Gandalf – Deadly Fairytales (1998)

Per chi ha fretta:
Essendo usciti nel posto sbagliato nel momento sbagliato, i finlandesi Gandalf hanno raccolto pochissimo successo, ma avrebbero di certo meritato molto di più: lo dimostra l’esordio Deadly Fairytales (1998). È un lavoro molto fascinoso, col suo melodic death metal che mescola con successo sonorità classiche e pulsioni melodiche moderne. Il vero punto di forza dei finlandesi è però una gran capacità di emozionare con un suono al tempo stesso aggressivo e struggente, il che unito a un songwriting di gran valore e a una registrazione perfetta rende l’album di qualità altissima. Se non altro, è questo che mostrano grandi pezzi come la malinconica Marionette, la struggente The Cradle, la fantastica Fade Away e la disperata closer-track Never Again, punte di diamante di una scaletta praticamente senza cali. Il risultato è che Deadly Fairytales è un grandioso capolavoro dimenticato: forse non è per tutti, ma i palati fini lo adoreranno!

La recensione completa:
Negli ultimi anni novanta, il periodo d’oro del melodeath classico era ormai alla fine. Le band storiche del genere si erano sciolte o stavano evolvendo il loro suono, a volte anche anticipando il sorgere di nuove tendenze. Erano gli anni in cui i finnici Children of Bodom cominciavano la loro parabola ascendente, seguiti da un gran numero di band conterranee che avrebbero creato poi la piccola ma famosa scena del power estremo. Eppure, in quegli anni c’era anche chi proponeva ancora un death metal melodico più classico, a volte con risultati di assoluto rispetto: è per esempio il caso dei Gandalf. Sconosciuti per essere venuti fuori nel momento meno propizio – e nel luogo sbagliato, visto che anche loro erano finlandesi – le loro qualità sono indiscutibili: lo dimostra il loro esordio del 1998, Deadly Fairytales. Si tratta di un album con una personalità spiccata a partire dal genere: è sì un melodeath tradizionale ma non in maniera retrograda o scontata. Parliamo di un suono influenzato soprattutto dagli In Flames ma che al tempo stesso guarda oltre, alla branca ancor più melodica che si svilupperà poi: ne risulta così un ottimo punto di unione tra passato e futuro. Ma soprattutto, quello dei Gandalf è uno stile emozionante al massimo: sa essere al tempo stesso aggressivo e struggente, cupo e malinconico,e le sfumature di atmosfera colpiscono in maniera impressionate.  È questo il segreto di Deadly Fairytales insieme a un songwriting sempre molto ispirato e mai banale, che anzi piazza le giuste variazioni ma ha anche una personalità forte. E poi ci sono particolari di contorno riusciti alla perfezione, come per esempio una registrazione equilibrata tra aggressività e pulizia. Abbiamo insomma un album splendido, che di certo non avrebbe meritato l’oblio a cui l’ha relegato l’essere uscito nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Sin dal florilegio di melodie iniziali, End of Time mostra molto bene il suono dei Gandalf. È un death melodico malinconico e d’atmosfera, di norma lento ma che sa anche aggredire bene, grazie alla potenza delle chitarre e allo scream raspato di Jari. Questa base si fa a volte più potente, come nelle strofe energiche anche se con un certo intimismo, a volte più etereo, come negli espansi bridge con la chitarra pulita a stagliarsi quasi nel vuoto. Coronano il tutto ritornelli di grandissima forza espressiva, con melodie davvero toccanti, e qualche piccolo passaggio che varia la formula e scongiura ogni rischio di noia. Non c’è altro in un pezzo breve e semplice, ma non è un problema: abbiamo una gran apertura, a giusto un pelo dai pezzi migliori dell’album! Va ancora meglio con Marionette, brano un po’ più roccioso nelle sue ritmiche di base, spesso punteggiate però da lead che gli danno molta più armonia, per un effetto oscuro e profondo. Questa norma si alterna nella base del pezzo con notevoli aperture, a volte ancora con le melodie delle chitarre di Sami e Timo, mentre altrove si aprono in una maniera molto rarefatta. C’è spazio anche per momenti più graffianti e cupi con evidenti influssi thrash, che servono quasi a creare un contrasto introducendo ritornelli di gran pathos, disperati e drammatici, ma al tempo stesso quasi catchy. Ottimi si rivelano pure i tratti più lenti e circolari che spuntano qua e là, un’altra variazione ben riuscita di un pezzo meraviglioso, che colpisce alla grande sia per potenza che per emozioni. Parliamo insomma di uno dei picchi assoluti di Deadly Fairytales! La successiva The Cradle ha un intro espanso coi toni attutiti di chitarra, basso e batteria iniziali che insieme a un sibilo da vecchio vinile creano un mood dimesso. Ma ciò non è destinato a durare: presto esplode un brano dominato ancora dalla coppia di asce, che rendono le strofe incalzanti, quasi martellanti coi loro fraseggi ossessivi. La tensione che si crea in questo modo si scioglie del tutto nei refrain, molto più fluenti e in cui ancora una volta i finlandesi riescono a evocare un senso di disperazione palpabile, di gran forza. Diversi passaggi melodici di ottima fattura e un finale che sale di tono e si fa ancora più drammatico completano il quadro: abbiamo un altro pezzo eccellente, che col precedente forma un uno-due da K.O!

