Rhapsody – Legendary Tales (1997)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEI Rhapsody sono un gruppo cardine per il metal italiano: oltre a essere tra i più famosi all’estero, hanno inciso alcuni album storici, come l’esordio Legendary Tales (1997)
GENEREIl primo esempio di power metal epico, sinfonico e cinematico che da allora è il marchio di fabbrica dei triestini.
PUNTI DI FORZAUno stile speciale e influente nel definire la branca sinfonica del suo genere e anche il power metal all’italiana. Un livello di ispirazione altissimo, tanti pezzi storici.
PUNTI DEBOLIQualche ingenuità, una registrazione un po’ piatta (ma non inficiano troppo l’album).
CANZONI MIGLIORIWarrior of Ice (ascolta), Rage of the Winter (ascolta), Land of Immortals (ascolta), Lord of the Thunder (ascolta), Legendary Tales (ascolta).
CONCLUSIONILegendary Tales si rivela non solo un disco storico, ma anche un piccolo capolavoro, da non farsi mancare se si ama il power metal sinfonico!
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
93
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Si tende poco a pensarci, ma nel suo primo momento d’oro, a metà anni novanta, il power metal era un fenomeno squisitamente tedesco: a parte qualche eccezione, tutte le band di successo venivano da lì. Tuttavia, la svolta era dietro l’angolo: giusto qualche anno dopo, cominciarono a raccogliere consensi anche gruppi dalla Scandinavia, dagli Stati Uniti, dall’Europa Meridionale e da tanti altri luoghi. In questo processo l’Italia non rimase certo in disparte: proprio in quel periodo cominciò a formarsi la scena del “power all’italiana”, diventata col tempo una delle più rinomate e apprezzate al mondo. Tanti sono i gruppi che nel tempo le hanno dato lustro: è indubbio però che quelli più famosi nel mondo (non solo nel power, probabilmente in generale del metal italiano) siano i Rhapsody. E lo sono con merito: lasciando perdere le recenti controversie coi vecchi membri, prima di defezioni e cambio di nome i triestini hanno pubblicato alcuni capolavori di grande importanza storica. È il caso per esempio di Legendary Tales, full-lenght d’esordio datato 1997 che all’epoca costituiva una piccola novità. Oggi il power metal sinfonico pomposo e “cinematico” sembra scontato, visto che gli stessi Rhapsody, i progetti di Luca Turilli (sia precedenti che successivi alla sua fuoriuscita) e i vari cloni l’hanno sfruttato in lungo e in largo. Ma all’uscita dell’album non lo era: allora le fusioni tra metal e musica orchestrale si contavano sulle dita di una mano ed erano perlopiù limitate a generi estremi, coi primi esperimenti di Emperor, Therion e Within Temptation. Da questo punto di vista, Legendary Tales è un album che ha fatto scuola, e in seguito sono stati molti quelli che hanno cercato di imitarlo. Ma il suo merito principale è un altro: insieme ai suoi successori, è stato un bel traino per la scena power italiana nel mondo. Queste due motivazioni già bastano per renderlo un lavoro storico; di sicuro però i Rhapsody non avrebbero potuto farcela senza un livello fuori dal comune, cosa che dimostrano a pieno già qui. Pur con qualche sbavatura – specie nel suono, un po’ piatto e con elementi sinfonici plasticosi, non “reali” come in futuro – e non essendo ancora maturo al cento percento, Legendary Tales è un album splendido. Nonostante i vent’anni passati le sue intuizioni suonano ancora efficaci, come anche la sua genuinità e freschezza: ma soprattutto è la sua epicità “cinematografica” a stupire e a colpire alla grande ancor oggi. È ciò che del resto ha reso la loro “Emerald Sword Saga” – il racconto fantasy che attraversa i loro primi quattro full-lenght – così leggendaria.

