Argus Megere – VEII (2017)

Per chi ha fretta:
Seppur vengano da un paese non famoso per il metal come la Romania, gli Argus Megere sono un gran gruppo, come dimostra il loro terzo album VEII (2017). Lo stile del gruppo è un black metal sinfonico che però non ha nulla a che vedere con l’incarnazione classica del genere: è molto più melodico, dilatato e rivolto all’atmosfera rispetto alla norma. È un suono personale, che i rumeni arricchiscono con un songwriting equilibrato di alto livello, che consente loro di creare belle atmosfere e melodie.  Sono questi i segreti di quattro lunghe canzoni che brillano tutte per qualità, in particolare le conclusive Umbre în Piatră Apuse e Tablă, davvero splendide. E se un po’ di omogeneità e una prima parte con qualche sbavatura impediscono a VEII di essere un capolavoro, il livello è giusto un pelo più basso: si tratta di un grandissimo album, molto adatto ai fan del black metal più ricercato e melodico.

La recensione completa:
La Romania non è un paese molto famoso per la sua scena metal: nel corso degli anni, gli unici che sono riusciti a raggiungere un po’ di fama sono stati i Negură Bunget – peraltro spariti dopo la morte del loro leader Negru quest’anno. Tuttavia, questo non significa che il paese dell’Est Europa non abbia altre band rilevanti: la sua scena è piccola e underground ma viva, e presenta anche act validi. È il caso degli Argus Megere da Timişoara: nati nel 1996 solo come Argus, hanno cambiato nome nel 2005, virando al tempo stesso verso un suono meno selvaggio e rozzo di quello primigenio. Questa evoluzione è poi proseguita nel tempo: lo si può ben sentire in VEII, terzo album (quarto contando anche “Obscur și Etern” uscito prima del cambio di nome) della loro carriera, uscito lo scorso 17 aprile grazie alla conterranea Loud Rage Records. Il genere suonato qui dagli Argus Megere è di base un black metal sinfonico che però ha poco a che vedere con l’incarnazione classica del genere: è un suono più melodico, lento e ricercato, e punta molto più sull’atmosfera che sulla ferocia. Nella musica dei rumeni insomma c’è poco o nulla dei Dimmu Borgir o dei Cradle of Filth: ricordano più una versione non-folk dei Moonsorrow e in parte anche le cose più black dei già citati Negură Bunget – di cui tra l’altro alcuni membri hanno fatto parte in passato. Nonostante i paragoni, è un suono abbastanza personale, ma è il minimo: gli Argus Megere ci mettono anche tanto del loro. Per esempio, il loro songwriting è grandioso: le atmosfere che costruiscono sono calde e avvolgenti, e incidono alla grande, come anche le melodie, sempre ricercate e di gran impatto. Anche per questo, VEII presenta un gran equilibrio, con un equilibrio magistrale tra momenti aggressivi e altri più d’emozione. Il risultato è che l’album risulta un gioiellino maturo e molto coinvolgente, quasi un lungo incantesimo oscuro ma molto accogliente. Certo, non tutto è perfetto: ogni tanto gli Argus Megere cadono in qualche sbavatura, e tra le quattro lunghe canzoni a volte un pelino di omogeneità. Anche così però VEII risulta un grande album, che come leggerete arriva addirittura a sfiorare il capolavoro.

Si parte da un lungo intro espanso e misterioso, dalle tinte ambient, in cui da padrone la fanno il carillon e le tastiere quasi spaziali di Inia Dinia e Fulmineos. Si va avanti così per quasi un minuto e mezzo, poi Carul Cerului sale di voltaggio, ma non più di tanto: all’inizio sono in scena solo i giri placidi della chitarra e il panorama resta atmosferico e non troppo oscuro. L’aura è anzi malinconica, il che si mantiene anche quando entra nel vivo un pezzo  black metal lento e quasi dolce, un ambiente placido e calmo, di forte pathos. Presto però gli Argus Megere cambiano direzione, verso una norma più preoccupata e classica, col batterista Andrei Jumugă che sfodera il blast-beat, il riff a zanzara e lo scream di Fulmineos, con in più a tratti orchestrazioni dissonanti. Anche questa norma però tende a evolversi: prima lo fa in una direzione vorticosa ma più melodica, per poi aprirsi del tutto. Abbiamo allora una lunga frazione crepuscolare, quasi sinistra, ma al tempo stesso melodica e solenne, che colpisce alla grande con questa sua impostazione.  Ciò avviene ancor di più sulla tre quarti: dopo un breve inciso tempestoso la traccia assume ancor più spessore emotivo e più delicatezza, per una frazione contemplativa, di calda infelicità. Degna di nota anche il finale, che come contrasto riprende l’anima più estrema del pezzo e la rende più aggressiva e tempestosa. Si tratta del gran finale di un episodio buonissimo quasi in ogni momento, il che peraltro è buffo: nonostante questo, nel quartetto di pezzi di VEII è probabilmente il meno bello! Lo si nota già da Tronul Celui ce Stă de Strajă, che esordisce rapidissima ma senza cattiveria: a dominare sono invece le tastiere sinfoniche che infondono al tutto un alone preoccupato. È la stessa natura che si conserva poi nei saliscendi successivi: le orchestrazioni sono in primo piano sia quando il pezzo rallenta e si fa più riflessivo, sia nelle fughe rapide rese feroci dallo scream di Fulmineos, seppur siano di gran melodia. Il tutto evoca un’aura oscura – a tratti quasi lugubre, specialmente nei momenti più dissonanti e spogli – ma al tempo stesso con una certa maestosità e un calore palpabile, che a volte rende il tutto lancinante. Ciò avviene specie in quei momenti con un florilegio di note denso e vorticoso ma di gran melodia, in cui il frontman passa al pulito. Ad ogni modo, nella prima parte la traccia scambia spesso queste varie frazioni, a volte in maniera anche repentina, ma poi circa a metà il clima cambia: tutto si fa più oscuro e freddo. Si parte da una breve pausa di retrogusto doom: è il preludio di un’evoluzione in principio lenta, che poi porta il pezzo a farsi sempre più tempestoso, cupo e dissonante. Si arriva così a un’apoteosi martellante e nera come la notte, che colpisce con l’impatto di uno schiacciasassi e devasta tutto, prima di terminare le energie nella breve coda, cupa e quasi desolata, a cui la tastiera dà un pizzico di magia. È una splendida sezione, la migliore di un pezzo che nel complesso risulta ottimo, anche se il meglio deve ancora arrivare.

