Cryptor Morbious Family – The Pit of Infamy (2017)

Per chi ha fretta:
Con il loro secondo album The Pit of Infamy (2017), i portoghesi Cryptor Morbious Family si mostrano una band originale, il che però non basta loro per arrivare a buoni livelli. Il loro mix di industrial e death metal con in più tante influenze è originale, e incide soprattutto a livello di atmosfera, sempre oscura e alienante. I portoghesi però soffrono di un songwriting che sembra un po’ amatoriale, sensazione acuita da una registrazione non all’altezza e in una tecnica un po’ problematica. Sono questi i difetti che non consentono all’album di arrivare alla bontà, nonostante gli spunti presenti, specie in buone canzoni come la schizofrenica Frustration, l’alienante The Ice Man o l’orrorifica The House of Horrors. Bilanciando pregi e difetti, The Pit of Infamy è un album che raggiunge un’ampia sufficienza; l’idea è però che con la loro originalità i Cryptor Morbious Family debbano fare molto di più.

La recensione completa:
Come ho già detto molte volte durante le mie recensioni, l’originalità è sempre un  fattore positivo, ma da sola non basta. Serve anche il supporto di idee valide e convincenti, altrimenti si rischia di suonare poco convincenti: è per esempio il caso dei portoghesi Cryptor Morbious Family. Band attiva dal 2001, ha prodotto nella sua storia un paio di EP e due full-lenght, tra i quali il secondo The Pit of Infamy risale all’inizio di quest’anno. Il genere affrontato in esso è originale, unisce death metal e una forte componente industrial, con in più tante influenze: vanno dal thrash/groove al doom, passando per melodeath, metalcore e tanto altro. È uno stile persino difficile da definire, viste le venature: anche per questo si rivela interessante. In più, i Cryptor Morbious Family riescono a maneggiarlo con degli spunti di qualità: in particolare brilla la loro capacità di evocare un’aura oscura e alienante, specie nei rallentamenti più industriali. The Pit of Infamy soffre però di diversi problemi: in primis, a volte il songwriting è un po’ slegato e raffazzonato, non valorizza bene i suddetti spunti. A volte sembra quasi che i Cryptor Morbious Family abbiano inciso le prime canzoni che sono venute fuori in sala prove, senza raffinarle a dovere. In più, spesso i portoghesi sembrano quasi faticare, come se a livello tecnico manchino della confidenza e delle doti necessarie ad affrontare la propria musica. Infine, contribuisce alla sensazione generale che The Pit of Infamy sia un prodotto amatoriale anche la registrazione, pulita ma un po’ sottile e senza grandissimo mordente. Insomma, è un vero peccato: se l’album è ampiamente sufficiente anche con questi difetti, credo che i Cryptor Morbious Family potessero fare molto di meglio con la loro originalità.

