Переплут (Pereplut) – В стародавние года… (V Starodavnie Goda…) (2017)

Per chi ha fretta:
Pur non avendo nulla di originale i russi Переплут (si legge “Pereplut”) riescono a intrattenere bene, come dimostra il loro esordio В стародавние года… (“V Starodavnie Goda…” – 2017). Il loro folk metal è un mix tra la poca serietà dei Korpiklaani e le sonorità russe degli Аркона (“Arkona”), ma il gruppo si mostra capace nel rimescolare i vari elementi e a condire il tutto con qualche spunto di personalità. Purtroppo però il lavoro soffre di un po’ di inconsistenza: alcuni brani non lasciano una grande traccia di sé, per colpa anche di un pelo di omogeneità. Anche la scaletta è un problema: la sua media è buona, ma solo Флейта троллей (“Fleyta Trolley”), Дары лесного дяди (“Daryi Lesnogo Dyadi”) e in parte Русалья (“Rusalya”) e Змиевы валы (“Zmievyi Valyi”) spiccano davvero. Nonostante ciò, В стародавние года… risulta comunque un buon album inciso da un gruppo promettente, che può fare la felicità dei fan del folk metal moderno.

La recensione completa:
In molte delle mie recensioni, tendo a mostrare un atteggiamento almeno critico verso chi mostra poca originalità nella propria musica. Ma nonostante questo, non sono un fan dell’innovazione a tutti i costi: credo anzi che si possa fare qualcosa di buono anche senza inventare nulla, se si hanno buone doti e la giusta classe. È per esempio il caso dei Переплут (si pronuncia “Pereplut”): nati nel 2011 a Tomsk, in Russia, dopo un demo hanno esordito sulla lunga distanza quest’anno con В стародавние года… (“V Starodavnie Goda”, che più o meno significa “ai tempi antichi…”). Come detto, il loro stile è poco originale: parliamo di un folk metal che mescola i cambi di atmosfera e la leggerezza dei Korpiklaani con le sonorità tradizionali russe degli Аркона (o “Arkona”che dir si voglia). In fondo però la mancanza di originalità non dà granché fastidio: merito di alcuni spunti di personalità che i Переплут mostrano a tratti, come per esempio le influenze thrash presenti qua e là. Ma il loro vero punto di forza è la bravura che mostrano nel rimescolare le carte in qualcosa che non suoni trito. I difetti di В стародавние года… sono altri: come accade spesso di recente, la sua scaletta è di media piuttosto buona, ma a parte un paio di eccezioni mancano quelle hit che avrebbero potuto portarlo più in alto. In più i Переплут ogni tanto danno l’idea di essere un po’ troppo “leggerini”, poco significativi: succede in particolare nei pezzi più disimpegnati, che non lasciano una grande traccia di sé. La colpa è forse anche di un pochino di omogeneità, che colpisce l’album più in fatto di impostazione e ritmi che nelle melodie, che invece variano il giusto. In ogni caso, sono difetti non troppo importanti: il livello di В стародавние года… resta comunque buono, una spanna sopra alla media di un genere un po’ stagnante come il folk metal oggi.

