Skálmöld – Með Vættum (2014)

Per chi ha fretta: 
Með Vættum (2014), terzo album degli islandesi Skálmöld, è un album forse non all’altezza degli acclamati predecessori Baldur (2010) e Börn Loka (2012). Rispetto a questi ultimi, il genere affrontato dal gruppo si è evoluto: la base è sempre un viking/folk metal con pochi strumenti tradizionali e le chitarre al centro, ma ha assorbito nel tempo varie influenze, che vanno dal black al thrash e al metal classico. In più gli islandesi ci mettono una buona variabilità di soluzioni ben coese tra loro e la forte epicità che riescono a sprigionare. Dall’altra parte però l’album non è esente dei difetti, come per esempio una certa confusione a tratti. Il problema principale è però una scaletta un po’ ondivaga, buona di media ma scarsa di hit: solo la immaginifica opener Að Vori e la semplice Að Vetri spiccano davvero. Sommando pregi e difetti Með Vættum si rivela non grandioso ma di buona qualità: è perciò adatto per i fan del folk e del viking che desiderano un disco piacevole senza troppe pretese.

La recensione completa:
Pur essendo un paese piccolo, l’Islanda ha una scena metal molto ricca, specie se paragonata alla sua densità di popolazione. Certo, la maggiore parte dei suoi gruppi si muovono nell’underground, ma ogni tanto dal paese nordico qualche gruppo riesce a conquistare una fama almeno discreta: è per esempio il caso degli Skálmöld. Nati nel 2009, sono riusciti a farsi conoscere nella scena folk e viking metal europea coi primi due dischi, gli acclamati Baldur (2010) e Börn Loka (2012). Passano ancora due anni, poi come un orologio svizzero gli islandesi pubblicano il terzo lavoro, il concept album in quattro parti Með Vættum. Il genere in esso affrontato è un po’ cambiato rispetto ai precedenti, con l’aggiunta di tantissime influenze inedite in precedenza, che vanno dal black all’heavy classico, passando per notevoli spunti thrash. Di base però quello degli Skálmöld resta un viking metal di radice folk ma con pochi strumenti tradizionali – anche meno che in passato: sono più le melodie delle chitarre e a tratti della tastiera a dargli un tocco folk. Questo mix viene reso molto variegato dalle mani degli islandesi: Með Vættum oscilla per tutta la sua durata tra lidi più estremi e altri più melodici e tradizionali, senza però suonare spigoloso o poco coeso. È il punto di forza degli Skálmöld insieme all’epicità che riescono a sprigionare e alle immagini che la loro musica evoca – vivide nonostante l’assenza di qualsiasi traduzione dall’islandese che consenta di comprendere il concept. Sono questi i meriti di un album che però dall’altra parte non è esente da alcune pecche. In primis, Með Vættum presenta il difetto tipico del metal moderno:  se la scaletta di media è buona e scorre bene, con  poco che non sia piacevole, mancano quelle hit che possano fare la differenza e stamparsi subito in mente. In più, a volte gli Skálmöld ogni tanto sembrano confusi sulla direzione da prendere, come se avessero messo troppa carne al fuoco e non sapessero quale lato privilegiare. Sono difetti che se da un lato non sono drammatici, dall’altro impediscono agli Skálmöld di superare la bontà, il che visti i precedenti e l’originalità di Með Vættum poteva comunque essere alla loro portata.

