The Father of Serpents – Age of Damnation (2017)

Per chi ha fretta:
I serbi The Father of Serpents sono un gruppo interessante e con buone potenzialità, ma il loro esordio Age of Damnation (2017) è ancora acerbo. Il suo principale problema è la mancanza di originalità: il loro gothic/doom/death metal è troppo ispirato ai grandi del genere e specialmente ai My Dying Bride, richiamati anche dalla presenza del violino. La band riesce solo in parte a rileggerlo in maniera personale; in più, l’album è un po’ prolisso, per colpa anche della sua durata troppo elevata. Dall’altro lato però i serbi possono contare su una bella registrazione, che valorizza a pieno il loro suono, e su una musica che incide in maniera discreta sia per potenza che per melodie e atmosfere. E così, accanto a qualche pezzo meno bello che risente dei difetti, sono presenti anche bei brani come The Walls of No Salvation, Tale of Prophet, The Afterlife Symphony, The Last Encore e Viral. Per concludere, Age of Damnation è incoraggiante come esordio, anche se i The Father of Serpents dovranno crescere e trovare una personalità più forte nel futuro.

La recensione completa:
Se ispirarsi ai grande gruppi del passato è una delle cose più naturali che ci siano, bisogna fare attenzione a farlo col giusto equilibrio e senza eccessi. Altrimenti, si rischia di incidere musica non del tutto soddisfacente: è il caso dei The Father of Serpents. Band nata a Belgrado appena nel 2015 ma formata da musicisti già attivi da anni nella scena serba, ha esordito lo scorso 19 giugno col suo full-lenght d’esordio Age of Damnation, uscito grazie a Satanath Records. In esso, il gruppo esprime un mix di doom, death e gothic metal che prende molto dall’incarnazione più classica del genere, e pur non variando molto pende di volta in volta sul lato più melodico o su quello più estremo. Si tratta comunque di un genere senza nulla di nuovo: i The Father of Serpents ricordano in parte Paradise Lost e Novembers Doom. Ma la loro ispirazione suprema sono i My Dying Bride, richiamati sia dal violino di Pavle Sovilj che dalle melodie e dalle scelte stilistiche, che richiamano sia le fasi più death che quelle più melodiche degli inglesi. Già questo costituisce uno dei difetti di Age of Damnation: molte delle idee che contiene non sono inedite (anche senza guardare ai My Dying Bride), e i The Father of Serpents riescono solo in parte a rileggerle in maniera personale. Tra l’altro, è una delle cause per cui la scaletta è ondivaga: se alcuni brani incidono malgrado la mancanza di originalità, altrove invece al gruppo non riesce lo stesso. Infine, Age of Damnation soffre un po’ di prolissità: la sua ora di lunghezza sembra un po’ troppo, e tagliare qualche brano  – specie di quelli meno belli e più ridondanti – sarebbe stato meglio. Viste queste premesse, poteva essere un mezzo disastro: per fortuna come detto i The Father of Serpents sono musicisti esperti e riescono a metterci del loro. Age of Damnation può contare su belle atmosfere, spesso desolate e fredde in una maniera inedita nel classico gothic, su una buona grinta e su melodie che sanno spesso incidere. In più, la registrazione si rivela di alto livello: precisa e professionale ma mai plasticosa, funziona a meraviglia nel valorizzare le melodie e la potenza dei serbi. Insomma, Age of Damnation è un album incoraggiante come esordio, anche a dispetto dei suoi difetti.

Un breve preludio circolare, che già ne prefigura la freddezza, poi The Walls of No Salvation entra in scena come un macigno. Il ritmo è lento e il riffage nemmeno troppo graffiante, ma il growl cavernoso di Tamerlan e i lead di chitarra alienanti rendono il tutto di gran impatto soprattutto per l’atmosfera, fredda e alienante. In parte ciò si mantiene anche nella pausa al centro, con la chitarra acustica e la voce pulita di Sovilj che non evocano calore, ma anzi un’oscurità depressa. C’è poco altro da dire di un pezzo breve e semplice, ma molto ben costruito in ognuna delle sue poche variazioni: Age of Damnation si apre insomma con un botto assoluto! La successiva The Flesh Altar viene introdotta dal violino, per poi diventare un brano lento, che ricorda ovviamente i My Dying Bride. Questa norma incide bene, ma dura poco: presto il brano si indirizza su una norma più dinamica e movimentata, col riffage possente ed efficace della coppia Igor Lončar/Željko Zec. Il gruppo fa però l’errore di ripeterlo troppe volte senza quasi variazioni, il che ne smorza un po’ la possibile efficacia. Va invece un po’ meglio per le frazioni più morbide che si aprono a tratti, con un bel mood tranquillo, solenne, intimista e un velo di oscurità in sottofondo che svolge bene il suo compito. Buona anche la sezione centrale, divisa tra una prima parte più movimentata, cattiva e una seconda dotata di un ottimo assolo di chitarra, quasi dal piglio classico; lo stesso vale per il finale, circolare e di gran carica emotiva. Sono elementi validi per un pezzo che per colpa del suo difetto risulta solo discreto, ed è un peccato: i The Father of Serpents con questi elementi potevano di certo fare meglio.