Quando l’ascoltatore si aspetta un altro episodio tranquillo, i Gandalf lo stupiscono con Dark Memories, che senza quasi preavviso attacca col ritmo battente e frenetico di Nalle. Al di sopra trova posto un riffage vorticoso a motosega, che più che all’incarnazione melodica si rifà direttamente al death classico. È una norma base che varia tra passaggi più tempestosi e altri più ossessivi ma lugubri allo stesso modo, inframmezzati da momenti di vago sentore thrash. Quest’ultima falsariga prende poi il sopravvento per la parte centrale, davvero di gran potenza distruttiva, uno dei migliori passaggi del pezzo. In mezzo a rabbia e a cupezza c’è però spazio anche per l’inquietudine tipica dei finnici, evidente in alcuni passaggi melodici che arricchiscono e rendono più sentita la traccia. Sarà anche per questo che pur essendo una mosca bianca in Deadly Fairytales non stona, e pur non essendo tra i picchi risulta eccelsa! Al contrario della precedente, Fade Away mostra anche più melodia della media del disco – lo stacco tra le due è in effetti un contrasto riuscitissimo. Per tutta la prima parte, si alternano momenti più potenti ma lenti e di gran melodia, con lead di chitarra in primo piano, e tratti più morbidi e intimisti, dolci nonostante lo scream di Jari, con persino qualche apertura morbida “da ballad”. Quando sembra che questa norma debba proseguire a lungo – e quasi si potrebbe prospettare il primo brano un minimo noioso – la musica cambia strada in maniera radicale: alla metà precisa il pezzo si anima di più. Abbiamo allora una cavalcata potente, che pur non rinunciando alla melodia punta di più sull’impatto e sull’incastro di riff, che pian piano si fanno sempre più energici  fino a raggiungere un finale davvero esaltante, in cui il cantante ripete ossessivamente il titolo. È il momento migliore di una traccia grandiosa in ogni istante, nonché un altro dei pezzi topici del lavoro!

The Price of My Deeds si avvia mogia, con le chitarre pulite e distorte che si incrociano a lungo su una base lenta e quasi strisciante, per un effetto oscuro e al tempo stesso decadente. Anche stavolta, sembra che la musica debba muoversi tutto su queste sonorità quando i Gandalf svoltano su una norma più dura e vorticosa, spesso con delle belle influenze thrashy, seppur in altri frangenti il melodeath riprenda quota. Le due frazioni si avvicendano diverse volte lungo la canzone, incastrate in un insieme ben fatto. Tutto ciò dura poco, ma i giochi non sono finiti: quando sembra che il pezzo stia per concludersi come era finito, senza un attimo di pausa giunge Forlorn, molto più movimentata e tortuosa della precedente. Si parte da una frazione melodica ma quasi epica per tensione, quindi il pezzo si sposta su una falsariga meno rutilante e più strisciante, pur rimanendo potente e avendo dalla sua anche un bel carico di oscurità. Durante l’evoluzione, la norma resta sempre in questa dimensione, seppur con diverse sfumature: a volte si respira una rabbia palpabile, mentre in altri momenti è la malinconia a dominare. Ogni tanto c’è spazio anche per delle belle aperture melodiche, che fanno respirare un po’ la cavalcata e la rendono più varia con la loro essenza al tempo stesso calda, dolce e disperata. Sono un altro elemento riuscito alla grande dell’ennesimo pezzo incredibile di Deadly Fairytales: se la precedente, con cui forma in fondo un unicum, è forse il punto più basso dell’album (per quanto sia ottima), questa si avvicina invece ai suoi picchi! La seguente Eternal Fire ha un inizio morbido e ricercato che ricorda gli In Flames degli anni d’oro, sensazione che prosegue anche quando il metal torna, seppur la personalità dei Gandalf non venga meno. Abbiamo un pezzo lento e sognante, con la tipica oscurità accogliente dei finnici che avvolge bene, grazie a un ritmo ondeggiante e a piccole variazioni di sfumature, da momenti più cupi ad altri più speranzosi. Per esempio, appartengono ai secondi i ritornelli, che mescolano metal e chitarre pulite (ricordatevi che era il 1998 e queste commistioni non erano ancora sfruttate) in qualcosa di insieme dolce e pesante, che colpisce bene. Ottima anche la sezione centrale, più delicata del resto: è adatta per un pezzo che scorre bene e si rivela l’ennesimo riuscito a meraviglia di una scaletta già di per sé piena di capolavori!

