così, è ora il turno di In My Shadow, che perde un pochino in qualità. Abbiamo in pratica una ballata molto tranquilla e che non sale mai di intensità. Nonostante questo, evoca un bel senso oscuro e strisciante, seppur in maniera intimista e senza mai salire di potenza: c’è giusto ogni tanto l’alternanza tra momenti più tranquilli e altri un po’ più densi, ma il loro picco di energia è un lieve lead di chitarra distorta. Si tratta di una norma piacevole, ma che ogni tanto risulta un po’ prolissa e noiosa, quasi più un esercizio di stile che qualcosa di davvero sentito: è il motivo per cui nel complesso risulta un pezzo sotto alla media del disco. Si torna quindi alla potenza con Under Feral Skies, che però resta contenuta in principio: si comincia da una norma lenta e atmosferica, quasi leziosa. Solo pian piano il tutto aumenta il proprio voltaggio con progressioni massicce che però a tratti lasciano spazio a momenti veloci ma di gran melodia. Questi ultimi di norma funzionano in maniera almeno discreta, come anche quelli più potenti; purtroppo, non si può dire lo stesso di quelli dissonanti a metà tra i due mondi. Essi sono troppo obliqui per incidere, e suonano un po’ freddi, poco espressivi. Di fatto, è un difetto che castra un pelo tutta la canzone, a eccezione del finale, che dopo una breve pausa morbida, quasi ansiosa, parte come un pezzo tortuoso, che sa sia aggredire che mostrare a tratti una bella tensione emotiva. È il passaggio migliore di un brano per il resto discreto, piacevole ma non al livello dei migliori di Smaragd. Giunge ora As the Snow Melted, altro lento senza traccia di metal ma stavolta piacevole sin dall’inizio, quasi da musica latina per ritmo e suggestioni. Questa norma si trasforma poi in qualcosa di delicato che va avanti a lungo sempre uguale ma senza annoiare: merito di un’aura intimista e mogia, sottile ma molto avvolgente. Anche a livello musicale ci sono poche variazioni, con giusto qualche piccolo momento più bizzarro a cui il ritmo lo danno le bacchette di Patrick Schroeder (uno dei tanti ospiti dei Klabautamann qui), che però grazie alla voce pulita e all’organo non danno il minimo fastidio all’atmosfera. Abbiamo insomma un altro pezzo di alta qualità.

The Murderers esordisce arcigna col growl di Steffens su una base strisciante, lenta e vagamente doomy, che però mostra quasi subito delle armonizzazioni espanse. È questa la vera natura del pezzo, che dopo poco si fa melodico, cominciando ad alternare momenti morbidi con solo un eco di chitarra distorta e altri leggermente più densi, ma sempre di gran melodia, il tutto all’insegna della calma. Forse anche troppa, però: parliamo infatti di una lunga frazione piuttosto prolissa, che finisce per annoiare un po’. Molto meglio va invece quando l’episodio accelera e si anima un po’ di più, diventando melodico ma evocativo e avvolgente. Va ancora meglio quando la musica sale di tensione, prima verso una norma dal vago retrogusto hard ‘n’ heavy, poi con uno strappo verso una norma black feroce e blasfema. Da qui in poi, questa falsariga si alterna ogni tanto con dei cali di intensità che però stavolta lo fanno respirare bene, finché la norma iniziale non torna a concludere. Nel complesso abbiamo un brano ondivago più o meno come l’album: per questo, ma anche per la sua qualità media buona, può essere visto come il suo manifesto migliore. In principio la seguente Enemies’ Blood è lenta e non troppo potente, ma incide bene con la sua aura tenebrosa, ben evocata dagli arcigni fraseggi di chitarra di Steffens e di Florian Toyka. Ma come da norma dei Klabautamann, questa falsariga non è destinata  a durare: pian piano il tutto inizia a irrobustirsi, attraverso una sezione quasi epica, finché non scoppia una tempesta di note black molto cupa. Sembra che finalmente il pezzo si sia stabilizzato ma poi i tedeschi stupiscono di nuovo: al centro c’è spazio per una lunga sezione progressiva, divisa tra momenti più metallici, veloci e scomposti, e tratti molto aperti, quasi ambient. È un elemento di buona qualità, ma forse il meno bello di un insieme che è anche meglio, con le sue sfumature di atmosfera ben studiate e con le tastiere dell’ospite Sebastian Hack molto avvolgenti, specie nel finale che riprende la falsariga iniziale. Abbiamo insomma un gran pezzo, non troppo distante dal meglio di Smaragd.

