Ecnephias – The Sad Wonder of the Sun (2017)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONENel corso della loro carriera, i lucani Ecnephias hanno spesso evoluto il proprio genere, come dimostra il loro sesto album The Sad Wonder of the Sun (2017).
GENEREUn suono che perde le influenze estreme passate per un gothic metal calmo e atmosferico. Inoltre ci sono moltissime influenze, dall’elettronica fino a toccare a tratti l’avant-garde.
PUNTI DI FORZAUn suono molto originale, che evoca un bel fascino, una buona varietà interna.
PUNTI DEBOLIA tratti una certa mancanza di mordente, qualche eccesso di sperimentazione e un po’ di prolissità.
CANZONI MIGLIORIGitana (ascolta), Povo de Santo (ascolta), Nouvelle Orleans (ascolta), Maldiluna (ascolta)
CONCLUSIONINonostante i suoi difetti, The Sad Wonder of the Sun è un album di buon livello, adatto soprattutto ai fan che nel metal cercano sonorità originali e non scontate!
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
75
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“Sempre alla ricerca di qualcosa”: è questa probabilmente la descrizione migliore a livello musicale dei lucani Ecnephias. Nella loro carriera, cominciata nel 2004 e con sei full-lenght all’attivo che li hanno portati anche a una discreta fama nella scena italiana, il gruppo ha sempre cercato di sperimentare, di non fossilizzarsi su un solo genere. Dagli inizi più estremi, hanno progressivamente deviato verso il gothic e la melodia: il loro ultimo album The Sad Wonder of the Sun, uscito lo scorso sette luglio, non è che un altro passo in questa direzione. Il genere affrontato qui dagli Ecnephias si spoglia quasi tutto dalle venature death e doom precedenti – presenti giusto in qualche spunto sparuto – in favore di un gothic metal tranquillo e molto personale. Il particolare che colpisce di più in questo stile è l’incredibile ventaglio di influenze del gruppo di Potenza, che vanno dalla musica elettronica e new wave a generi persino più lontani dal metal, fino a portare The Sad Wonder of the Sun a toccare l’avant-garde a tratti. Si tratta di un elemento che da un lato consente agli Ecnephias di evocare un gran fascino, grazie anche alla loro bravura a variare la formula e a non risultare monotono, nonostante i tanti brani con una struttura simile. Dall’altro però i lucani sembrano a tratti esagerare in fatto di sperimentazione. Se il loro suono melodico e tranquillo di solito funziona bene grazie alla costruzione musicale, a volte The Sad Wonder of the Sun è calmo in maniera esagerata, e manca di mordente – non solo in fatto di energia, ma anche per le melodie e per le atmosfere. La colpa è anche di un certo eccesso di leziosità e leggerezza e di una sensazione di indecisione che spuntano a tratti, quasi che gli Ecnephias non siano convinti a pieno della nuova strada intrapresa. Insieme a un po’ di prolissità ogni tanto, sono questi i difetti che incidono sul disco, ma non in modo eccessivo: in fondo The Sad Wonder of the Sun resta un album interessante e originale, come scoprirete tra poco.

Le danze cominciano in maniera molto tranquilla con un breve intro con la chitarra pulita, prima che Gitana entri nel vivo come un lento brano a tinte gothic/doom che ricorda vagamente i Type O Negative. Almeno, è questa la suggestione della norma base, col dualismo tra ritmiche lente di influsso doom e la tastiera di Sicarius in bella vista, il tutto corredato dalla voce profonda di Mancan, uno dei tratti più distintivi degli Ecnephias. È la norma che regge i ritornelli, lenti e semplici ma catturanti al punto giusto; diverse sono invece le strofe, molto più aperte e rarefatte, ma che ben si incastrano col resto. Lo stesso vale per la frazione centrale, con una chitarra che accenna anche a sonorità folk rock mescolate a un lieve tappeto sinfonico; è la stessa norma che nel finale viene resa più metallica, ma sempre con delicatezza. È un altro elemento ben riuscito per un brano di ottima qualità, subito tra i migliori di The Sad Wonder of the Sun. Lo stesso vale per Povo de Santo: esordisce anch’essa in maniera molto placida, il che rimane anche quando il metal comincia a fluire. Seppur nei tratti strumentali le ritmiche siano macinanti, a dominare sono i synth e il pianoforte, che danno al tutto un tono sognante e ricercato. La stessa aura arricchisce anche i ritornelli, che riprendono le stesse coordinate e le corredano con una maggior densità e soprattutto una melodia catchy, che colpisce alla grande. Le strofe invece sterzano in maniera decisa: divise a metà tra momenti tranquilli, con una malinconica chitarra pulita, e momenti più cupi e lontani, quasi spaziali, con una tastiera ambient che duetta con una base metal espansa e Mancan che passa al growl. In ogni caso, ogni frazione funziona molto bene, soprattutto per sfumature di atmosfera sempre ben studiate in ogni cambiamento. Una struttura elementare e senza grandi scossoni – ma con le giuste variazioni – fa il resto per un pezzo semplice ma splendido, che non solo sarebbe il singolo ideale dell’album ma risulta uno dei suoi picchi indiscutibili!

