Ten – Gothica (2017)

Per chi ha fretta:
Gothica (2017), tredicesimo album in studio della storica band Ten, è un lavoro all’altezza della loro fama. Nonostante la lunga carriera dei britannici, si tratta di un album ispirato e solo in certi momenti di maniera, in cui il gruppo affronta il suo classico hard rock melodico senza però grandi nostalgie. Merito di una saggia rilettura dei cliché e a varie influenze, che rendono il tutto poco trito nonostante di originale non ci sia nulla; in più, gli inglesi ci mettono una gran cura per i dettagli e soprattutto per le melodie. Sono questi gli ingredienti che rendono il lavoro sopra alla media, come testimoniano anche canzoni come la solenne opener The Grail, la divertente Jekyll and Hyde, la catchy In My Dreams e l’epica La Luna Dra-Cu-La. E se qualche sbavatura e qualche pezzo meno bello gli impedisce di raggiungere il capolavoro, in fondo non importa: Gothica resta un ottimo album, adatto a ogni fan dell’hard rock melodico!

La recensione completa:
Se ti piace l’hard rock melodico, non devo certo raccontarti chi siano i Ten. Parla già per loro una lunga e prolifica carriera, cominciata nel 1995 e con all’attivo ben tredici album spesso di alto livello, tanto da rientrare in alcuni casi addirittura tra i classici del genere. È giusto di pochi mesi fa l’ultimo full-lenght della serie, Gothica: uscito lo scorso sette luglio, segna tra l’altro il ritorno della band britannica nel roster della nostrana Frontiers Records. Ma è importante anche sotto altri punti di vista: considerando la carriera dei Ten, ci si poteva aspettare un lavoro magari anche buono ma di maniera. Gothica invece è qualcosa di più del classico prodotto senz’anima, fatto per vendere e senza velleità artistiche: è un disco ispirato con molto da dire e una forte voglia di stupire, il che è eccezionale per una band con una carriera ventennale alle spalle. A rendere ciò possibile è in primis lo stile dei Ten: è il loro classico hard rock melodico che a tratti richiama gli anni ottanta, ma con molti influssi diversi e soprattutto senza troppa nostalgia. In particolare, gli inglesi non mancano mai di prendere i cliché e svilupparli, invece di riproporli pari pari come fanno tanti: ciò vale sia a livello musicale che lirico – del resto i britannici sono famoso per testi diversi dal solito sesso/amore, e per l’interesse per la letteratura.  Ciò fa sì che lungo tutto Gothica il senso di già sentito non si avverta mai, nonostante di innovativo ci sia poco: non è da tutti riuscire in un’impresa simile. Unendo a questo la cura pedissequa per i dettagli dei Ten, soprattutto per quanto riguarda le melodie, abbiamo un lavoro di parecchio sopra alla media. Peccato solo che alcune piccole sbavature – qualche pezzo meno bello, un po’ di lavoro di maniera qua e là e la presenza di meno hit di quanto sarebbe consigliabile – consentano a Gothica soltanto di sfiorare il capolavoro senza riuscire a raggiungerlo!

Si comincia col leader assoluto dei Ten Gary Hughes che canta su una melodia quasi folk/epica: è l’intro per The Grail, che poi svolta su una norma da classico hard rock melodico. Il riffage di base è serioso e presenta un fascino tutto vintage: anche per questo colpisce alla grande già all’inizio, in cui si incrocia anche con un ottimo assolo, molto sentito. Ma il lavoro delle chitarre è eccezionale anche quando il brano entra nel vivo, sia nei momenti più lenti e melodici, sia nelle strofe, al tempo stesso incalzanti, malinconiche e quasi epiche. Ottima anche l’evoluzione, che aggiunge persino più emozione al tutto per bridge delicati, fino a brevi ritornelli che colpiscono a dovere, prima che la norma iniziale torni a fluire. Buone anche le diverse variazioni presenti, come i momenti preoccupati con dei cori lontani, le aperture in cui spiccano il pianoforte e le tastiere sinfoniche di Darrel Treece-Birch o gli assoli che compaiono qua e là. Il tutto è molto ben studiato, ed evoca un’atmosfera solenne e avvolgente, che incide alla grande in ogni momento. Abbiamo insomma un pezzo lungo oltre otto minuti ma senza quasi momenti morti, uno dei picchi assoluti dell’album che apre! Dopo un preambolo di effetti ambientali e tastiere dissonante, Jekyll and Hyde entra in scena con una certa potenza. Il riffage è circolare ed energico, ma non aggressivo: regge una norma divertente e solare, arricchita da spunti dissonanti – sia nelle chitarre che in sottofondo, dove a volte c’è addirittura un theremin – e dalla prestazione teatrale del frontman. Questa norma è molto avvincente, anche se il meglio sono i refrain, catchy ma non zuccherosi: la loro natura ondeggiante con un filo di inquietudine si adatta bene al testo ispirato alla celebre opera di Robert Louis Stevenson. Aiutano l’ottima riuscita del tutto anche dei particolari di contorno ben riusciti, soprattutto per le melodie delle chitarre, per un risultato non troppo distante dal brano precedente.