Le danze partono da Внимая дыханию старого леса (si legge “Vnimaya Dyihaniyu Starogo Lesa”) un intro espanso in cui la base di arpeggi della chitarra acustica e del mandolino di Evgeniy “Spiritual” fa da sfondo agli altri strumenti tradizionali. Il tutto fluisce con tranquillità, in un affresco avvolgente e fascinoso grazie a melodie antiche che si ripetono a lungo (forse un pelo troppo, anche se la noia vera e propria non arriva mai). Sembra quando che l’album debba tutto muoversi su sonorità acustiche quando invece la musica si spegne: è il preludio allo scoppio di Русалья (“Rusalya”), in principio molto distesa per poi iniziare a indurirsi e a farsi più cupa, fino all’esplosione. Abbiamo allora una norma potente, metal moderno senza tracce di elementi tradizionali, sostituiti da un riffage sinistro e cupo le cui suggestioni sono accentuate dalla voce urlata di Stariy Zvonar. Questa impostazione però non è destinata a durare: presto i Переплут tornano al folk, con ritornelli più aperti e disimpegnati, quasi allegri. Le due anime si alternano in modo piuttosto lineare: l’unica variazione di rilievo è al centro, con un passaggio più diretto che pur mantenendo una certa potenza ha al centro delle melodie malinconiche, specie dei fiati di Vasiliy “Faun” e di Elena “Cantilena” Lebedeva. Per il resto abbiamo un pezzo semplice ma efficace, che si pone a poca distanza dal meglio del disco e apre le danze a meraviglia. La successiva Тропою волколака (“Tropoyu Volkolaka”) comincia con un giro folk già molto sfruttato e anche un po’ trito. Per fortuna i russi cambiano presto strada verso un una norma più movimentata, quasi thrashy: le strofe sono centrate sulle chitarre e graffiano piuttosto bene, pur essendo oblique e non troppo aggressive. Del tutto diversi sono gli stacchi che si aprono qua e là, più espansi e con giri malinconici del violino di Ekaterina Velikaya in primo piano. Questo dualismo regge la traccia per tre quarti, poi i contrasti si acuiscono, e dopo uno sfogo più potente e cupo del resto il finale è movimentato e quasi allegro. Tutto sommato è un buon finale per un brano più o meno della stessa qualità. Giunge ora Флейта троллей (“Fleyta Trolley”), caratterizzata sin dall’inizio da un giro tradizionale molto coinvolgente, grazie anche al ritmo sottostante che lo rende ballabile. È una falsariga che torna fuori più di una volta lungo il pezzo, alternandosi con momenti più aperti e d’atmosfera, con violini e flauti che restano in sottofondo ad abbellire invece di correre. Di norma questa componente è veloce, ma al centro la musica comincia a rallentare, fino a sfociare in una coda cadenzata ed evocativa, quasi da pagan metal, ben arricchita anche dai cori alle spalle di Zvonar. Si tratta del gran finale per un pezzo che spicca molto, breve ma intenso e ben fatto, che alla fine risulta addirittura tra i picchi di В стародавние года…!

Ведьмачья вечеря (“Vedmachya Vecherya”) è un episodio tutta all’insegna della spensieratezza e del dinamismo sin dall’avvio, col ritmo veloce impostato dal batterista Ivan Groznyi su cui si susseguono rapidi giri di chitarre e strumenti folk. Questa norma punteggia qua e là un pezzo che nel suo sviluppo si fa più oscuro e profondo, prima di abbracciare ritornelli più aperti e divertenti. È una norma coinvolgente, che va avanti a lungo coi suoi saliscendi e si arresta solo poco dopo metà, quando la musica si apre per un breve frazione più tranquilla. Per il resto abbiamo un pezzo alla lunga un po’ ripetitivo e senza grandi variazioni, ma niente paura: il livello generale è più che discreto, e per gran parte della sua durata ci si diverte. All’inizio, Как на нашей пивоварне (“Kak Na Nashey Pivovarne”) dà l’illusione di essere più d’atmosfera e tranquilla rispetto alla media del disco, coi suoi giri dilatati di flauto accompagnati dal più lento violino. Ma dopo un po’ i Переплут svoltano su una norma animata, che ricorda gli Аркона più disimpegnati specie nei ritornelli, circolari e veloci ma di gran divertimento. Vanno nella stessa direzione anche le strofe, più lente ma con lo stesso senso palpabile di allegria, unito stavolta a un buonissimo impatto. Se entrambe le parti funzionano in maniera discreta, in generale non incidono come potrebbero: colpa di un certo effetto già sentito, che le fa sembrare un po’ di maniera. Molto meglio va invece col passaggio centrale, di nuovo espanso e malinconico, con gli strumenti folk in primo piano: insieme alla parte iniziale è il punto più alto di un pezzo buono, ma che in В стародавние года… non spicca troppo. Si cambia invece strada con Дары лесного дяди (“Daryi Lesnogo Dyadi”): sin dai giri folk iniziali, ben retti da una base quasi power metal, si sente che la carica solare dei russi ha lasciato spazio a un mood crepuscolare e intenso. Quando poi si entra nel vivo abbiamo una falsariga principale espansa e di gran pathos, dato dai lenti giri degli strumenti folk: è per esempio la norma dei ritornelli, a cui Zvonar aggiunge un tocco in più. Le strofe invece riprendono in parte la norma più disimpegnata già sentita altrove, ma il tappeto di strumenti in secondo piano le rende meno allegre, e una certa inquietudine aleggia sempre.  Ancora una volta, i Переплут puntano sulla semplicità: l’unica variazione è il passaggio centrale, un ibrido tra pulsioni thrash moderne e scacciapensieri che però funziona bene. È un altro elemento ben riuscito di uno dei picchi assoluti del disco!