Anche Sad Summer Night si avvia pacifica, per poi cominciare pian piano a salire di voltaggio fino a raggiungere una norma gothic lenta e melodica ma al tempo stesso inquieta. È questa che regge i fascinosi ritornelli, ritmati e quasi ballabili, con un frontman che canta in maniera docile ma senza scacciare un certo mood crepuscolare, ben evocato in ogni momento. I refrain si rivelano invece il contrario a livello musicale: all’inizio sono vuoti e presentano solo la chitarra pulita, ma Mancan dà loro un tono oscuro col suo growl. Ciò si accentua anche di più nella loro seconda parte, semplice e lenta ma che sa essere quasi lugubre, grazie ai synth onnipresenti. Anche stavolta queste variazioni di tono sono ben impostate; purtroppo però il pezzo soffre un’eccessiva leziosità, che a tratti lo porta a essere un pelo prolisso. Lo si sente sia nella norma principale che nella lunga sezione strumentale al centro, spesso buona – specie quando entrano in scena gli assoli di chitarra dello stesso frontman e di Nikko, sia nei momenti lenti e bluesy sia in quelli più vorticosi – ma a tratti un po’ esagerata. È un problema che limita il pezzo, ma in fondo non più di tanto: la sua qualità resta buonissima anche così. Rispetto a quanto sentito fin’ora, la successiva The Lamp è molto più movimentata: sul ritmo medio-alto impostato dal batterista Demil si sviluppa una norma gothic metal melodica e quasi solare, nonostante un velo nostalgico sia presente quasi sempre. Ne sono immuni in parte le strofe, quasi allegre coi carillon di Sicarius e un piglio sognante, specie nei momenti che rallentano. Anche i refrain possono sembrare così a un ascolto distratto, ma dai vocalizzi e dalle chitarre trapela un pathos quasi drammatico, che colpisce a dovere. C’è poco altro da riferire a parte questi due passaggi, ma il pezzo non annoia mai: merito di una durata contenuta e di qualche piccola variazione piazzata nei punti strategici, come per esempio nel calmo finale. E se non è il migliore di The Sad Wonder of the Sun per colpa di qualche melodia non molto riuscita qua e là, abbiamo lo stesso un episodio che sa intrattenere al punto giusto.

Fin dall’inizio, Nouvelle Orleans si mostra influenzata dal reggae, con una lunga introduzione che incrocia questo genere con echi blues e southern. Lo stesso ritmo ondeggiante resta insieme agli interventi di chitarra pulita anche quando il metal torna in scena potente e con la solito assistenza delle tastiere, che gli danno un tocco quasi psichedelico. È uno strano ibrido ma funziona abbastanza bene, e va avanti fino all’aprirsi di chorus più lenti, tranquilli e semplici ma di grande tensione emotiva con le lievi orchestrazioni, i vari echi e la voce intensa di Mancan. La stessa progressione si ripete alcune volte durante il brano; si cambia verso solo per la frazione centrale, che riprende le venature etniche e caraibiche presente nel resto della canzone e le sviluppa meglio, per un lungo passaggio poco metal ma molto avvolgente. È un altro elemento valido per una traccia di buonissima qualità, non troppo distante dai migliori del disco. Giunge ora A Stranger: prende il via in maniera obliqua e dissonante, con belle tastiere alienanti che però si incrociano con una base metal priva di carisma, che non ne supporta a dovere l’atmosfera. Questa falsariga, a volte corredate dal growl di Mancan, si alterna con frazioni più tranquille, dominate ancora una volta dalla chitarra pulita. Tuttavia, nemmeno queste ultime hanno una gran presa: passano lisce senza lasciare quasi traccia. Gli unici passaggi efficaci sono al centro, con un assolo ancora bluesy, e la frazione onirica posta nel finale, due incisi di alta qualità; per il resto abbiamo un pezzo anonimo, che non spicca molto nell’album. Per fortuna a questo punto The Sad Wonder of the Sun si ritira su con Quimbanda, che comincia sempre con la chitarra pulita, stavolta su uno sfondo più movimentato. Anche il resto è più rapido e tortuoso della media del disco: lo dimostrano bene le strofe, a tratti di discreta potenza, altrove invece più diffuse, rarefatte e con un vago retrogusto addirittura new wave. Il meglio sono però i ritornelli, grintosi – almeno rispetto alle sonorità atmosferiche dell’album – ma al tempo stesso molto catchy. Buona anche la sezione centrale, che riprende le sonorità dell’intro e le correda con il duetto tra Mancan e l’ospite Raffaella Cangero cantato in italiano. È un momento suggestivo per una traccia non eccezionale ma di valore, che non sfigura affatto nella scaletta.