Dopo due brani più o meno energici, con Travellers giunge il momento della prima ballad di Gothica. Introdotta dal ticchettare dell’orologio, al cui ritmo si conformano anche le tastiere di Treece-Birch, all’inizio sembra il classico lento AOR. Lo sviluppo porta però la musica a farsi più energica in certi momenti, prima con passaggi che di colpo diventano quasi lancinanti, e poi con ritornelli densi, con una certa energia ma anche delicati, di una tristezza calda e accogliente. In generale, il pathos e la cura per le melodie dei Ten non vengono mai meno né negli stacchi soffici né nei momenti più duri, e rendono il brano efficace, per nulla scontato nonostante la scarsa originalità del tutto. Abbiamo insomma una ballata buonissima, di sicuro ben al di sopra del classico pezzo melodico che tante band fatto giusto perché sembra quasi un obbligo. Si torna quindi all’hard rock con A Man for All Seasons, che esordisce con un lungo preludio con suggestioni quasi medioevali, nonostante le tastiere gli dia un tono quasi scherzoso, per poi svoltare su qualcosa di ancora più particolare. La sua norma base, sia nei momenti più potenti e vorticosi, con giochi di tastiere e chitarre, sia in quelli più melodici e aperti, più che l’hard rock ricorda quasi una versione più tranquilla del power metal melodico. La suggestione è rafforzata dall’onnipresente tappeto sinfonico, dal mood serioso di gran malinconia e soprattutto dai ritornelli. Dopo bridge più aperti, che quasi suggeriscono un seguito più morbido, parte invece una norma movimentata e incalzante, quasi anthemica coi lievi cori che rafforzano la voce di Hughes. Il tutto, unito a una vena quasi progressive a tratti, ricorda addirittura qualcosa degli Angra, ma senza che la tranquillità e la personalità dei britannici vengano meno. Abbiamo insomma un esperimento ben riuscito, che non sarà forse tra i picchi di Gothica ma si difende alla grande, e non annoia mai lungo i suoi oltre sette minuti.

A questo punto, si cambia strada con In My Dreams, traccia disimpegnata e speranzosa dall’inizio, prima di cominciare con un’alternanza più che classica. La sua norma scambia senza troppi fronzoli strofe delicate, armoniose, con al centro le tastiere e la voce speranzosa di Hughes e ritornelli persino più catturanti, romantici e zuccherosi, che colpiscono molto bene. C’è poco altro da riferire a eccezione di una bella frazione centrale, divisa tra un ottimo assolo e un momento che riprende il chorus in versione più melodica, con solo il pianoforte e lontani cori. È una bella coronazione per un brano molto tranquillo e catchy, ma che incide anche per la qualità: non solo è uno di quelli che spicca di più nel disco, ma si situa a poca distanza dai suoi pezzi migliori! A questo punto, Gothica vive ancora un altro cambio di rotta con Wild King of Winter, che parte da un lungo intro con archi espansi, tristi e cupi, su cui poi subentra una lieve chitarra pulita. Sembra quasi che debba, da un momento all’altro, cominciare una ballata quando invece la musica strappa, portandosi su una norma dal riffage vorticosa e potente, quasi metal per impatto. È ciò che regge le strofe, crepuscolari, preoccupate e quasi cupe, ma anche con un incedere incalzante, che sale anche di più per i bridge, zigzaganti e quasi cinematografici. È la perfetta introduzione a ritornelli che divengono più rock e tranquilli, ma di certo non solari: è ancora un pathos  sottile e dimesso a dominarli. È proprio questa sensazione, presente ovunque nel brano, a renderlo grandioso: del resto ben si sposa con le liriche, ispirate alle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di George R.R. Martin – quelle da cui è tratta la famosa serie TV “Il Trono di Spade”. Il resto lo fanno gli ottimi passaggi al centro e in coda, con gli assoli di Treece-Birch e dei due chitarristi solisti Dann Rosingana e Steve Grocott: è un altro particolare ben riuscito dell’ennesima grande traccia di quest’album!