Se fin’ora VEII è stato di altissimo livello, la seconda metà è persino migliore: lo si vede sin dall’attacco di Umbre în Piatră Apuse, che incrocia orchestrazioni tristi, solenni e un metal ritmato ma non troppo aggressivo in un’unione di grandissimo impatto. Questa base dura molto a lungo, ossessiva ma senza annoiare: merito delle tante variazioni, per esempio quelle più oscure con lo scream di Fumineos e il ritmo che si accentua. Aiutano ciò anche gli stacchi più veloci, che portano ogni tanto la traccia ad abbandonare la propria base per qualcosa di vorticoso e a tratti più scarno – ma di norma le tastiere sinfoniche sono sempre in primo piano. Tutto ciò dura per quasi cinque minuti, ma poi la musica si spegne: sembra quasi finita, ma poi le percussioni di Jumugă danno il via a qualcosa di completamente diverso. Stavolta su un ritmo lento, solenne e quasi marziale, comincia a stagliarsi il riffage calmo ed espanso di Fulmineos e Ageru Pământului, raggiunto poi dalla componente sinfonica che rende il tutto anche più atmosferico. Abbiamo così una lunga coda dilatata ed eterea, quasi spaziale, grazie alla base, alla voce, ma soprattutto agli assoli quasi da metal classico, che disegnano splendide pennellate in un quadro già meraviglioso di suo. È una lunga coda maestosa, di pura magia, che va avanti a lungo ma sembra passare in breve prima di spegnersi. Abbiamo insomma la miglior conclusione possibile per una traccia spettacolare, uno dei picchi assoluti del disco con la seguente. Sì, perché VEII si chiude con un altro dei suoi pezzi da novanta, Tablă. Dopo una breve pausa vuota, prende vita come un pezzo black vorticoso e veloce, ma molto più melodico del’incarnazione classica. Quest’ultima riecheggia solo più avanti, quando il pezzo rallenta ma si fa più arcigno, con lo scream echeggiato del frontman su una norma che base metal e orchestrazioni rendono dissonante. Questa falsariga ogni tanto si ripresenta lungo il pezzo, seppur con variazioni che a volte lo portano a essere più potente. Altrove però si alterna con aperture solenni, quasi epiche e trionfali ma al tempo stesso con un filo di malinconia, in cui le chitarre e le tastiere si uniscono per un tappeto su cui Fulmineous canta una melodia di grandissima presa. Le due parti creano un contrasto eccezionale per buona parte del pezzo, con in più solo uno stacco vuoto e cupo in mezzo, denotato dalla chitarra e da suoni di campana. L’anima placida e tranquilla di questo passaggio torna ancora nel finale, ma stavolta senza oscurità: introdotto da un giro vorticoso del basso di Urmuz, si trasforma poi in un pezzo delicato e malinconico a tinte quasi post-rock. È un lungo outro molto tranquillo ma mai noioso, grazie agli echi delle chitarre e alle tastiere quasi fantasy (che alla fine si prendono anche la scena in una breve coda ambient), per  un effetto sempre magico e avvolgente. E così dopo oltre dodici minuti il disco si conclude con un altro pezzo da novanta, il migliore della sua scaletta insieme al precedente!

In conclusione, forse per VEII si può parlare addirittura di una mezza occasione persa: se la prima metà fosse stata del livello della seconda, sarebbe stato un album storico, magnifico, immortale. Ma a parte questo, ci si può anche accontentare senza tanti pensieri: parliamo di un lavoro splendido, a giusto un pelo dal capolavoro. Se il black metal più ricercato, disteso e melodico fa per voi, gli Argus Megere sono un gruppo da tenere sott’occhio. Non sottovalutateli perché sono rumeni e non, per esempio norvegesi: il mio consiglio è anzi di dargli a tutti i costi una possibilità.

Voto: 88/100

Mattia

Tracklist:

  1. Carul Cerului – 11:41
  2. Tronul Celui ce Stă de strajă – 10:41
  3. Umbre în Piatră Apuse – 12:15
  4. Tablă – 12:31

Durata totale: 47:08

Lineup:

  • Fulmineos – voce, chitarra, tastiera, effetti
  • Ageru Pământului – voce e chitarra
  • Inia Dinia – tastiera
  • Urmuz – basso
  • Andrei Jumugă – batteria

Genere: symphonic black metal
Sottogenere: melodic black metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook degli Argus Megere

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