Malet Grace – Malsanity (2017)

Per chi ha fretta:
Dopo aver ascoltato il loro splendido Malet Demo 2015 (2015), avevo grandi aspettative per il full d’esordio dei latinensi Malet Grace, Malsanity (2017): aspettative realizzate solo in parte. Da un lato, è vero che le qualità del gruppo si sono confermate, con per esempio un songwriting di alto livello o l’evoluzione del suono, che dall’heavy/progressive metal iniziale si è arricchito di sfaccettature. Dall’altro però il gruppo laziale ha perso un po’ di eleganza e ricercatezza in favore di sonorità più dure ma lievemente meno fascinose; colpa anche di una registrazione adatta a un demo ma non a un full-lenght. Un altro difetto del lavoro è un po’ di omogeneità: anche per questo, se la qualità media è buona, giusto Empathy for Silence, The Human Side of Schizophrenia e in parte Where False Idols Pray riescono a spiccare davvero. Sommando pregi e difetti, Malsanity resta comunque un lavoro buonissimo e sopra alla media, in cui i Malet Grace mostrano le loro qualità – seppur possano certo fare anche meglio.

La recensione completa:
Dopo che una mia recensione è stata pubblicata, possono succedere due cose. Nella maggior parte dei casi, col tempo non ascolto più l’album in questione, e riesco a ricordarmi giusto il titolo e il suo valore; ci sono però (pochi) lavori eccellenti di cui non mi dimentico ancora a distanza di anni. Per esempio, come potrei scordarmi i Malet Grace da Latina e il loro Malet Demo 2015? Parliamo di un lavoro che mi aveva colpito tantissimo due anni fa, tanto da finire con merito al primo posto nella classifica di fine 2015 tra i demo più promettenti dell’anno. Avevo quindi grandissime aspettative per il primo full-lenght dei latinensi, intitolato Malsanity e uscito autoprodotto lo scorso 26 maggio: aspettative che, devo dire, si sono realizzate solo in parte. In questi due anni, sembra che per i Malet Grace siano cambiate molte cose, in primis a livello stilistico: rispetto al passato il loro suono è diventato meno elegante e più aggressivo. Ciò è stato messo in atto assorbendo nell’heavy metal progressivo originario del gruppo influenze soprattutto dallo speed power primigenio – quello più macinante e meno elegante – oltre che dal thrash. Il risultato di questa evoluzione suona convincente e ben fatto, e le nuove influenze si integrano bene nello stile dei Malet Grace, che del resto le supportano con un songwriting di alto livello. Personalmente però ammetto di apprezzare di più i toni ricercati dell’esordio, pur ammettendo che questo oggettivamente non è un difetto. I problemi veri di Malsanity sono altri, e rispecchiano più o meno quelli più tipici del metal odierno. Per esempio, la sua scaletta è di qualità media alta, ma mancano quelle hit che possono portare al capolavoro qualsiasi disco. Colpa anche di un filo di omogeneità, con alcune impostazioni melodiche che tendono a ripetersi qua e là, seppur i Malet Grace siano più consapevoli della media e cadano meno in quest’errore. Inoltre, a volte anche il cantante Giampaolo Polidoro sembra un po’ stentare: rispetto a Malet Demo 2015 pare meno a suo agio con le sue melodie vocali. Infine, Malsanity soffre di una registrazione un po’ troppo grezza per la proposta del gruppo: contribuisce a togliergli ricercatezza, e se poteva andare bene per un demo, per un full-lenght si doveva fare di più. Questi sono tutti difetti che intralciano un po’ la resa dell’album, ma non più di tanto: dopotutto le capacità dei Malet Grace restano ancora sopra alla media, e lo dimostrano anche qui. Malsanity in effetti è un buonissimo album, come leggerete nel corso della recensione: il problema vero è forse mio personale , visto che dopo il demo del 2015 mi aspettavo di più.

