Vis – The Everburning Fire (2017)

Per chi ha fretta:
I bresciani Vis sono un gruppo ancora acerbo ma con alcune potenzialità, come dimostra il loro demo d’esordio The Everburning Fire (2017). Il genere espresso dal gruppo è un mix di black metal pagano non troppo estremo e folk molto più minimale della media del genere oggi. È un suono atmosferico e vintage, che può contare su buone caratteristiche, come per esempio il cantato in parte in italiano. Ma i lombardi sembrano ancora immaturi: cadono a volte in sbavature a livello compositivo e tecnico, altre volte in alcuni cliché; in più, la registrazione del demo non valorizza il loro sound. Eppure, anche con questi difetti il lavoro mostra delle potenzialità: in particolare Il Risveglio e Slaves to the Pagan Fire sono di qualità abbastanza buona. E così nel complesso The Everburning Fire si rivela un lavoro discreto, che promette bene per il futuro: se i Vis riusciranno a crescere, potrebbero diventare un ottimo gruppo.

La recensione completa:
“Ancora acerbi, ma con delle potenzialità”: volendo stringere all’osso, è questo il mio giudizio sui Vis. Nati a Brescia nel 2013, dopo alcuni alti e bassi sono arrivati lo scorso 18 maggio al loro demo d’esordio, The Everburning Fire. Il genere suonato dal gruppo è di base un black metal non troppo melodico ma meno estremo del suono classico, che con le sue suggestioni epiche rientra a pieno nell’ambito del pagan. In più i Vis mostrano alcuni influssi folk, ma non nel senso del folk metal moderno: come anche la base metal, sono abbastanza rarefatte. Per esempio, in The Everburning Fire sono presenti qua e là piccoli interventi del flauto, ma soprattutto sono le chitarre pulite e acustiche il loro strumento tradizionale principe, che danno tra l’altro al loro suono una patina vintage molto piacevole. In più i Vis possono contare su una discreta attenzione verso l’atmosfera e su dettagli ben riusciti come il cantato, in parte in italiano e in parte in inglese. Il risultato è un genere non originalissimo – riecheggia di Kampfar, Satyricon e Isengard, ma a tratti anche degli Agalloch e gruppi derivati – ma di solito avvolgente e piacevole. Tuttavia,  come accennato all’inizio The Everburning Fire è ancora immaturo: lungo la sua durata, per esempio, sono presenti sbavature a livello compositivo e a volte anche tecnico (ma nulla di drammatico, c’è da dire). In più, i Vis tendono ogni tanto a cadere in un po’ di cliché del pagan e del folk metal: per il futuro dovrebbero evitarli o al massimo rileggerli in qualcosa di più personale, cosa che per ora non riesce loro nella giusta maniera. Infine, anche la registrazione è da migliorare: così secca e piatta in fondo è anche giustificabile essendo il primo demo, ma per il futuro dovrebbero trovare una formula che valorizzi di più il loro suono. Sono tre difetti da non trascurare, ma che in fondo non sembrano irrisolvibili: come accennato, i Vis hanno alcune potenzialità che in The Everburning Fire riescono a mettere in evidenza almeno in parte.

La opener Forestwaltz viene introdotta da suoni ambientali da bosco, prima che spuntino una placida chitarra pulita e i giri mogi del flauto di Paolo. Quest’ultimo resta in scena anche quando il metal comincia a fluire con potenza, unendosi a una base energica ma al tempo stesso malinconica, grazie anche a un riffage melodico. Questa falsariga, spesso corredata dallo scream di Enrico, si alterna ogni tanto a frazioni più spoglie e potenti, ma non molto aggressive: il ritmo non è estremo,  e le ritmiche si avvicinano quasi a quelle dell’epic metal propriamente detto. Ogni tanto c’è spazio anche per qualche passaggio più morbido e lento, dominato da lead di chitarra: si tratta di una frazione non male che però dà un po’ fastidio al dinamismo generale. Molto meglio va invece quando i Vis cambiano direzione, poco prima di metà: la traccia abbandona allora i toni quasi solenni per una fuga rapida. In principio è più aperta e quasi disimpegnata, con in evidenza ancora il flauto, ma poi diviene più arcigna e macinante, più orientata sul lato black dei bresciani. Si arriva così a un finale molto cupo col parlato e la chitarra pulita, un momento molto evocativo che incide bene. La musica quindi si spegne, e il brano sembra finito, ma c’è ancora spazio per una lunga coda senza più traccia di metal, con solo le chitarre folk e giusto qualche venatura di quella distorta, accompagnate da qualche sussurro e da lievi percussioni. È una conclusione suggestiva per un episodio godibile nonostante i difetti. La successiva Il Risveglio stacca in maniera netta dalla precedente avviandosi subito con una progressione black metal tempestosa e feroce, guidata dal blast beat di Lorenzo. Questa norma presenta poche variazioni che non ne interrompono l’avanzata serrata e rabbiosa, per arrestarsi però davanti a quelli che possono essere considerati i ritornelli. Sono brevi frazioni dominate da un florilegio di chitarre più melodiche, lento e con un effetto quasi mogio, grazie in parte anche a Enrico che passa al pulito e canta in italiano – ma la sua prestazione ogni tanto sembra un po’ “ingessata” e poco convinta. Inoltre, a volte questa norma lascia spazio a lunghi stacchi ancora black molto oscuri, ma più dilatata e atmosferica, a tratti aiutata in questo intento anche da sparute influenze doom e da qualche stacco delicato di chitarra a tinte folk che le punteggiano. Per quasi tutta la canzone, le due anime si alternano in un fluire spontaneo senza grandi spigoli, con in più arrangiamenti variegati che aiutano a non annoiare. Degno di nota anche la sterzata finale verso una norma strana, musica folk con addirittura un vago appeal prog che si mantiene anche quando la chitarra pulita si sovrappone a una bella base metal rarefatta. È un passaggio che spicca anche in un pezzo che non sarà eccelso ma risulta di buonissima qualità ed è tra i picchi di The Everburning Fire.