Le danze partono da The Pit of Infamy, che sembra quasi indecisa se essere un intro o un brano vero e proprio. Ha un breve inizio ambient ma poi si trasforma in un pezzo industrial metal al cento percento, una norma lenta e strascicata. Si tratta già di una buona dimostrazione di come il gruppo mescoli elettronica e metal in qualcosa di alienante e fangoso. È anche per questo che, nonostante il tutto vada avanti solo un minuto prima di tornare all’ambient, abbiamo un’apertura piacevole, che non soffre troppo la sua particolarità. La prima vera traccia è però Desolation, che dopo un altro intro sintetico svolta su una norma molto più animata, da thrash/death melodico moderno. Questa si alterna spesso con passaggi più aperti e lenti, ma che colpiscono alla grande, grazie a dissonanze riuscite e all’arricchimento del growl di Tokinha. Nonostante la loro lentezza, non danno troppo fastidio al dinamismo e alla potenza generale: ciò accade invece ai ritornelli, pestati ma un po’ mosci sia per quanto riguarda le ritmiche delle chitarre che per la voce pulita, senza gran carisma. Sono il momento meno bello di un pezzo che per il resto si difende: si rivelano piacevoli sia la parte principale che le variazioni presenti a tratti, più cattive e death– a eccezione della frazione sulla tre quarti, molto più espansa e particolare. Ma il difetto non è trascurabile, visto che non permette a questi spunti di essere valorizzati: anche per questo abbiamo un brano soltanto discreto che poteva essere molto migliore. Per fortuna ora i Cryptor Morbious Family voltano pagina con Frustration: si parte alla grande con un breve sfogo in blast-beat, frenetico e rabbioso, che poi rispunterà spesso lungo il brano. Presto però la musica si calma di molto, e dopo una breve frazione di vago appeal metalcore vira su una norma tombale e doomy, molto oscura ma non tranquilla, per colpa degli scatti repentini che la punteggiano. Quest’impostazione più aggressiva prende poi il sopravvento nel corso del pezzo, che si fa man mano più dinamico e veloce, pur conservando una certa espansione, data dalle tastiere dissonanti. C’è però spazio anche per passaggi più focalizzati e possenti, persino di facile presa con la loro natura quasi anthemica: possono essere considerati quasi i ritornelli. Buono anche il passaggio sulla tre quarti, vuoto e freddo come il ghiaccio, un’ulteriore variazione a una struttura schizofrenica ma ben impostata. Abbiamo in effetti un brano difficile da seguire ma di qualità piuttosto buona, uno dei migliori di The Pit of Infamy!

All’inizio The Ice Man è veloce e presenta il tipico riffage death a motosega: dà quasi l’idea di un pezzo classico. Poi però i Cryptor Morbious Family svoltano su uno stacco molto più lento e vuoto, quasi fermo, con una base espansa di chitarre unita a un lentissimo ritmo industrial, per un effetto cupo, fangoso e straniante. È ciò che poi si evolve in uno stacco più etereo e spaziale di indirizzo deathcore, che rende l’oscurità meno opprimente ma è altrettanto alienante. Queste tre parti si alternano lungo il brano senza quasi che ci sia altro, a eccezione di un momento vuoto con solo i lead di chitarra in scena, lontani ed echeggiati, e di un finale cupo, dal vago retrogusto black. Nonostante la semplicità abbiamo però un altro brano di buona qualità, godibile al punto giusto e non troppo distante dal precedente. La successiva Diabolic Clown comincia catacombale: stavolta è doom metal al cento percento, ma l’anima dei portoghesi resta nel pianoforte che echeggia e nel riffage espanso, quasi psichedelico. Questa norma pian piano cresce in frenesia – specie per quanto riguarda il lavoro di Carlos alla batteria – ma sembra non dover mai cambiare. Poi invece la canzone strappa su ritornelli lugubre e feroce, con rapide ritmiche in controtempo ma anche una certa dilatazione data dai lead e dalla lieve elettronica che rende il tutto ancora più cupo. C’è spazio dopo di essi per una coda più aperta, di influenza thrash: è piacevole, ma all’interno della cupezza del resto stona un po’. È però l’unico difetto di un pezzo che per il resto colpisce con la sua aura cupa, presente in ogni variazione, sia quando la falsariga principale diventa movimentata e potente, sia nella frazione centrale, del tutto elettronica. Sono arricchimenti di un episodio forse un po’ limitato dai suoi difetti, ma che tutto sommato si difende bene lungo oltre sei minuti piacevoli e senza stecche troppo grosse. È quindi il turno di Spiral into Sin, che rappresenta un vero e proprio inedito: sono davvero pochi gli album così estremi con al loro interno una ballad. Questa comincia in maniera tradizionale, con un arpeggio delicato aiutato spesso anche dal piano e da lievi orchestrazioni che sostiene la voce pulita e calma di Tokinha, per un effetto tranquillo e mogio. Questa norma si ammorbidisce persino in seguito, per una frazione centrale davvero tranquilla che però è il preludio alla risalita. Subito dopo la musica diventa più pesante e metallica, pur rimanendo melodica e lenta. È una falsariga che funziona a dovere, ma castrata un pochino da elementi come i rulli veloci troppo accentuati di Carlos o il growl del frontman, che stonano un po’ con la grande melodia totale. È un finale non esaltante di un pezzo piacevole per il resto, ma che spicca molto poco anche in The Pit of Infamy.