Si parte da Commotion of Frailty, intro che si distingue da quelli di rito per l’assenza di qualsiasi elemento sinfonico o sintetico. C’è invece il basso di Andrea Paglierini che dà un attacco prog prima che esploda un lento pezzo heavy metal, melodico e con una certa nostalgia. Questa norma va avanti per circa un minuto, seppur con variazioni che a volte lo portano su una potenza preoccupata, altrove invece all’intimismo, ma senza mai perdere le sue caratteristiche di base. Sembra quasi che si debba sviluppare in un pezzo vero e proprio quando tutto si spegne, e un growl entra in scena: è il lancio di Empathy for Silence, molto frenetica sia nel veloce ritmo impostato dal nuovo batterista Andrea Giovanetti che nei cambi repentini della struttura. La norma di base è una progressione veloce e a metà tra thrash e un heavy metal ombroso, che colpisce sia per potenza che per aura. L’evoluzione porta però il pezzo verso momenti più melodici, con a volte armonie catchy e influssi power, altre volte più tranquilli e dilatati, altrove ancora coi controtempi tipici del prog. Questi momenti convivono, anche nello spazio di poche battute, con momenti estremi: a volte sono solo oscuri e possenti, ma altrove il pezzo sale verso brevi sfoghi addirittura di appeal black metal. Il tutto è comunque mescolato a meraviglia, gli spigoli sono davvero pochi e i passaggi ottimi tanti, specie per quanto riguarda gli arrangiamenti delle chitarre di Polidoro e di Alessandro Toselli. Ne risulta un pezzo di gran levatura, che sa essere sia aggressivo che ricercato e riecheggia dei migliori Malet Grace, in ultima analisi uno dei picchi assoluti del disco che apre! The Human Side of Schizophrenia ha quindi un inizio possente  e vorticoso come la precedente, ma poi si incanala su una linea più tranquilla e malinconica. La base è un pezzo power di velocità medio-alta che però evoca una notevole tensione emotiva più che aggredire. È la stessa sensazione che viene fuori nei bridge, spesso aperti e con le chitarre acustiche, sia coi ritornelli, che riprendono lo stesso andamento ondeggiante ma lo rendono più potente e con ancor più pathos, grazie ai bei vocalizzi di Polidoro. Alla fine di essi c’è spazio però per dei momenti più arcigni e cupi, che danno al tutto una sfumatura diversa ma non spiacevole, anzi. Prende ancora un’altra direzione la sezione centrale, vorticante e seriosa, a tratti anche cupa ma molto piacevole, prima della ripresa finale, ancora più carica emotivamente: si incastra bene in un altro brano splendido.

Dopo un avvio così sfolgorante, la qualità si abbassa un pochino con Angel of Chaos, primo dei tre brani ri-registrati da Malet Demo 2015. Parliamo anche di quello con più cambiamenti: la velocità media è molto aumentata come la potenza, il che però la rende meno ricercata della precedente e le fa perdere qualcosa. Anche diversi arrangiamenti sono cambiati, rendendo la sua struttura un po’ più prog, un fatto che invece funziona abbastanza bene. In generale, sia la struttura di base – in special modo i ritornelli – sia le variazioni della cupa frazione centrale, aiutate da lievi tastiere, sanno il fatto loro. Abbiamo una bella canzone, anche se devo ammettere di preferire di parecchio la versione del demo. Giunge quindi Subsconsciousness of Misery, che mostra fin dall’inizio un lato più duro e cupo anche rispetto alla media di Malsanity con un vortice di note impenetrabile, ma poi si svolta. La norma principale delle strofe è molto calma, quasi a livello power moderno, ma con un senso di preoccupazione palpabile. Ancora di più fanno i bridge, un florilegio di lead di chitarra che sfocia poi in ritornelli dimessi e lenti. Proprio questi ultimi sono però il problema del pezzo: al contrario delle altre due parti, che colpiscono a dovere, risultano un po’ mosci, troppo dilatati per colpire e far quadrare al meglio il pezzo. Buoni si rivelano invece gli altri arrangiamenti, dalle dissonanze quasi alternative presenti qua e là alla seconda metà strumentale, da puro progressive: è una sezione complessa ma piena di passaggi rilevanti, che riesce a emozionare alla grande specie nel finale. Nell’insieme insomma ne risulta un pezzo di qualità, anche con il suo problema. La successiva The Pleasant Charm of Memory comincia in maniera piuttosto potente e diretta, ma è un preludio fuorviante: presto la tensione si abbassa. Abbiamo una frazione dominata da chitarre acustiche quasi folk, tristi ma delicata: è una norma che torna spesso all’interno del pezzo, per esempio nei ritornelli, più rumorosi ma morbidi e avvolgenti. C’è però spazio anche per frazioni di buona potenza, mai troppo veloci ma che colpiscono con la loro natura potente, a volte preoccupata, altrove invece di gran impatto. Purtroppo lo stesso non si può dire di quelle lente, buone ma che ogni tanto sanno di già sentito, specie nelle melodie vocali di Polidoro. Anche la durata ridotta è un difetto, visto che fa sembrare il tutto quasi incompleto: il risultato è una traccia un po’ smorzata, nonostante sia tutto sommato piacevole.