È ora il turno di Paragon, seconda ballad della serie che si apre con la voce di Hughes e il pianoforte, per poi iniziare ad addensarsi, con tastiere sognanti e giri di chitarra che trascinano bene. Giungono così i ritornelli, più rock ed energici, ma senza perdere la dolcezza, sempre presente grazie ad arrangiamenti ben riusciti e a qualche variazione di ottimo valore. Si tratta di frazioni molto classiche, ma che incidono a meraviglia con le melodie e la dolce tristezza che li riempie. Il resto però non è da meno: ogni passaggio, sia quelli un pelo più energici che quelli più morbidi sono scritti a meraviglia, e i cliché presenti, come da norma dei Ten, non sanno affatto di banale. Abbiamo perciò un gran bel lento, ancora una volta ispirato e ben al di sopra della media. Un intro con effetti sonori “da circo”, anche un filo inquietante, dà quindi il là a Welcome to the Freak Show, che poi nel suo svolgimento è invece tranquilla e solare, senza particolari preoccupazioni. Il giro di chitarra che la regge è un classico per quanto riguarda l’hard rock anni ottanta più disimpegnato, e si alterna spesso con momenti più obliqui e vuoti, dominati dall’elettronica ma distesi allo stesso modo. Questa norma sale poi per bridge un po’ più duri e movimentati, che sfociano alla fine in ritornelli semplici ma di buona efficacia. A eccetto di un divertente assolo al centro c’è poco altro da riferire di un episodio godibile al punto giusto: forse in Gothica è quello che spicca di meno, ma ciò non gli impedisce di essere di qualità più che buona!

A questo punto, si cambia ancora registro con La Luna Dra-Cu-La, traccia epica sin dall’inizio, con un giro di chitarra battagliero e di influsso folk che ricorda da lontano addirittura il viking metal più melodico (!). Questa influenza torna spesso in strofe altrettanto evocative, ma poi i Ten svoltano su un’impostazione ancora immaginifica ma più diretta e preoccupata. È il preludio a chorus più disimpegnati e catchy, con una melodia vocale di facilissima presa, per un effetto quasi allegro, nonostante un velo di malinconia sempre ben presente. Le due parti sono diversissime tra loro, ma i britannici riescono a unirle alla grande, grazie anche alle solite variazione ben riuscite, come l’assolo, e al lavoro di Hughes, Rosingana, Grocott e John Halliwell, tutti eccellenti alla chitarra. Abbiamo perciò un pezzo meraviglioso, il migliore del disco insieme alla opener! Siamo ormai agli sgoccioli di Gothica, e gli inglesi optano un finale a tinte soffici con Into Darkness. Dopo un breve intro col suono di un vecchio proiettore (che fa il paio col testo a tema cinematografico del brano), esordisce con la voce di Hughes  sul pianoforte, per un effetto calmo e sognante. È la stessa aura che resta anche quando il pezzo entra nel vivo: le strofe ne mantengono l’impostazione melodica, giusto un po’ arricchita dalla sezione ritmica e dagli abbellimenti di chitarra che spuntano a volte. Lievemente più energici sono i ritornelli, ma la calma solare e tranquilla domina anche qui, e li rende godibili e piacevole al punto giusto. Completa il tutto il solito assolo di classe da parte dei due chitarristi solisti, buon arricchimento per un brano molto lineare e semplice ma avvolgente e di alto livello, che chiude l’album a dovere.

Riepilogando, come già detto all’inizio Gothica non riesce a raggiungere il capolavoro, ma in fondo non importa. Si tratta lo stesso di un ottimo album, ben al di sopra della media dell’hard rock di oggi, più che degno della carriera dei Ten che dimostrano qui come la loro classe non sia scomparsa nel tempo. Se quindi sei un fan della branca più melodica del genere e soprattutto se cerchi qualcosa che non sappia di già sentito da lontano un miglio, questo disco ti è altamente consigliato. Non fartelo scappare!

Voto: 86/100

Mattia

Tracklist:

  1. The Grail – 08:06
  2. Jekyll and Hyde – 04:41
  3. Travellers – 05:11
  4. A Man for All Seasons – 07:00
  5. In My Dreams – 05:08
  6. Wild King of Winter – 06:13
  7. Paragon – 04:50
  8. Welcome to the Freak Show – 05:35
  9. La Luna Dra-Cu-La – 05:31
  10. Into Darkness – 05:42
Durata totale: 57:57

Lineup:
  • Gary Hughes – voce, chitarra, basso, programming
  • Steve Grocott – chitarra solista
  • Dann Rosingana – chitarra solista
  • John Halliwell – chitarra ritmica
  • Darrel Treece-Birch – tastiera
  • Steve McKenna – basso
  • Max Yates – batteria e percussioni
Genere: hard rock
Sottogenere: melodic hard rock
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Ten

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