10 кубков (“10 Kubkov”) ha un inizio particolare, col basso di Vyacheslav “Barbarossa” in evidenza, ma poi diviene un pezzo classico dei russi. Lungo la sua durata si alternano passaggi aperti e ballabili, con le solite melodie folk, e lunghe fughe di buona potenza, in cui l’elemento tradizionale è ridotto al minimo. Seppur entrambe funzionino in maniera discreta, c’è un certo anonimato che aleggia sulla canzone, meno efficace di quanto sentito in precedenza. Colpa anche di fraseggi simili a quelli già sentiti nel corso dell’album, che di conseguenza generano  un senso di già sentito abbastanza forte. Di fatto, l’unico passaggio che spicca a dovere è quello centrale, tortuoso e avvolgente, passando dal momento iniziale quasi a tinte rock a uno sfogo potente e poi a una bella escalation a tinte folk metal. Per il resto abbiamo un episodio piacevole e certo non brutto, ma che in В стародавние года… risulta il punto più basso. Per fortuna però la scaletta si ritira su con Змиевы валы (“Zmievyi Valyi”), traccia animata che pende più sul lato serioso dei Переплут sin da un intro espanso e di gran forza malinconica. È l’aura che domina anche quando entra nel vivo una cavalcata veloce e dinamica ma al tempo stesso preoccupata, resa riflessiva dal tappeto di violino, che arricchisce molto il pezzo pur essendo in secondo piano. È una norma che va avanti a lungo, potente e con poca densità di strumenti folk; ogni tanto però questi ultimi tornano fuori in degli stacchi più melodici. All’inizio sono brevi, ma al centro la canzone si apre per un passaggio lento e rivolto all’atmosfera, che va avanti a lungo anche in maniera ossessiva, ma senza mai annoiare. Merito dei tanti passaggi e dei vari solisti che si mettono in mostra (soprattutto la Velikaya al violino e Evgeniy “Buzzillio” al violoncello), che lo arricchiscono molto e aiutano a non annoiare. Parliamo insomma del passaggio migliore di un brano ottimo, a un pelo dai picchi assoluti dell’album che di fatto chiude. Ma il finale vero e proprio è rappresentato da По мхам крадущийся незримо (“Po Mham Kraduschiysya Nezrimo”) outro di sola musica folk che riecheggia dell’intro, ma in confronto è anche più calmo e delicato, con l’arpa e la chitarra acustica in primo piano. Forse non sarà un pezzo da strapparsi i capelli ma risulta gradevole, e come chiusura sembra più che adeguata.

Per concludere, nonostante i suoi piccoli difetti В стародавние года… è un album buono e godibile, che sa come divertire ogni fan del folk metal moderno. Vista questa base, i Переплут hanno le carte in regola per costruire una bella carriera, specie se riusciranno a crescere e superare i loro limiti. Non sarà facile, visto l’attuale affollamento della scena folk: diciamo però che viste le loro capacità la cosa non è da escludere al cento percento!

Voto: 78/100


Mattia

Tracklist:
  1. Внимая дыханию старого леса – 03:32  
  2. Русалья – 05:00
  3. Тропою волколака – 04:42  
  4. Флейта троллей – 02:57  
  5. Ведьмачья вечеря – 04:44  
  6. Как на нашей пивоварне – 03:58  
  7. Дары лесного дяди – 05:09  
  8. 10 кубков – 04:05  
  9. Змиевы валы – 05:12 
  10. По мхам крадущийся незримо – 02:39
Durata totale: 41:58

Lineup:
  • Stariy Zvonar – voce e scacciapensieri
  • Evgeniy “Spiritual” – chitarra, mandolino, liuto
  • Evgeniy “Buzzillio” – violoncello
  • Elena “Cantilena” Lebedeva – flauti e gironda
  • Vasiliy “Faun” – flauti
  • Ekaterina Velikaya – violino
  • Vyacheslav “Barbarossa” – basso
  • Ivan Groznyi – batteria
Genere: folk metal

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