Stronger than Hell comincia con un riff efficace al massimo e davvero iconico, tanto che senza esagerare potrebbe addirittura essere usato come archetipo per spiegare cos’è il melodic death metal scandinavo! Anche il resto però non è da buttare: la norma riesce a colpire al punto giusto, con la sua impostazione veloce e tempestosa, di gran oscurità, che a un certo punto sale verso la frenesia del blast beat con influenze addirittura black. Dopo aver macinato a lungo però questa base comincia ad aprirsi e si alterna un paio di volte con ritornelli più aperti e melodiosi, seppur l’oscurità non sparisca. L’unico difetto di tutto questo è che… dura troppo poco! Vista la bontà delle soluzioni, forse un minutaggio più elevato sarebbe stato meglio, ma in fondo ci si può accontentare: abbiamo l’ennesimo pezzo eccellente di Deadly Fairytales, nemmeno troppo distante dal meglio del disco! A questo punto siamo alle ultime battute, e per l’occasione i Gandalf scelgono di spostarsi sul loro lato più melodico con Never Again. Dopo un breve intro più potente la musica si spegne in un lieve interludio tranquillo e nostalgico, con la chitarra acustica accompagnata dalla cassa di Nalle e da quello che sembra un campionamento lontano di voce. Il brano torna quindi a esplodere, ma la melodia è onnipresente, e l’intenzione dei finlandesi sembra più di evocare un aura dimessa e malinconica che aggredire. Ciò almeno vale per le strofe, molto depresse e cupe, con persino influenze gothic metal in evidenza ma poi il pezzo si rafforza con bridge obliqui, più energici e oscuri del resto. È la giusta introduzione per ritornelli desolati, che colpiscono con la grandissima intensità del pathos sprigionato. In tutto questo c’è spazio anche per un buon numero di variazioni, specie a livello melodico, che aiutano a rendere il pezzo mai noioso nonostante una struttura semplice e una durata importante. E così, dopo oltre cinque minuti molto avvolgenti, la canzone si conclude con un breve outro che riprende la melodia principale del pezzo col solo pianoforte del bassista Kirka, e sottolinea ancora di più il tono dimesso del pezzo. Nel complesso abbiamo una grandissima conclusione, da annoverare addirittura tra i pezzi migliori dell’album che chiude!

Per concludere, Deadly Fairytales è un vero capolavoro del melodic death metal: dispiace che sia così poco conosciuto – e che il gruppo dopo l’altrettanto bistrattato Rock Hell (2001) si sia sciolto. È vero in effetti che non è per tutti i palati, visto la sua natura molto melodica, troppo spinta forse per un fan del melodeath più roccioso – per non parlare di un amante di generi più estremi che lo troverà molto commerciale. Gli amanti di Children of Bodom e simili al contrario potrebbero trovarlo troppo scarno, senza tastiere o altri orpelli. Se però l’idea di un’unione tra classico e moderno vi stuzzica, e soprattutto se dal metal non cercate solo potenza ma anche emozioni, è un album che fa assolutamente per voi. Il consiglio è quindi di dargli la caccia: non sarà reperibile con la facilità di un album dei Metallica, ma non è nemmeno introvabile!

Voto:  95/100

Mattia
Tracklist:

  1. End of Time – 03:46
  2. Marionette – 05:56
  3. The Cradle – 05:09
  4. Dark Memories – 03:48
  5. Fade Away – 04:44
  6. The Price of My Deeds – 03:54
  7. Forlorn – 04:34
  8. Eternal Fire – 04:51
  9. Stronger than Hell – 03:23
  10. Never Again – 06:46
Durata totale: 46:51
Lineup:

  • Jari – voce
  • Sami – chitarra
  • Timo – chitarra
  • Kirka – basso e pianoforte
  • Nalle – batteria
Genere: death metal
Sottogenere: melodic death metal

Potrebbero interessarti anche...

Aggiungi il tuo commento