Bruce Dickinson – Tyranny of Souls (2005)

Per chi ha fretta:
Se molti lavori solisti di artisti metal servono solo per fare cassa, non è il caso di Bruce Dickinson: lo dimostra il suo sesto album Tyranny of Souls (2005). È un album rilevante a partire dallo stile, un robusto heavy metal tra il classico e il moderno con influssi più rocciosi, ma senza rinunciare alla melodia. Si tratta di un suono originale, cupo e aggressivo ma anche molto espressivo, che sa colpire sia con l’atmosfera che con la potenza; in più il cantante inglese ci mette un gran songwriting e una bella prova di forza. Sono questi elementi che rendono grande una scaletta tutta di altissimo livello, con picchi splendidi come Abduction, Kill Devil Hill, Devil on a Hog, Believil e A Tyranny of Souls. E se un paio di brani meno belli gli tolgono la perfezione, Tyranny of Souls resta comunque un album grandioso, adatto ai fan dell’heavy metal non troppo tradizionalisti; peccato solo che a oggi sia l’ultimo nella carriera solista di Bruce Dickinson!

La recensione completa:
Come è noto, di solito le band soliste e i side project formati da membri di gruppi già famosi in precedenza non sfornano album memorabili, anzi. Spesso si tratta di lavori di maniera, a volte buoni ma certo non capolavori, realizzati più per far cassa che per una vera pulsione artistica. Ma come sempre, non bisogna fare di tutta l’erba un fascio, dato che esistono gruppi del genere con un perché: lo dimostra in maniera splendente Bruce Dickinson. Inutile spiegare chi sia l’istrionico cantante inglese: la sua carriera negli Iron Maiden parla già chiaro per lui. Ma anche il suo progetto omonimo non è da sottovalutare: nel corso degli anni, Bruce ha prodotto album che non sfigurano nel confronto con la “band madre”, come l’ultimo Tyranny of Souls datato 2005. È un album notevole sotto tutti i punti di vista, in primis lo stile, un robusto heavy metal a metà tra classico e moderno con influssi speed e addirittura thrash che lo potenziano, ma senza rinunciare a melodie maideniane. Si tratta di un genere crepuscolare e aggressivo, ma al tempo stesso molto carico a livello emotivo, che colpisce sia per potenza che per atmosfera. Ma soprattutto, Tyranny of Souls è un lavoro originale: curioso, tra l’altro, che sia stato realizzato da un musicista quasi cinquantenne, quando i gruppi più giovani, in teoria più capaci di innovare, oggi si rifanno solo all’heavy metal più classico. A questa personalità si unisce un songwriting eccelso e mai scontato, che sa dosare bene i vari elementi, e la solita prova di forza di Bruce – che non sarà più quello dei tempi d’oro e non farà grande acuti, ma è ancora espressivo al massimo. Il risultato è che Tyranny of Souls è un eccezionale – certo molto più del moscio e ridondante A Matter of Life and Death dei Maiden, uscito solo l’anno successivo.