La opener Að Vori comincia in maniera macinante, ma è solo un preambolo: presto la musica si sposta su una norma più melodica e folk. La base è un bel miscuglio di melodie circolari e incalzanti, epiche, che subito fanno immaginare l’inizio di un viaggio fantastico; su questa norma – che varia poco tra le parti – si alternano di volta in volta i cori e una voce urlata e rabbiosa. L’unico momento diverso è il passaggio al centro: si fa prima più cupo e potente ma poi si apre in una frazione con un assolo molto tradizionale, prima di ridare spazio alla norma, anche più evocativa e trionfale che in precedenza. È un passaggio che pur essendo diverso dal resto si incastra bene in una traccia brevissima ma di gran impatto: è la migliore in assoluto dell’album che apre! La successiva Með Fuglum ci mette un po’ a entrare nel vivo: parte da un lungo preludio rarefatto, che però si addensa pian piano fino a deflagrare in una possente fuga dai toni black, retta dal blast beat del drummer Jón Geir Jóhannsson. È un’impostazione che ricorda i Falkenbach più rabbiosi, sia per i toni black sia per le tastiere che gli danno un tocco folk, e torna varie volte nel pezzo. Tuttavia, la norma di base è meno estrema: movimentata ma non velocissima, ha dalla sua un riffage trascinante e un retrogusto addirittura rock che però non interferisce con l’oscurità crepuscolare sprigionata. Ancora diversi sono i chorus, rallentati e cupi ma battaglieri, grazie allo scream del cantante e all’incrocio tra le chitarre del trio Þráinn Árni Baldvinsson/Baldur Ragnarsson/Björgvin Sigurðsson e la tastiera di Gunnar Ben. Buona anche la frazione centrale, più marziale e in linea col viking metal;  vale lo stesso per lo stacco sulla tre quarti, con un assolo classico su una base quasi speed metal. Il meglio però è ciò che arriva dopo: l’evoluzione porta il pezzo a una frazione a tinte folk, che sfocia poi in un finale che riassume in sé tutte le varie anime sentite fin’ora nel brano. Si tratta di un arricchimento notevole per un pezzo forse non eccezionale ma buono e godibile al punto giusto.

Con Að Sumri gli Skálmöld svoltano su una norma molto melodica, forse anche troppo. Questa prima parte sembra un po’ moscia, specie per quanto riguarda i tratti strumentali, circolari ma senza grande mordente né per potenza né per armonia. Va un po’ meglio invece coi passaggi cantati, resi accoglienti da un’aura intimista, specie nei frangenti in cui la voce roca si alterna con cori lontani, malinconici. Ancora migliore è la progressione, che comincia ad addensarsi prima con un ritmo ancora lento e melodie folk, ma poi svolta su una norma più energica e veloce. Abbiamo allora una frazione movimentata e di buon impatto, grazie alla melodia residua e al bel gioco tra le chitarre ritmiche e quella solista, per un ambiente crepuscolare ma avvolgente. Si tratta insomma del passaggio migliore di una traccia divisa a metà, che nel complesso risulta soltanto discreta e piacevole. Si cambia quindi direzione con Með Drekum: stavolta abbiamo un brano lento, marziale, in cui dominano le melodie folk delle chitarre. Questa falsariga si alterna spesso con tratti cantati più cupi, retti da un riffage quasi thrash, ma ancora lenti e con un lieve retrogusto evocativo. Ciò si mantiene anche nell’evoluzione di queste strofe, sempre più oscura con l’iniezione di elementi black, fino a sfociare nei ritornelli, che invece si aprono in qualcosa di corale, epico ma al tempo stesso infelice. Pian piano inoltre il pezzo tende a evolversi, passando prima per una frazione thrashy abbastanza possente, che macina a tratti mentre altrove si apre in uno stacco vuoto, pieno di echi lugubri. Poi però la musica svolta su un lungo finale tutto guidato dal florilegio delle chitarre, a volte in frazioni delicate e tranquille, altrove veloci ma senza aggressività: è invece un mood malinconico a dominare. È un’impostazione che va avanti a lungo, fino a concludere molto bene un ottimo brano, poco sotto ai picchi di Með Vættum.

A questo punto gli Skálmöld cambiano ancora binario con Að Hausti, traccia disimpegnata e leggera che ricorda da lontano il folk metal più allegro e “da taverna”, nonostante l’assenza di violini e flauti. La sua falsariga è allegrotta e semplice, ma gli islandesi ogni tanto svoltano: a volte in scena giungono strane strofe oblique e dissonanti, a cui però non manca lo stesso buonumore del resto. Altrove invece c’è spazio per stacchi con un certo pathos dato dalla melodia delle chitarre, ma senza lasciare da parte né la potenza né l’efficacia. È il lato migliore di un pezzo godibile in ogni sua parte, seppur in qualche momento sembri un po’ confuso e senza direzione. Giunge quindi Með Jötnum, sin da subito movimentata grazie a un riffage abrasivo che la rende ancor più incalzante. È una norma potente che avanza a lungo, a tratti corredato dai lead di chitarra a volte persino con un retrogusto maideniano, che però non interferiscono con la sua natura seriosa e potente. Questa anzi si mantiene abbastanza costante sia attraverso i passaggi più duri, sia attraverso quelli più evocativi, sia quelli con più melodie che quelli più rarefatti e di retrogusto black. Il tutto si arresta soltanto davanti alla lunga frazione centrale, che si spegne in una norma catacombale, di orientamento doom con suggestioni quasi funeral. È un passaggio che va avanti a lungo – forse anche un pelo troppo – sempre piuttosto cupo, finché dei cori non ne segnano la fine: è l’inizio di una frazione movimentata, che punta su melodie di chitarra, ancora molto epiche. È il momento migliore di un pezzo che poi ritorna alla sua norma di partenza e così si conclude: non sarà il migliore di Með Vættum – anche viste le sue sbavature – ma il suo livello è discreto.