Un intro di strani effetti sonori, quasi da manicomio (si sentono risate e gemiti, per esempio), poi prende il via Egopathy, secondo brano ripreso dal demo. Come la precedente, è stata potenziata e accelerata, per un pezzo speed power che però stavolta ha conservato il suo fascino. Sia le strofe, veloci e dirette ma con belle melodie nascoste e una buona aura, sia il loro sviluppo successivo più riflessivo incidono alla grande, grazie anche al ritmo incalzante. Non è male nemmeno la frazione finale, che passata metà si fa più labirintica e rocciosa, anche se qualche passaggio stona, come quello in blast beat. C’è da dire però che questo era un difetto anche nel pezzo originale, e del resto altri passaggi, specie quelli più intensi a livello emotivo, funzionano a meraviglia. Abbiamo insomma un ottimo pezzo nonostante qualche passaggio meno riuscito: paradossalmente se in Malet Demo 2015 era il meno bello, qui risulta la ri-registrazione migliore! Giunge quindi Ambiguity of Extinction, che pende più sul lato heavy dei Malet Grace come si può sentire quasi subito. Quando poi entra nel vivo, abbiamo un episodio meno vorticoso e più semplice degli altri, seppur influssi power siano presenti qua e là, specie nelle strofe. I ritornelli invece sono più semplici, con le loro melodie lontane a tratti moderne, a tratti invece maideniane, che reggono una norma lineare e catchy. Nonostante tutte le soluzioni di questa norma siano piacevoli, il complesso stavolta risulta un po’ anonimo e colpisce poco: di fatto l’unica sezione che spicca è quella centrale, coi suoi toni macinanti e thrashy, che avvolge bene. Per il resto abbiamo un brano mai spiacevole e discreto, ma che all’interno di Malsanity non riesce a spiccare granché. I ritmi si calmano quindi per l’intro di Chaos Is My Order, con lontane chitarre quasi orientaleggianti come base alla voce del frontman, per un effetto etereo. Ma i laziali non hanno ancora finito di correre: all’improvviso esplode una progressione serrata e possente, con influssi thrash stavolta bene in vista, seppur l’aurea evocata sia sofferente. È una sostanza che si mantiene anche quando i bridge rallentano, rimanendo però d’impatto. L’ammorbidimento arriva solo coi ritornelli, molto più calmi e pieni di melodia, con una base che prende addirittura dal melodeath su cui Polidoro canta con grinta, ma senza spezzare il pathos infelice generale. Ottima anche la frazione centrale, che come da norma dei Malet Grace è variegata: comincia con un passaggio lento, da ballad, ma poi si rafforza fino a tornare alla potenza precedente, passando nel frattempo anche tra diversi bei momenti solistici, specie nel finale. È un altro arricchimento per un pezzo che forse non sarà tra i migliori del disco ma si rivela di buonissima qualità.

Malet Grace, la terza e ultima canzone ripresa dal demo, è anche quella più aderente all’originale, seppur anch’essa soffra un po’ della “perdita di ricercatezza” già riferita all’inizio – oltre che di un abbassamento di tono. Abbiamo un brano da subito tenebroso e cupa che fluisce con potenza, alternando momenti più dinamici e altri più cadenzati ma sempre di buon impatto, grazie anche al ritorno delle influenze thrash del gruppo. Ottima anche la parte centrale, vorticosa, energica e molto emozionante, con i validi giochi melodici e gli incastri di Polidoro e Toselli, per un brano che ancora perde rispetto all’altra versione ma resta buonissimo.  A questo punto, Malsanity è alle ultime battute: c’è rimasto spazio solo per la lunga closer-track Where False Idols Pray, che comincia da un intro molto mogio con la chitarra acustica sovrapposto al suono di pioggia. Ma come è ovvio questa situazione non è destinata a durare: d’improvviso scoppia un pezzo veloce e vorticoso, speed power magmatico in movimento costante. Anche il pezzo è così: la struttura è sempre in divenire , come dimostra per esempio il rallentamento subito successivo, che porta il brano su terreni più calmi ma potenti e quasi solenni. I bridge si attenuano di più, con tante melodie e cori addirittura zuccherosi: creano così un contrasto anche più grande coi ritornelli, che invece si potenziano, con chitarre potenti e un Polidoro graffiante al microfono. Il tutto è infarcito di controtempi progressivi e di tante piccole variazioni, che rendono il tutto molto più interessante, sia nella struttura principale che nelle variazioni. Un buon esempio può essere la sezione centrale, diretta e seriosa ma molto melodica, che stacca col resto ma non stona nell’economia complessiva. In più, con le sue soluzioni il brano riesce anche a uscire dall’omogeneità degli altri pezzi, il che gli dà una marcia in più notevole. E così, dopo una frazione più tranquilla che sfocia in una ripresa dell’intro, il pezzo alla fine si conclude rivelandosi appena sotto ai picchi del disco (anche se il finale vero e proprio è una ghost track che riprende in versione acustica e morbida un passaggio di Egopathy).