Tale of Prophet è sinistra sin dall’avvio, con lead di chitarra oscillanti che graffiano a meraviglia e non fanno pesare l’assenza di una base ritmica potente. Lungo la canzone, questa norma tende a serpeggiare e a mutare, spesso orientandosi verso il gothic e la melodia, ma sempre con un ottimo impatto. Meno buoni sono invece i passaggi più energici e veloci che spuntano qua e là, discreti ma non eccezionali – seppur stavolta sia una sbavatura da poco. Al contrario, brilla molto la seconda parte, che dopo essersi spenta in un’apertura calma con le chitarre acustiche, comincia a crescere sempre di più fino a raggiungere una norma  lancinante, con Tamerlan che urla molto e chitarre drammatiche al di sotto. È la norma che, a tratti più fragorosa, a tratti più scarna e basilare, a tratti con l’intervento del violino, si evolve a lungo ma sempre con cognizione di causa. È la parte migliore di un brano di buonissima qualità, non meraviglioso ma neanche troppo lontana dal meglio di Age of Damnation. Giunge quindi The Grave for Universe, che presenta un’impostazione molto classica, forse anche troppo: ricorda non solo alcune cose già sentite in precedenza, ma la sua melodia base risulta banale. Non aiuta neanche che i The Father of Serpents mantengano la stessa falsariga a lungo senza grandi variazioni, corredandola tra l’altro con tanti svolazzi inutili, specie del batterista Aleksandar Maksimović. Il risultato non incide né per quanto riguarda l’impatto (anzi, spesso risulta moscio) né per atmosfera, insipida e poco appetibile. Per fortuna, questo dopo circa tre minuti si spegne nel solito stacco melodico a cui i serbi ci hanno abituato: quando poi il metal torna a fluire, lo fa in maniera più piacevole. Ciò avviene specialmente nella norma principale, blasfema e di gran oscurità grazie ai soliti giochi oscillanti delle chitarre. Buono è anche il finale, più rapido e di discreta potenza, con ritmiche riuscite e un bell’assolo che va avanti molto a lungo. Peccato per la prima parte: abbiamo un pezzo diviso a metà e nel complesso sufficiente, ma se fosse stato tutto come il finale si sarebbe rivelato con facilità uno dei picchi del lavoro!

Tainted Blood è molto spostata sul lato più gothic dei The Father of Serpents: lo si sente già dall’inizio, quando dopo un breve intro parte una norma melodica, depressa ma in una maniera tranquilla. È questa che fa da base a lunghi passaggi con in evidenza le armonizzazioni della chitarra e Sovilj che con la sua voce pulita cita – in un italiano un po’ stentato – Dante e il suo “lasciate ogni speranza, voi ch’entrate”.  Spesso su questa falsariga si aprono degli stacchi: alcuni sono all’insegna del death/doom e oscure, grazie a Tamerlan che sfodera un grunt basso. Altri invece sono persino più melodici e quasi sognanti, con gli incroci tra la chitarra e il basso di Milan Šuput, seppur sia ancora presente un velo crepuscolare. A parte una breve frazione centrale molto più movimentata e aggressiva, non c’è molto altro da riferire su un pezzo semplice, che spicca soprattutto per la sua particolarità rispetto al resto ma anche per il suo buon livello. La successiva The Afterlife Symphony pende ancora sul lato più tranquillo dei serbi sin dal tranquillo inizio col violino; poi il pezzo si sposta su una norma più potente, ma l’aggressività non sale mai troppo. Al netto di qualche momento di potente doom e di qualche growl, di solito Sovilij canta su una norma dimessa, di gran pathos, che alterna momenti più gotici ad altri ricercati in cui interviene ancora il violino dello stesso frontman. Il tutto evoca una bella sensazione di placida tristezza, ben sottolineata anche dalle variazioni, tipo la frazione centrale, con la chitarra pulita a cui si sovrappone un lontano assolo, quasi blues. Si cambia verso solo per l’animato finale, più vorticoso e potente, che spezza l’incantesimo e ci cala in un universo oscuro. È un altra componente riuscito per un ottimo brano, poco sotto ai migliori di Age of Damnation!