All’interno di questo disco, Maldiluna può essere considerata la ballata: all’inizio i suoi toni sono anche più calmi e disimpegnati della sua media. Pian piano poi il pezzo si evolve, con strofe a metà tra momenti ancora di influenza new wave e tratti più metallici, ma sempre calmi e compenetrati dai synth di Sicarius. Si torna invece indietro coi ritornelli, che riprendono la lentezza e in parte le melodie iniziali e le portano in un ambiente metal, anche se sempre sentito e delicato. C’è spazio qua e là anche per momenti particolari, che sembrano quasi una versione un po’ più cupa della musica dance anni ottanta. Sono un ottima variazione al complesso; lo stesso vale anche per la sezione centrale, di nuovo con le sole chitarre pulite e lievi orchestrazioni sotto a Mancan, che torna ancora all’italiano. Sono due passaggi ottimi che arricchiscono a dovere una traccia avvolgente e di gran qualità. A questo punto, The Sad Wonder of the Sun è alle sue ultimissime battute: per l’occasione, gli Ecnephias scelgono You. Si tratta di un brano più energico del predecessore, ma non di molto: già all’inizio si mettono in mostra le melodie dell’onnipresente Sicarius, rispetto al riffage pacifico al di sotto. Questa norma poi si fa anche più tranquilla nelle strofe, davvero espanse e con poco o nulla di metal, con la loro calma solare e giusto qualche venatura hard rock nei lead di chitarra che appaiono qua e là. Leggermente più pesanti sono i ritornelli, ma la dolcezza regna sempre sovrana, insieme a giusto un vaghissimo velo di malinconia, dato ancora dalle tastiere. In ogni caso, le melodie di entrambe le parti – e anche del bell’assolo al centro – funzionano in maniera discreta; dall’altra parte però il brano manca di mordente, e non riesce a incidere come potrebbe. Abbiamo perciò un brano piacevole ma un po’ sottotono rispetto alla media del disco che chiude.

Per concludere, pur avendo alcuni difetti The Sad Wonder of the Sun è un album fascinoso e di buona qualità. È vero anche che da un suono così personale si potrebbe tirare fuori di meglio, e del resto gli Ecnephias hanno dimostrato nella loro storia di averne tutte le capacità. La speranza è che ciò accada nel prossimo disco, quando il gruppo magari gestirà meglio questa sua nuova anima sperimentale (ma visti i precedenti, potrebbe anche prendere una direzione completamente diversa). In fondo però ci si può accontentare anche di un album del genere: non sarà il migliore lavoro dei lucani ma saprà piacervi, specie se nel metal cercate suoni sperimentali e non scontati!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Gitana05:12
2Povo de Santo04:49
3Sad Summer Night07:54
4The Lamp04:56
5Nouvelle Orleans05:20
6A Stranger05:43
7Quimbanda05:18
8Maldiluna05:49
9You04:33
Durata totale: 39:34
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Mancanvoce e chitarra
Nikkochitarra
Sicariustastiera e pianoforte
Khornebasso
Demilbatteria
OSPITI
Raffaella Cangerovoce (traccia 7)
ETICHETTA/E:My Kingdom Music
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:l’etichetta stessa

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