Le danze iniziano da Mars Within, preludio a tinte molto oscure e spaziali che introduce bene le sonorità del disco. In principio in scena sono presenti echi di chitarra e synth espansi, prima che esploda una frazione metal potente ma lenta e psichedelica allo stesso modo, pur essendo ancora più oscura. È un bel minuto e mezzo che quindi si spegne per dare il là alla opener vera e propria, Abduction. Abbiamo allora un brano possente ma che non rinuncia al sentimento: lo dimostra già l’attacco, vorticoso ma con armonie che creano una bella tensione emotiva. Ciò che segue poi pende un po’ da una parte all’altra: le strofe sono sinistre e aggressive, con un riffage graffiante e melodie oblique e dissonanti che aumentano l’effetto. Lo stesso vale per dei passaggi di gran potenza piazzati qua e là, che pestano davvero con cattiveria. Vanno invece nella direzione opposta i ritornelli, che si aprono con un florilegio di melodie, in cui la voce intensa di Bruce si incastra bene per un forte pathos. Bella anche la parte centrale, con l’assolo del chitarrista Roy Z (anche autore delle canzoni del disco insieme al cantante inglese) rapido in principio ma poi molto sentito. Da tutto ciò ne consegue un brano variegato ma composto a meraviglia: è il primo picco di una serie appena all’inizio! La successiva Soul Intruders esordisce con una frazione di vorticoso speed metal, monolitico e possente, ma è un inizio fuorviante: il resto è più calmo. Le strofe per esempio sono possenti ma lente e riflessive, con in evidenza un buon numero di stacchi con belle melodie. Questa norma sale poi per brevi bridge cupi ma quasi intimisti, fino ad arrivare a ritornelli lenti, aperti, sofferenti, ma anche catchy in una maniera splendida. A parte un altro ottimo assolo e a un finale che riprende l’intro non c’è altro in un pezzo semplice e lineare, ma di gran impatto: è appena al di sotto della precedente – e anche di ciò che viene poi. Eh sì, perché a ruota arriva un altro pezzo da novanta, Kill Devil Hill, che prende il via da un intro cupo e psichedelico che ne anticipa i temi, prima che una chitarra metal rompa gli indugi ed esploda. È l’esordio di una norma che sul tempo medio impostato dal session drummer  Dave Moreno costruisce una struttura incalzante e plumbea, heavy metal moderno di gran impatto sia musicale che atmosferico. Nel corso del brano però ciò non dura: Bruce stupisce passando prima a bridge preoccupati, e poi a chorus liberatori che si aprono con una carica quasi epica, trionfale pur non mancando una certa tristezza. Questa anzi è sempre in scena, spesso in sottofondo,  ma esce fuori a pieno nella parte centrale, morbida con la chitarra pulita ma intensa e quasi lancinante. È la ciliegina sulla torta di un pezzo perfetto in ogni suo particolare, che entra facilmente tra i picchi di Tyranny of Souls!

Dopo tre pezzi così potenti, con Navigate the Seas of the Sun si tira un momento il fiato. Sin dall’inizio, è una ballata retta dagli arpeggi della chitarra acustica, tranquilli e nostalgici, con sopra la voce di un Bruce Dickinson inedito per dolcezza. Sia la norma principale che i ritornelli si muovono più o meno su queste coordinate, con giusto pochi cambi: per esempio i secondi sembrano giusto un po’ più intimisti, ma senza grandi cambiamenti. C’è spazio per una virata successiva solo a tratti, per stacchi più densi in cui torna la chitarra distorta e il mastermind alza la voce: anche in essi però il clima rimane solare e delicato. Degno di nota anche la parte centrale, con assoli di chitarra acustica (quasi flamenco) e distorta che si incrociano. È un altro elemento eccellente per un pezzo che non sarà tra i migliori qui dentro, ma coinvolge benissimo con la sua delicatezza e si rivela uno splendido gioiellino. Si torna quindi alla potenza con River of No Return, che dopo un breve intro magmatico entra nel vivo come uno strano ibrido tra hard ‘n’ heavy anni ottanta e la cupezza tipica di Tyranny of Souls. È una norma che torna a volte lungo il pezzo, anche come corredo nel finale di ritornelli che ne riprendono alcune caratteristiche ma sono più potenti e intensi. Diverse sono invece le strofe: più mogie e tranquille, con in evidenza il pianoforte del tastierista nostrano Maestro Mistheria, presentano un bel pathos avvolgente, che rende benissimo nel contrasto con le parti più potenti. Bella anche la parte centrale, più vorticosa e cupa del resto, con passaggi di gran cattiveria e momenti quasi alternativi, ma che non stonano in mezzo al resto. E se ogni tanto qualche passaggio incide meno, non è poi un gran problema: abbiamo lo stesso un brano ottimo, che in un album medio sarebbe di certo uno dei migliori! La seguente Power of the Sun viene introdotta da un urlo distorto di Bruce, prima di partire come un brano dinamico e animato, che può addirittura sembrare allegro a un ascolto distratto, ma in sottofondo ha un certo nervosismo. È proprio il sentimento che esce fuori nei ritornelli, ancora una volta di gran pathos, con una base densa ma melodica su cui il frontman svolge il suo lavoro come sempre al meglio. Tutto ciò è coinvolgente al punto giusto, anche se ogni tanto sembra un pelo scontato e telefonato: per esempio la melodia dei refrain sa un po’ di già sentito. In più, anche una durata ridotta rende il tutto meno efficace, facendolo sembrare quasi incompleto. Abbiamo insomma il pezzo meno bello del lavoro, ma non vuol dire poi molto: la sua qualità è buona, e solo l’eccezionalità di Tyranny of Souls lo fa sfigurare.