Si parte da Ira Tenax, intro più che classico per i Rhapsody e per il power metal – anche se all’epoca non era un cliché ancora così stabilito. All’inizio l’ambiente è arcano, cupo, coi cori cadenzati e la tastiera di Alex Staropoli che ricorda quasi le colonne sonore dei Goblin. Poi l’elemento sinfonico comincia a farsi strada, fino a uno scoppio ancora cupo ma più maestoso ed evocativo: è quello che poi si ripresenta all’inizio di Warrior of Ice. In principio è ancora un pezzo lento e dominato dalla sinfonia, a cui si mescola la potente voce di Fabio Lione e un riffage lontano, ma dopo poco si comincia a correre. Abbiamo allora un lungo avvicendarsi di passaggi intensi e potenti e altri lievemente più placidi, spesso con tastiere che li fanno apparire cavalcanti e cinematografici. Appartengono a quest’ultima norma le strofe, sottotraccia e non troppo tirate ma incalzanti, grazie al frontman e all’aura epica che si crea: con la loro evoluzione guidano la musica con gran efficacia fino a bridge più vorticosi, e poi ai ritornelli. Questi ultimi uniscono le due anime del brano: sono teatrali ed epici, ma hanno anche una gran energia grazie allo scambio tra momenti corali/sinfonici solenni e a fughe di gran potenza corredate al meglio da Lione. A ben guardare, inoltre, la struttura è tortuosa ma senza rinunciare a una certa linearità, che rende il tutto molto orecchiabile. Ciò vale sia per la base che la lunga parte centrale, anche più variegata ma in cui ogni frazione incide, da quelle più epiche e rutilanti a quelle delicate e medievaleggianti, passando per il bell’assolo di Turilli alla fine. È una componente di gran qualità e molto orecchiabile, perfetta per la quadratura di un pezzo meraviglioso, che apre Legendary Tales al meglio! Dopo un breve intro con l’effetto vento, Rage of the Winter entra nel vivo tempestosa e preoccupata, a tratti anche cupa. Poi però i Rhapsody si spostano in una direzione più calma: lo dimostrano strofe tranquille, con una lieve chitarra e la sezione ritmica a reggere orchestrazioni lievi e la voce di Lione. Si torna invece al power coi ritornelli, che all’improvviso si rafforzano ed esplodono con gran energia, ma risultano anche catchy con la loro carica immaginifica ed evocativa. È una norma molto semplice, che il brano abbandona solo per la parte centrale, una lunghissima alternanza di assoli di Turilli e Staropoli, che spesso evocano un aura ancora nervosa e cupa come all’inizio. Contribuiscono a questo effetto anche alcuni ottimi stacchi, a volte sinfonici, a volte lenti e quasi folk/ambient, che rendono il tutto più incisivo. Nonostante l’estensione di questa parte, insomma, non risulta una frazione fine a sé stessa : è invece un ottimo elemento per una grandiosa traccia, al livello della precedente!

A questo punto, la tensione si abbassa con Forest of Unicorns, docile ballad di musica folk/medioevale. La sua base è formata da un placido arpeggio di chitarra pulita, sorretto da un tappeto orchestrale che vede qua e là l’ingresso di Lione, teatrale come al solito ma senza stonare con la delicatezza generale. Sembra quasi che tutto il pezzo debba andare avanti così quando d’improvviso spuntano ritornelli che pur mantenendo le stesse suggestioni – che diventano anzi più medioevali – si fanno più animati e brillanti. È l’anima che poi prende il sopravvento nel finale, ancora senza traccia di metal ma denso e coinvolgente; si tratta del momento migliore di un pezzo godibilissimo, che di sicuro non stona in Legendary Tales. Si torna quindi a pestare con Flames of Revenge epica e veloce come da buona norma dei Rhapsody sin dall’avvio, di impatto davvero grandioso. La norma quindi comincia ad alternare strofe dirette, senza troppi fronzoli, sezioni più sinfoniche e lente e chorus abbastanza classici per melodie e impostazione, ma della giusta efficacia. Il momento migliore è però quello a metà, centrato sulla componente sinfonica, che serpeggia a lungo tra frangenti trionfali e altri di oscurità drammatica, fino a sfociare nel solito ottimo assolo di Turilli. Tutto sommato abbiamo un brano di qualità, seppur forse non al livello degli altri: tende a spiccare meno nella scaletta, seppur sia di livello elevato – il che tra l’altro la dice lunga del valore dell’album. È ora il turno di Virgin Skies, breve intermezzo di un minuto e mezzo in cui Alex Staropoli con un semi-clavicembalo e il flauto di suo fratello minore Manuel duettano su una base medievale, per un effetto dimesso, malinconico. È un bel modo per far rifiatare le orecchie prima di un nuovo vortice di emozione: sì, perché ora è giunto il turno di un classico assoluto come Land of Immortals! Leggendaria (è il caso di dirlo) sin dall’inizio, semplice ma elegante ed epica, si trasforma poi nel più tradizionale dei brani dei triestini. Nel suo corso si alternano strofe veloci e maschie, ben gestite dalla doppia cassa di Daniele Carbonera, e refrain che si aprono con una melodia di facilissima presa, malinconica e sentita, che avvolge alla grande. La struttura inoltre è ancor più semplice che in passato, l’unica divagazione è il solito incastro al centro tra momenti orchestrali, assoli veloci (anche da parte del basso, di solito più in sordina) e un passaggio lento e quasi lirico. È la ciliegina sulla torta di un brano di cui si capisce facilmente il perché sia diventato un classico dei Rhapsody: non è solo orecchiabile e lineare, è anche un episodio splendido, tra i migliori del disco!