Con Female Killer i Cryptor Morbious Family tornano a pestare. Dopo uno sfogo cattivo e potente, si vira su una norma che alterna brevi pause a sfoghi di brutalità, a volte aiutati anche dall’elettronica nel graffiare di più. Questa norma  si alterna spesso con degli stacchi più espansi e mogi, quasi timidi, con un giro di chitarra preoccupato e poco pesante sotto alla voce pulita di Tokinha. Sono momenti efficaci, ma un po’ troppo distanti da quelli più potenti per incastrarsi bene al loro interno. Lo stesso vale più o meno per la parte centrale, che tra due momenti arcigni e potenti, di forte influsso groove metal ma a tratti anche potente e rapido come il death death, schierano un tratto strano, a tinte molto soft, quasi swing, che stona molto. In generale, abbiamo un pezzo con diversi spunti interessanti, ma che non si uniscono molto bene tra loro: è questo il problema che rende il pezzo solo sufficiente e piacevole, oltre che una buona sintesi dei pregi e dei difetti di The Pit of Infamy. Per fortuna quest’ultimo si ritira su alla grande ora con The House of Horrors, che comincia al solito vorticosa e orientata sul death, stavolta meno potente ma in compenso con una grande carica lugubre. Questa si accentua anche di più in seguito, quando la traccia comincia ad alternare questi momenti  con fughe travolgenti, semplici ma con una gran cattiveria sia nei momenti più  lineari che nei possenti sfoghi in blast. L’apoteosi di questa tendenza però si ha nei ritornelli, tempestosi e davvero orrorifici, col growl spaventoso del frontman e le ritmiche potenti di César. La cappa di oscurità si apre un pochino soltanto al centro e nel finale, con un paio di frazioni pesante ma più aperte e melodiche: stavolta però non stonano, anzi consentono al complesso di respirare meglio. Abbiamo insomma un pezzo di buona qualità, che incide bene sia per potenza che soprattutto per atmosfera, uno dei picchi assoluti dell’album! Il disco si chiude con The More You Fear, the Bigger It Gets, outro retto dal basso di Carlos su cui si stagliano diversi echi e fuzz di chitarra. All’inizio sono molto rarefatti, ma poi il tutto si addensa sempre di più, a partire dall’entrata in scena di uno strano campionamento parlato, preso probabilmente da qualche film. Il tutto è impostato in modo da essere inquietante, cosa che gli riesce abbastanza bene: abbiamo perciò un finale appropriato per un album di livello simile.

Tirando le somme, The Pit of Infamy è un album piacevole e sufficiente nonostante i suoi difetti, con diversi spunti interessanti e qualche pezzo di buona qualità. Tuttavia, sono convinto che i Cryptor Morbious Family possano – anzi, debbano– fare di più: la loro originalità merita di essere valorizzata meglio, specie in un mondo come il metal odierno in cui di band personali ce ne sono sempre meno. Il mio personale augurio è quindi che i portoghesi riescano a crescere e a risolvere i propri problemi, e che l‘album successivo sarà molto migliore di questo.

Voto: 68/100

Mattia
Tracklist:

  1. The Pit of Infamy – 02:36
  2. Desolation – 05:32
  3. Frustration – 04:24
  4. The Ice Man – 03:24
  5. Diabolic Clown – 06:02
  6. Spiral Into Sin – 03:24
  7. Female Killer – 03:12
  8. The House of Horrors – 05:58
  9. The More You Fear, The Bigger It Gets – 02:08
Durata totale: 36:57
Lineup:

  • Tokinha – voce
  • César – chitarra
  • Carlos – basso e batteria
Genere: industrial/death metal

Potrebbero interessarti anche...

Aggiungi il tuo commento