Necrot – Blood Offerings (2017)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEBlood Offerings (2017) è il primo full-length dei californiani Necrot.
GENEREUn death metal marcio e cupo, che si rifà al classico suono americano ma con qualche influenza europea. 
PUNTI DI FORZAUn approccio dal genere meno macinante e più ragionato, che porta la band a puntare su ottime atmosfere lugubri, una registrazione marcia al punto giusto. Queste caratteristiche danno sostanza a una scaletta valida e con poche cadute di stile.
PUNTI DEBOLIUna certa omogeneità, alcune ingenuità a tratti.
CANZONI MIGLIORIRather Be Dead (ascolta), Blood Offerings (ascolta), Layers of Darkness (ascolta)
CONCLUSIONISeppur non abbiano pretese di innovare, i Necrot hanno una marcia in più rispetto a tanti gruppi death metal di oggi. Blood Offerings è un buon album, con le giuste caratteristiche per intrattenere ogni fan del genere!
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
78
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Al giorno d’oggi, il death metal classico vive uno stato di forma che definirei “controverso”. Se da un lato di capolavori se ne vedono ancora in numero sufficiente, dall’altro molti gruppi nuovi non hanno la scintilla che rese grandi gli esponenti maggiori del genere: la loro musica spesso è un macinare sterile e anonimo. Per fortuna però ci sono anche nuove leve che riescono a riproporre il genere con successo: è per esempio il caso dei Necrot, trio proveniente da Oakland in California ma guidato da Luca Indrio, musicista toscano in trasferta. Il loro è un death tradizionale dal suono ribassato, influenzato principalmente da Autopsy, Incantation e Bolt Thrower. Si tratta di uno stile spostato sull’incarnazione americana del genere ma senza rinunciare a qualche venatura dai gruppi svedesi più marci e a qualche influsso più vario, proveniente a volte da punk e hardcore, altrove dal doom più estremo. A parte questo, il suono dei Necrot non ha grandi pretese di innovazione, ma almeno non è il solito death metal scontato che si sente a volte. La loro musica presenta meno blast beat e spinge meno sull’acceleratore a tutti i costi; gli americani puntano invece su un approccio più ragionato che riesce ad avere impatto ben maggiore. Questa caratteristica si traduce soprattutto in un’impostazione meno frenetica della media, che punta molto non solo sulla potenza ma anche su atmosfere lugubri, che incidono bene. Insieme a una bella registrazione, marcia al punto giusto, è questo il vero punto di forza di Blood Offerings, primo full-length di una carriera iniziata nel 2011 e costellata finora solo di una manciata di demo. È vero che, dall’altra parte, i Necrot sono ancora un po’ acerbi: per esempio, ogni tanto tendono a perdersi, il che li fa incappare in qualche brano meno bello. In più, Blood Offerings soffre anche di omogeneità a tratti, con alcune impostazioni che tendono a ripetersi e la presenza di qualche cliché di troppo. Ma non sono difetti poi così grandi per un lavoro che di media è abbastanza buono, almeno un gradino sopra all’uscita death metal media di questi tempi.

Senza alcun preambolo, The Blade esordisce tempestosa e lugubre, avanzando possente sulla guida creata dalla doppia cassa di Chad Gailey per quasi un minuto. Il brano vira poi su un’impostazione più semplice e diretta, ma di ottimo impatto grazie al ritmo incalzante e il growl cavernoso e graffiante di Indrio. Su questa norma si aprono a tratti delle accelerazioni vorticose: in principio sono brevi, ma poi a circa metà brano si fanno più espanse, e traghettano il pezzo attraverso acque molto movimentate. Parliamo di una frazione piena di cambi di tempo e con un urgenza palpabile, che colpisce alla grande in accoppiata con un’oscurità impenetrabile, asfissiante. In ogni caso, le variazioni sono distribuite in maniera studiata e senza variazioni casuali, per una lunga fuga sempre molto avvolgente prima che la norma torni in scena. Ne risulta la parte migliore di un pezzo lungo quasi sei minuti ma buono e mai pesante, che apre alla grande l’album! Un breve preambolo con chitarre oblique e striscianti, poi Rather Be Dead prende vita col riffage circolare e incalzante di Indrio e di Sonny Reinhardt, che riesce a coinvolgere bene anche senza particolari fronzoli. Solo ogni tanto questa progressione si arresta, per delle frazioni che riprendono l’intro e lo sviluppano in una maniera meno pesante ma strisciante al punto giusto. Si tratta di una norma distruttiva ai massimi termini, ma al tempo stesso catchy in modo inaspettato, almeno per quanto riguarda il death metal. Anche il resto non è da meno: la parte centrale, alterna momenti espansi e d’atmosfera, con un solo lento e agghiacciante di chitarra, a lunghe progressioni vorticosi e avvolgenti. È un altro componente ben riuscito di un episodio ottimo in ogni particolare, che rientra di diritto tra i pezzi migliori di Blood Offerings!