Saturn dà quasi l’idea di essere una ballata col suo inizio soffice, ma poi vari elementi metal compaiono progressivamente in un’aura dilatata e psichedelica, quasi sognante. Pian piano, il tutto cresce tra passaggi potenti e altri più espansi, fino ad arrivare a una norma lenta ma incalzante, al tempo stesso epica e rilassata. Si tratta di una falsariga molto avvolgente, che va avanti a lungo prima che la sua tranquillità venga turbata: a quel punto il pezzo si fa rapidamente cupo e convulso, per un breve sfogo di gran cattiveria. È praticamente l’inizio della fine: quando esso si spegne, c’è spazio soltanto per una lunga coda molto tranquilla, dominata dalle chitarre pulite, ma che nonostante la calma riesce lo stesso a colpire alla grande. È soltanto un altro particolare ben riuscito di un pezzo ottimo, uno dei picchi dell’album col duo d’apertura! Senza tanti complimenti, Smaragd si avvia quindi come un episodio black melodico vorticoso ma molto carico a livello sentimentale. È una norma che tende a variare un po’, ma senza troppi scossoni: il ritmo è sempre veloce, e il riffage è sempre un maelstrom di note, anche se a tratti l’aura si fa meno sentita e più nervosa. Ma il cambiamento maggiore sono gli stacchi più melodici e tranquilli che si aprono qua e là, simili al resto se non fosse che l’oscurità lascia spazio all’intimismo. Tra questi ultimi spicca la frazione centrale, mogia e malinconica coi suoi toni quasi post-rock e un lieve assolo molto espressivo che va nella stessa direzione e dura a lungo, prima di un nuovo scoppio di potenza anche più esasperato che in passato. Nonostante la diversità tra loro, entrambe le facce del pezzo funzionano bene, e i Klabautamann del resto sono abili a mescolarle senza forzature: abbiamo insomma un altro pezzo di buonissima qualità. Siamo ormai agli sgoccioli, e per l’occasione i tedeschi schierano Frozen in Time più un outro espanso che una traccia vera e propria. Si tratta di una divagazione retta tutta da una lieve sezione ritmica e dagli arpeggi delle chitarre, su cui si staglia la bella voce dell’ospite di lusso Anna Murphy (Lethe, ex Eluveitie). La sua struttura non è immediata, si passa da momenti più tranquilli ad altri più densi e depressi, che ricordano gli Opeth di Damnation, passando per tratti di buona oscurità. Anche stavolta il tutto è ben mixato: abbiamo un altro pezzo che incide bene nonostante la corta durata, e come finale per una scaletta simile è perfetto.

In conclusione, pur con alti e bassi Smaragd risulta un disco di buona fattura, che vale la pena di essere ascoltato per quella sua manciata di hit. Se quindi vi piacciono le commistioni tra progressive e black metal, i Klabautamann potrebbero fare al caso vostro: questo non sarà il loro miglior disco, ma di sicuro potrebbe fare al caso vostro!

Voto: 77/100

Mattia
Tracklist:

  1. Into Depression – 08:51
  2. My Terrifying Mirror – 04:04
  3. In My Shadow – 04:32
  4. Under Feral Skies – 04:09
  5. As the Snow Melted – 04:01
  6. The Murderers – 07:03
  7. Enemies’ Blood – 05:10
  8. Saturn – 05:47
  9. Smaragd – 05:33
  10. Frozen in Time – 03:37
Durata totale: 53:47
Lineup:

  • Tim Steffens – voce harsh, chitarra, basso
  • Florian Toyka – chitarra
  • Chester Gerritse – voce pulita (guest)
  • Ingo Kerstjens – voce pulita (guest)
  • Anna Murphy – voce, ghironda
  • Christoph Graf – chitarra (guest)
  • Sebastian Hack – tastiere (guest)
  • Fredy Shnyder – organo hammond (guest) 
  • Patrick Scroeder – batteria (guest)
Genere: progressive/black metal

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