Afraid of Destiny – Agony (2017)

Per chi ha fretta:
Agony (2017), secondo album dei trevigiani Afraid of Destiny, è un lavoro difficile da assimilare ma soddisfacente se ci si riesce. Il loro è un depressive black metal rarefatto e con forti pulsioni atmosferiche, che punta molto su suggestioni depresse, calde e avvolgenti. La sua natura intimista rende il genere arduo da penetrare, ma non è un problema: il flusso musicale dell’album scorre sempre molto bene. È per questo che nonostante alcuni difetti – un pelo di omogeneità e una lieve inconsistenza – la scaletta funziona bene quasi ovunque, specie in grandi pezzi come Rain, Scars and the Climb, Autumn Equinox e Into the Darkness. E così alla fine Agony si rivela un album buono e sopra alla media, che saprà fare al caso dei fan di depressive e atmospheric black metal.

La recensione completa:
“Mostrare da un punto di vista personale i peggiori sentimenti di cui l’uomo può soffrire”: è questa la missione dichiarata degli Afraid of Destiny. Nati nel 2011 a Treviso (col nome di Vitam Nihil Est, poi cambiando un paio d’anni dopo in quello odierno), erano all’inizio la one-man band del giovanissimo polistrumentista Adimere. Gli anni successivi sono stati frenetici per loro: oltre ad alcuni cambi di lineup che hanno portato fino al trio attuale, hanno pubblicato un discreto numero di demo e split, oltre a due full-lenght. L’ultimo tra questi, intitolato Agony, ha visto la luce lo scorso ventuno aprile, dopo una lavorazione un po’ travagliata – le registrazioni sono cominciate addirittura nel 2013 – che però non influisce troppo sul risultato finale. Il genere affrontato dagli Afraid of Destiny è un depressive black metal molto rarefatto, con forti pulsioni verso le branche più atmosferiche del genere. Si tratta di un suono  che sa aggredire a volte, ma in Agony più spesso si mostra delicato, caldo, e avvolge bene nella sua oscurità depressa. In più, gli Afraid of Destiny riescono a infondere al suo intermo molte lievi sfumature diverse e una natura fortemente intimista. Ciò tra l’altro rende il disco davvero difficile da penetrare, anche a dispetto di strutture musicali semplici: non credo di esserci riuscito al cento percento nemmeno io, nonostante le centinaia di ascolti. Ma in fondo non è un gran problema: per quanto quasi ci si perda al suo interno, Agony è un lungo flusso musicale che scorre bene quasi sempre, senza grandi spigoli o momenti morti. I suoi difetti sono altri: in primis, la musica degli Afraid of Destiny soffre di un pelo di omogeneità, con alcune strutture e melodie che tendono a ripetersi. In più la scaletta è lievemente inconsistente: non considerando intro, outro e cover, le canzoni vere e proprie sono cinque – un po’ poche, forse. Ma in fondo nessuno dei due è un problema così castrante: Agony rimane un lavoro molto buono, mai noioso e con tanta sostanza

Come dice il nome, Intro è il preludio di rito: in questo caso è molto d’atmosfera, con archi sintetici, una chitarra pulita molto tranquilla e il pianoforte che si intrecciano, con giusto piccole variazioni qua e là. Nonostante la lunghezza di quasi quattro minuti, è un preludio che avvolge bene e introduce alla grande nell’aura mogia, tranquilla e calda di Agony, che poi giungerà a compimento in A Journey into Nothingness, lunga opener in due parti. La prima comincia molto tranquilla, con solo l’espanso giro di chitarra di Adimere che poi rimane in scena anche quando si entra nel vivo. La norma primaria è molto semplice, con un riffage ossessivo e rarefatto su un tempo lento, punteggiato dallo scream di R.F., sempre echeggiato e lontano. In questa norma a tratti fanno la loro comparsa lead di chitarra lontani e melodici, che danno un tocco di intimismo e di calore in più: la traccia però ne è già dotata di suo, essendo sì oscura ma anche molto malinconica. Sembra quasi che la canzone debba andare avanti così a lungo – anche in maniera un pelo ripetitiva – quando invece la “part 2” cambia direzione. Il metal lascia allora spazio a un lungo intermezzo ambient, con tastiere lontane, quasi serene, e solo la voce del frontman con elemento aggressivo. È il preludio a una lenta risalita del pezzo, che pian piano riprende i temi già sentiti nella prima parte ma con la stessa atmosfera dell’inizio della seconda e una densità maggiore, data dalle tastiere che restano alle spalle dell’elemento metal. È una norma che colpisce al punto giusto con la sua tristezza lacrimosa ma al tempo stesso quasi sognante. Unendo a questo la maggior variabilità, che scongiura ogni rischio di prolissità, abbiamo una seconda frazione migliore della prima. Anche nell’unione però, nonostante il difetto della parte iniziale, abbiamo un brano più che discreto, che non sarà tra i migliori di Agony ma sa il fatto suo.