Shadows and Light è una breve scheggia molto movimentata sin dall’inizio vertiginoso, caratteristica che si mantiene anche in seguito. Al netto di qualche rallentamento, la maggior parte della canzone è rapida, più della media dei Necrot, e si divide tra tratti pestati e altri più dinamici e cavalcanti. Il tutto è all’insegna di un’aggressione che anche qui funziona, seppur stavolta siano meno i passaggi che incidono rispetto ai brani precedenti. A spiccare sono soprattutto i brevi momenti in blast beat che spuntano qua e là e la sezione centrale, più obliqua e strana rispetto a ciò che ha intorno. Per il resto abbiamo un pezzo un filino anonimo, anche se la qualità è comunque più che discreta. Tuttavia, va molto meglio con Blood Offerings, che dopo un altro sfogo estremo si avvia seriosa e più lenta, seppure la velocità non sia bassa. La norma è sempre vorticante e cupa ai massimi livelli, con una bella alternanza tra passaggi in cui si mette ancora in mostra Gailey e altri più semplici a livello ritmico. Il tutto sa leggermente di già sentito, ma grazie a variazioni riuscite e a un Indrio in spolvero al microfono funziona bene. Il meglio è però la seconda parte, che rallenta ma non perde nulla per quanto riguarda l’impatto, ben assistito da una cupezza davvero soffocante data anche dal vago retrogusto doomy e alle dissonanze di chitarra che alla fine prendono il sopravvento. È la ciliegina sulla torta di un brano splendido, tra i migliori dell’album a cui dà (più o meno) il nome! Al contrario di ciò che l’ha preceduta, Empty Hands punta più sull’oscurità che sull’impatto: lo si sente da subito, quando in scena entrano i lead serpeggianti di chitarra. Non manca però l’energia distruttiva, ben rappresentata da frazioni possenti a tinte death tradizionale, con i tipici riff a motosega di gran potenza a dispetto di un ritmo non estremo. Le due parti si incrociano varie volte, arrestandosi solo nei pressi della parte centrale, l’unica un po’ più varia del brano, con momenti di velocità estrema e altri più lenti ma di gran forza. Per il resto abbiamo un brano piuttosto semplice, ma non è un problema: la sua qualità è elevata, poco distante dal meglio di Blood Offerings!

Beneath comincia in maniera molto movimentata, ma poi si orienta su una falsariga più lineare e diretta, che comincia ad avanzare per lunghi minuti in maniera ossessiva e con poche interruzioni. Forse lo fa anche troppo: la base principale è un po’ monotona e non graffia molto, per colpa anche di un riffage poco riuscito; lo stesso vale per i tratti in blast-beat che spuntano a tratti, che ne ereditano l’impianto. Va invece meglio nelle frazioni vorticose e dinamiche che si aprono qua e là, più animate e variegate, che incidono a dovere. Buona risulta anche l’escursione finale, guidata da una chitarra vorticosa di influenza addirittura black metal. Ma non basta per ritirare su un pezzo un po’ confusionario e stavolta non ben impostato, il che lo rende di gran lunga il meno bello di Blood Offerings. Per fortuna quest’ultimo si riprende subito con Breathing Machine, che sin dal principio preferisce un approccio meno veloce e più orientato a un death metal arcigno e grasso, quasi traballante. Il ritmo tenuto da Gailey è spesso lento, pur salendo in occasione di strofe veloci, con un’anima rabbiosa, contaminata da punk e death moderno. Si rallenta invece per quelli che sono considerabili i chorus, più espansi e ancora con un vago retrogusto black per cupezza. Il tutto è impostato in una struttura piuttosto elementare, ma che evolve pian piano i suoi temi, assorbendo a tratti un piglio doomy, mentre altrove l’aggressività aumenta per brevi sfoghi feroci. Ne risulta un pezzo di buona qualità, pur non essendo trascendentale. È invece tutt’altra storia con la conclusiva Layers of Darkness: comincia subito col suo tema principale prima di incanalarsi su una norma rapida e tagliente come un rasoio. È la norma delle strofe, frenetiche e agitate, che colpiscono con gran potenza prima che i chorus tirino il freno a mano e ripresentino quanto sentito nell’intro. Nonostante la mancanza di velocità, però, essi compensano con un’oscurità di gran forza, che incide a meraviglia. Buona è anche la frazione centrale, che rende la falsariga delle strofe più pestata e veloce. Ma soprattutto brilla il finale, che rilegge la parte principale aggiungendole dei fantastici lead blasfemi, per un effetto lugubre ma anche con un certo pathos. È il momento migliore di un brano splendido, una delle migliori del disco che chiude!

Per concludere, Blood Offerings non è certo l’album che cambierà la storia del death metal: del resto i Necrot non hanno la minima pretesa di farlo. Si tratta però di un lavoro di buona qualità, che sa quali tasti colpire per intrattenere al punto giusto ogni fan del genere. Se perciò amate il death metal classico e in particolare le sue incarnazioni più marce e oscure, i californiani sono degni della vostra attenzione.

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1The Blade05:55
2Rather Be Dead04:38
3Shadows and Light03:51
4Blood Offering05:31
5Empty Hands04:17
6Beneath04:59
7Breathing Machine04:54
8Layers of Darkness05:25
Durata totale: 39:30
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Luca Indriovoce, chitarra e basso
Sonny Reinhardtchitarra
Chad Gaileybatteria
ETICHETTA/E:Sentient Ruin Laboratories
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:l’etichetta stessa

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