Con Echoes of Tragedy, i triestini svoltano di nuovo su una norma più tranquilla. In principio è un pezzo col pianoforte in bella vista, che sostiene la voce di Lione in compagnia di lievi orchestrazioni. Questa base sale solo in occasione dei refrain, più densi e potenti, con l’organo, le orchestrazioni e cori che li rendono solenni. Non c’è praticamente altro nei tre minuti e mezzo di un pezzo semplice, forse anche troppo: è in assoluto il meno significativo di Legendary Tales, pur essendo piacevole e non dando alcun fastidio. Per fortuna, ora l’album si ritira su alla grande con Lord of the Thunder: il suo intro, potente, lento e sinfonico, dà quasi l’idea di introdurre un brano solenne e costante. Poi però i giuliani strappano verso un’impostazione frenetica e tortuosa, che dà presto il là a una cavalcata rapida, di gran urgenza. La sua potenza è intensa e incalzante, specie negli stacchi di pura forza, ma non manca la melodia in secondo piano, che nel corso dell’evoluzione conferisce a queste strofe un pathos imponente, grazie anche al solito Lione. È questa progressione a introdurre l’apoteosi dei ritornelli, che colpiscono alla grandissima grazie a cori epici e maschi, quasi da brividi. Ottima anche la parte centrale, divisa a metà tra un momento orchestrale elegante e nostalgico e un assolo che ne riprende le suggestioni mogie. È l’ennesimo elemento ben riuscito di un pezzo forse sottovalutato, peraltro in maniera ingiusta: non ha davvero nulla da invidiare ai picchi dell’album. Lo stesso vale più o meno per la traccia successiva, la closer-track Legendary Tales: comincia ancora tranquilla, con un appeal a metà tra il medioevale e il barocco dato dal flauto e dal clavicembalo. Quasi si presagisce un’altra ballata, quando esplode invece un pezzo teso, al tempo stesso di buona energia e riflessivo. È una grande introduzione ai ritornelli, che uniscono le due anime precedenti e con la loro melodia immaginifica, di gran nostalgia ti entrano subito dentro senza uscirne più. Per lunghi minuti, sono queste due parti a scambiarsi: del resto questa non è la classica suite dei Rhapsody che si svilupperà dopo, ma qualcosa di (piacevolmente) diverso. L’unica variazione è la bella frazione strumentale lenta e placida al centro, col flauto e le tastiere dei due Staropoli, molto in linea col resto. È un elemento ben riuscito per un pezzo in fondo abbastanza basilare, ma di gran efficacia: rientra con merito tra i migliori dell’album a cui non solo dà il nome, ma anche un gran finale!

Per concludere, Legendary Tales sarà anche un album un po’ acerbo, in cui i Rhapsody ancora non avevano ben chiara la direzione poi presa a partire dal successivo Symphony of Enchanted Land. Ma è lo stesso un piccolo capolavoro del power metal sinfonico ed epico, che non può mancare a chi ama questi generi. I suoi meriti storici sono indubbi, ma il miglior motivo per possederlo è il suo valore intrinseco, specie per quanto riguarda i suoi picchi: è per questo che, se non l’avete ancora fatto, dovreste recuperarlo di corsa!

Circa venti anni fa, il 27 ottobre del 1997, vedeva la luce Legendary Tale dei Rhapsody. Come già spiegato, è un album che non solo ha contribuito alla diffusione del power sinfonico ed epico, ma segna anche l’inizio della carriera di quella che è probabilmente la band metal italiana in assoluto più famosa del mondo. È per questo che Heavy Metal Heaven ha voluto tributare ai triestini questa recensione storica.

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Ira Tenax01:13
2Warrior of Ice05:57
3Rage of the Winter06:09
4Forest of Unicorns03:23
5Flames of Revenge05:32
6Virgin Skies01:20
7Land of Immortals04:50
8Echoes of Tragedy03:31
9Lord of the Thunder05:31
10Legendary Tales07:49
Durata totale: 45_30
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Fabio Lionevoce
Luca Turillichitarra
Alex Staropolitastiere
Daniele Carbonerabatteria
OSPITI
Sascha Paethchitarra acustica, basso, mandolino
Paul F. Boehnkevioloncello
Helia Davisviolino
Oliver Kopfviola
André Neygenfindcontrabbasso
Anne Schneyderprimo violino
Manuel Staropoliflauto barocco
Robert Hunecke-Rizzobasso e cori
Tatiana Blochcori
Wolfgang Herbstcori
Mirocori
Thomas Rettkecori
Cinzia Rizzocori
Ricky Rizzocori
ETICHETTA/E:Limb Music
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:

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