Confrontando Malsanity con Malet Demo 2015, qualcuno al posto mio potrebbe parlare di un mezzo passo falso, ma per me non lo è: magari tutti i passi falsi fossero così! Abbiamo un lavoro buonissimo e sopra alla media, che può piacere ai fan del progressive metal più scarno e potente, magari anche con influssi heavy e power. Per quanto riguarda i Malet Grace, penso che debbano ancora trovare la giusta quadratura del cerchio, ma le loro qualità si confermano anche qui nonostante i difetti. E io di certo non ho perso la speranza che i laziali riescano a crescere ancora e a sviluppare l’incredibile potenziale che possiedono!

Voto: 79/100

Mattia

Tracklist:

  1. Commotion of Frailty – 01:15
  2. Empathy for Silence – 04:08
  3. The Human Side o Schizophrenia – 05:35
  4. Angel of Chaos – 03:43
  5. Subconsciousness of Misery – 05:02
  6. The Pleasant Charm of Memories – 03:04
  7. Egopathy – 04:54
  8. Ambiguity of Extinction – 04:34
  9. Chaos Is My Order – 05:26
  10. Malet Grace – 04:57
  11. Where False Idols Pray – 05:53

Durata totale: 48:30

Lineup:

  • Giampaolo Polidoro – chitarra e voce
  • Alessandro Toselli – chitarra
  • Andrea Paglierini – chitarra acustica e basso
  • Andrea Giovanetti – batteria

Genere: heavy/power/progressive metal
Sottogenere: speed power metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei Malet Grace

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6 risposte

  1. Tiz85 ha detto:

    Troppo soggettiva questa recensione… dovresti valutare obiettivamente dal punto di vista oggettivo e non come desidereresti ottenere il prodotto ultimato, altrimenti ti verrebbe chiesto di partecipare alla stesura dei brani. Recensione discreta ma nei versi a definire troppa ambiguità.

  2. Mattia Loroni ha detto:

    Bella la tua recensione alla recensione 😀 . Posso fare io la recensione al tuo commento? Tu dici che la recensione è molto soggettiva: assolutamente sì. Peccato che nella storia del mondo non è mai stata scritta una recensione oggettiva 😀 . Fatti un giro su Metal-Archives se non mi credi: troverai sicuramente recensioni molto positive di dischi che ti fanno schifo e stroncature di album che secondo te sono capolavori. Però in fondo hai ragione: seguirò il tuo consiglio e le mie prossime recensioni saranno tutte come vuoi tu. Dopotutto cosa posso saperne io di come si scrive una recensione, che ne ho scritte quasi seicento dal 2011, in confronto a uno che si è iscritto a blogger oggi per lasciare un commento anonimo ^_^ ?

  3. Tiz85 ha detto:

    Questo commento è stato eliminato dall\’autore.

  4. Tiz85 ha detto:

    io ho solamente commentato la recensione… tranquillo

  5. Mattia Loroni ha detto:

    Sì, l'hai commentata molto tranquillo, prima scrivendo \”coglione\” e poi cancellando il commento 😀 . Ma se fossi su blogger da più di un giorno, forse sapresti che a me arriva una mail per ogni commento, che poi venga cancellato o meno 😀 .E poi sapresti che insultare e poi cancellare il commento non è un comportamento socialmente accettato, qui nella blogosfera. Ma di questo non ti devi preoccupare: ho rimediato per te al problema con un bellissimo screenshoot a imperitura memoria ^^ .

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