A questo punto, si torna su livelli stellari con Devil on a Hog, che da subito si mostra rockeggiante e animata, ma senza rinunciare alla potenza né a un vago senso strisciante. Questo è ciò che traspare nella norma, con strofe tranquille ma molto coinvolgenti, grazie soprattutto al riffage di Roy Z, sottotraccia ma incisivo. Si sale di voltaggio con prepotenza per i bridge, brevi ma pestati, che sembrano dover introdurre ritornelli esplosivi: invece Bruce Dickinson stupisce quindi con refrain tranquilli e melodici, tristi ma in maniera molto delicata, quasi intimista. Bella anche la parte centrale, che riprende la falsariga principale e la rende ancora più seducente e hard rock, con in più il solito assolo di chitarra ben riuscito. Ne risulta insomma un pezzo con due anime distinte, mescolate però alla grandissima: sarà particolare rispetto al resto, ma secondo me merita di essere annoverato tra i picchi assoluti del disco! Con Believil si torna invece a qualcosa di più in linea con quanto sentito in precedenza: fin dall’inizio morbido, l’oscurità torna in scena. Stavolta però non è solo l’intro: le strofe sono molto espanse, con tanti echi elettronici e fuzz di chitarra sul profondo basso di Roy Z, per un effetto d’attesa misterioso e cupo. È la stessa sensazione che diventa più densa e aggressiva nei ritornelli, heavy moderno di influsso quasi groove metal che si sviluppa in ritmiche di gran impatto, ben supportate da un Bruce in grande spolvero. Il momento più potente è però la parte centrale, con un riffage grasso e devastante aiutato anche da echi sinistri, per un mood quasi blasfemo. È il miglior completamento per un pezzo di gran impatto: forse rispetto alla precedente cambierà la musica, ma non l’ispirazione, che è ancora altissima e ci regala qui un uno-due eccelso. Ma il K.O. vero arriva con A Tyranny of Souls, traccia finale che stavolta se la prende molto calma a entrare nel vivo. All’inizio può sembrare quasi una ballad, vista l’arpeggio di chitarra dilatato che la regge, ma di sicuro non è dolce: gli echi che appaiono spesso e i rumori la rendono molto inquietante, quasi lugubre. Questa norma va avanti per lunghi tratti del pezzo, per poi sparire di fronte alla deflagrazione dei ritornelli, di energia grandiosa ma al tempo stesso dolorosi, lancinanti, con un fantastico equilibrio tra la voce di Dickinson, le melodie maideniane e un riffage graffiante. Degna di nota è anche la frazione centrale, macinante e thrashy, che aggredisce alla grande per diversi minuti, prima che un nuovo ritornello, anche più intenso, concluda alla fine quest’album come meglio non si poteva.

In conclusione, Tyranny of Souls è uno splendido capolavoro di heavy metal a metà tra classico e moderno: forse sarebbe stato addirittura perfetto se non fosse stato per quei due pezzi non eccezionali al centro. Ma questo non è un problema: il vero peccato è che a oggi questo sia l’ultimo lavoro solistico di Bruce Dickinson, fermo ormai da oltre dieci anni. In un mondo in cui si tende solo a copiare il passato, spesso in maniera sterile, c’è un gran bisogno di album così freschi e brillanti. Ed è anche per questo che se siete fan dell’heavy e non disdegnate sonorità più moderne dovreste recuperarlo di corsa!

Voto: 94/100

Mattia

Tracklist:
  1. Mars Within (intro) – 01:29
  2. Abduction – 03:51
  3. Soul Intruders – 03:53
  4. Kill Devil Hill – 05:07
  5. Navigate the Seas of the Sun – 05:52
  6. River of No Return – 05:13
  7. Power of the Sun – 03:30
  8. Devil on a Hog – 04:01
  9. Believil – 04:50
  10. A Tyranny of Souls – 05:48
Durata totale: 43:43

Lineup:

  • Bruce Dickinson – voce
  • Roy Z – chitarra e basso
  • Maestro Mistheria – tastiere (guest)
  • Ray “Geezer” Burke – basso (guest)
  • Juan Perez – basso (guest)
  • Dave Moreno – batteria (guest)
Genere: heavy metal

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