With the Thunder prende il via da ancora un intro calmo con gli intrecci tra gli arpeggi delle chitarre acustiche che evocano un mood profondo e triste. È una caratteristica che, al pari della grande carica melodica, si conserva anche quando il metal comincia a fluire lento e con un bel pathos, molto incisivo. Ma la svolta è dietro l’angolo: presto i Vis si spostano su una norma più tesa e ritmata, piuttosto battagliera. Il tutto tende inoltre a variare tra strofe più dirette e semplici e ritornelli che recuperano un po’ la melodia e la carica infelice precedente, pur essendo ancora energici al punto giusto. C’è spazio inoltre per un bel numero di variazioni, alcune abbastanza estreme e vorticose, altre invece che tornano ad aprire con le chitarre folk. Se le seconde funzionano bene, a volte le prime stentano un po’, in special modo quelle sulla tre quarti: la batteria di Lorenzo con la cassa iperveloce sembra quasi finta, e soprattutto sale sopra agli altri strumenti. È un po’ un peccato, in realtà: tutto il resto funziona molto bene, soprattutto per quanto riguarda l’atmosfera. Se abbiamo un pezzo di buona qualità, ciò non toglie che poteva essere migliore, e superare persino i picchi di The Everburning Fire. Quest’ultimo ormai è alla fine: a concludere il quartetto i Vis schierano Slaves to the Pagan Fire, che fugge subito come un nervoso pezzo black metal. Ciò però non è destinato a durare: presto si spegne in un lungo stacco a tinte folk. Ma l’aura non è allegra: il riff delle chitarre pulite di Enrico, Paolo e Leonardo,  e il cupo giro di flauto al di sopra creano un aura pesante e oscura, che si mantiene anche quando il voltaggio torna a salire. Abbiamo allora una falsariga lenta e quasi doomy, ma anch’essa dura poco: il pezzo entra davvero nel vivo solo dopo oltre due minuti, quando la musica si fa più rutilante e parte una fuga possente. È un lungo passaggio molto cupo che sa però essere immaginifico ed epico, grazie a una base possente ma che non tralascia la melodia, sia nelle chitarre che nel basso di Matteo, che fa capolino qua e là. C’è spazio anche per inserti più serrati e rabbiosi, che aiutano il tutto ad avere una maggior varietà e a non annoiare, oltre a colpire a dovere. Il tutto si calma solo dopo diversi minuti, quando la furia evapora, e i toni folk tornano alla ribalta, docili e fascinose. È il preludio a un finale che riprende la stessa melodia e le sviluppa in qualcosa che coinvolge a meraviglia con toni epici e al tempo stesso melodici.  È adatto come finale di una grande traccia senza quasi difetti, il punto più alto in assoluto del demo che conclude insieme a Il Risveglio.

Per concludere, nonostante i suoi difetti e la sua immaturità, The Everburning Fire non è un lavoro scadente: è piacevole per lunghi tratti, e un paio di pezzi fanno ben sperare per il futuro. La loro strada sarà ancora lunga, ma i Vis hanno le potenzialità per percorrerla al meglio, vista anche la giovane età: se lavoreranno e matureranno, le loro prossime mosse potranno surclassare questa opera prima. Anche per questo, sono curioso di ascoltare come riusciranno a crescere.

Voto: 67/100 (voto massimo per i demo: 80)

Mattia

Tracklist:

  1. Forestwaltz – 07:04
  2. Il Risveglio – 09:20
  3. With the Thunder – 06:14
  4. Slaves to the Pagan Fire – 08:08

Durata totale: 30:46

Lineup:

  • Enrico – voce e chitarra
  • Leonardo – chitarra
  • Paolo – chitarra e flauto
  • Matteo – basso
  • Lorenzo – batteria

Genere: black/folk metal
Sottogenere: pagan metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei Vis

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