Sin dal principio, The Quiet Ones mostra un anima doom lenta e quasi solenne – c’è persino un vago retrogusto epic, qua e là. È una norma interessante, ma che alla lunga stanca: lo stesso vale più o meno anche per la norma più veloce che spunta a tratti, che cerca la potenza ma suona un po’ scontata. Nemmeno la parte centrale più movimentata e aggressiva, che suona davvero insipida, né l’apertura successiva, che sa di già sentito perché simile a quelle dei pezzi precedenti, hanno un gran impatto: passano lisce senza lasciare grande traccia. Solo il passaggio sulla tre quarti, coi suoi lead oscuri – non a caso il principale punto di forza dei The Father of Serpents, non solo qui – e il suo riffage vorticoso che stavolta colpisce a dovere. Ma è troppo poco per ritirare su un episodio per il resto davvero anonimo, quasi un riempitivo: risulta il punto più basso dell’intero album. Non va però molto meglio con The God Will Weep For You, che comincia ancora con suggestioni dai My Dying Bride, col violino di Sovilj in bella vista ma senza la classe degli inglesi. La norma principale è un gothic abbastanza leggero, lento e delicato, che sa essere piacevole con la sua aura di vaga oscurità, ma solo fino a un certo punto. Anche peggio va con le frazioni più animate, che cercano di essere angosciose con la loro impostazione veloce e vaghe influenze black, ma risultano prive di mordente. A funzionare bene sono invece le frazioni in cui il tutto rallenta un po’ e si fa più melodico: la fine della frenesia precedente consente così a un’aura depressa e calda di farsi strada me. Degna di nota è anche la parte centrale, strana con l’incrocio tra il basso e il violino ma buona, specie quando sale verso un’impostazione quasi orientaleggiante. È un elemento riuscito per un pezzo non grandioso ma sufficiente e godibile per i suoi spunti.

A questo punto il disco sembra essersi un po’ affossato, ma The Last Encore ne risolleva alla grande le sorti. Si parte da un intro che ne anticipa i temi, prima che esploda un brano gothic/doom dinamico: stavolta ricorda molto i Paradise Lost, ma senza plagiarli. La norma è veloce e incalzante con in evidenza i giri di chitarra malinconici di Zec e Lončar, ma spesso si appesantisce per passaggi più pestati in cui tornano il growl e l’anima death dei The Father of Serpents. C’è però spazio anche per delle notevoli aperture più tranquille, valorizzate spesso dagli assoli di chitarra, sempre una garanzia; e se si tratta di qualcosa di già sentito, viste i soliti arpeggi già sentiti, stavolta ciò dà troppo fastidio al pezzo. Ottimi sono anche i passaggi più movimentati e aggressivi che si aprono qua e là, quasi caotici: la loro oscurità è lontana dal resto del brano, ma al suo interno non stonano affatto. Abbiamo insomma un buonissimo pezzo, a un pelo dai picchi di Age of Damnation. Va però ancora meglio con Viral, che comincia subito con la sua norma di base, ossessiva e fredda come il ghiaccio, grazie a una melodia di chitarra di facilissima presa. Questa norma va avanti a lungo, creando un’atmosfera pesante e sinistra ai massimi termini, intervallata solo a tratti da brevi stacchi, morbidi e caldi ma allo stesso tempo di gran oscurità, grazie anche a una grande densità di echi diversi. L’alternanza va avanti per gusto pochi minuti, per poi confluire in un breve finale più dilatato e atmosferico, quasi onirico, dominato da chitarre lontane molto avvolgenti. È il gran finale di un pezzo breve ma fantastico: non solo è uno dei migliori dell’album che chiude, ma è anche originale e potrebbe essere la strada più produttiva da seguire in futuro per i serbi!

In conclusione, Age of Damnation è un album di discreto e molto piacevole, con un paio di pezzi che bastano per fargli meritare un ascolto da parte degli amanti del gothic/death/doom metal. Come esordio insomma non c’è male: penso però che i The Father of Serpents dovranno crescere e trovare una personalità più spiccata, se vogliono spiccare nel panorama del loro genere. Peraltro, qui sono presenti diversi spunti da poter sfruttare  per crescere, quindi l’eventualità non è da escludere: ma come sempre in questi casi, solo chi vivrà vedrà.

Voto: 71/100

Mattia

Tracklist:

  1. The Walls of No Salvation – 04:41
  2. The Flesh Altar – 06:21
  3. Tale of Prophet – 06:18
  4. The Grave for Universe – 07:13
  5. Tainted Blood – 04:55
  6. The Afterife Symphony – 05:50
  7. The Quiet Ones – 06:19
  8. The God Will Weep for You – 05:48
  9. The Last Encore – 05:18
  10. Viral – 03:43

Durata totale: 56:26

Lineup:

  • Tamerlan – voce harsh
  • Pavle Sovilj – voce pulita e violino
  • Igor Lončar – chitarra
  • Željko Zec – chitarra
  • Milan Šuput – basso
  • Aleksandar Maksimović – batteria
Genere: death/doom/gothic metal

Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei The Father of Serpents

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