Að Vetri recupera ancora i toni folk nelle chitarre e una certa aura disimpegnata, ma stavolta il clima è più solenne. Lo si sente sia nella norma con la bella melodia tradizionale scandita dalla chitarra su un ritmo ondeggiante, sia nelle più spoglie strofe, dirette e senza grande aggressività. Una certa dose di malinconia è però sempre presente almeno in sottofondo, e poco prima di metà esce fuori con più evidenza, all’apparire di uno stacco molto armonioso e tranquillo, ancora di indirizzo metal classico. Questa parte si spegne poi in un breve intermezzo placido, col solito florilegio di chitarra. È il preludio alla fuga finale, movimentata e pestata ma di melodia incredibile, con un bel mood trionfale che coinvolge bene ma al tempo stesso evoca un bel pathos. È il gran finale di un pezzo in fondo senza grandi giochi di prestigio ma che incide a meraviglia, e risulta il picco di Með Vættum con la opener! Siamo ormai alle ultime battute: la conclusiva Með Griðungum esordisce in maniera strana, molto atmosferica, col basso di Snæbjörn Ragnarsson lontano e distorto. Ciò che segue però è ancora più bizzarro: abbiamo una frazione in cui Gunnar Ben sfodera il suono di un organo, prima che entri in scena un riffage che fa molto thrash metal moderno. Questa base va avanti per lunghi minuti senza grandi variazioni, prima di svoltare su una norma più tempestosa, che rispolvera le influenze black degli Skálmöld. Da qui in poi la musica comincia a salire in voltaggio, fino a raggiungere una norma rapida, quasi da speed metal, resa però molto incalzante dalle suggestioni epico-vichinge degli islandesi. Anche questa falsariga però non è destinata a durare: dopo un po’ tutto si spegne in una frazione vuota, con solo un riffage che echeggia. È questo il punto d’avvio di una frazione lenta di gran solennità, che riprende la stessa base e la correda con un ritmo lento, melodie azzeccate e la voce pulita, per un effetto solenne. Nonostante sia un po’ troppo lunga e prolissa, è un buon finale per una traccia forse non eccezionale ma di buona qualità, che chiude a dovere questi cinquanta minuti. 

Per concludere, Með Vættum non è l’album che rivoluzionerà il mondo del viking e del folk metal, e probabilmente non è nemmeno all’altezza dei predecessori. Si tratta però di un lavoro piacevole e di buona qualità, adatto se si cerca un album senza troppe pretese con cui passare un po’ di tempo in allegria. Se perciò ti piacciono il viking e le branche del folk meno dense di strumenti tradizionali, potrebbe fare proprio al caso tuo.

Voto: 76/100

Mattia

Tracklist:

  1. Að Vori – 03:08
  2. Með Fuglum – 06:29
  3. Að Sumri – 05:12
  4. Með Drekum – 07:29
  5. Að Hausti – 03:54
  6. Með Jötnum – 09:43
  7. Að Vetri – 05:26
  8. Með Griðungum – 09:05

Durata totale: 50:26

Lineup:

  • Þráinn Árni Baldvinsson – voce e chitarra
  • Baldur Ragnarsson – voce e chitarra
  • Björgvin Sigurðsson – voce e chitarra
  • Gunnar Ben – voce, tastiere e oboe
  • Jón Geir Jóhannsson – voce e batteria
  • Snæbjörn Ragnarsson – basso

Genere: folk metal
Sottogenere: viking metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale degli Skálmöld

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