Un preludio classico coi suoni della pioggia da il là a Rain, Scars and the Climb che però per la prima frazione è ancora molto tranquilla, con la chitarra pulita che fa da base a un lancinante assolo di quella distorta. La stessa natura viene ripresa anche quando il pezzo entra nel vivo con in evidenza un riffage struggente retto dal ritmo incalzante della batteria di Adimere, arricchito qua e là da un tappeto di tastiere, dallo scream ancora estremo di R.F. o dai lead di chitarra, a volte persino al limite col gothic. È una norma stabile, che si mantiene a lungo simile a sé stessa, ma stavolta gli Afraid of Destiny lavorano bene con le piccole variazioni. A tratti così il brano si fa più caldo e intenso dal punto di vista emotivo, mentre altrove diventa più rarefatto e lontano, coi synth espansi e quasi spaziali che raggiungono il centro della scena. Pian piano inoltre la musica si fa più ansiosa e cupa, con più dissonanze e una batteria sempre più pestata e rapida a reggere il tutto, anche i momenti più eterei. Il pezzo si fa così progressivamente più vorticoso e denso: sembra quasi che debba esplodere da un momento all’altro con aggressività quando invece d’improvviso tutto si spegne.  C’è allora spazio per un’apertura soffice e tranquilla, con la chitarra pulita che va avanti giusto per qualche secondo. Preannunciato dal cantante, il pezzo torna quindi al metal, ma l’ansia di prima è sparita: ora il ritmo è lento,  e le tastiere sinfoniche danno al tutto un mood dolce e ricercato, di una tristezza quasi accogliente. È il gran finale di un brano splendido, uno dei migliori di Agony!

Autumn Equinox fuoriesce dall’outro ambientale della precedente per poi divenire cupa, più fredda della media del lavoro. Merito del tappeto di chitarre, lento ma dissonante, e dell’ospite A. Krieg (musicista tedesco molto attivo nella scena black del suo paese) che sfodera uno scream al tempo stesso doloroso e abrasivo, blasfemo. Come da norma degli Afraid of Destiny, questa norma prosegue parecchio con giusto lievi differenze tra le parti cantate, di poco più oscure, e quelle strumentali, più mogie. Tuttavia, il complesso non suona mai prolisso o ridondante: l’atmosfera è splendida, avvolge a meraviglia. Ma la parte migliore del pezzo è la seconda: poco dopo metà la musica si spegne, stavolta per una frazione con il pianoforte, quasi poetica se non fosse per dei sussurri sofferenti. Questa norma comincia quasi subito a crescere in densità, prima con l’ingresso di chitarra, poi con le orchestrazioni e una lacerante voce pulita: è il preludio alla ripresa del metal. Stavolta però i trevigiani non sono delicati come prima: è una base movimentata e con una disperazione che entra dritta nello stomaco, grazie alla bellissima prestazione del cantante ospite e agli archi che danno al tutto un tocco in più. Anche questa falsariga sale sempre di più in voltaggio, fino a raggiungere lo sfogo in blast beat finale, accompagnata ancora da melodie – specie del pianoforte – per qualcosa di davvero penetrante. È il gran finale di un pezzo ottimo in toto, poco lontano dal precedente per qualità. Si torna quindi a qualcosa di più melodico con Hatred Towards Myself: in essa è presente almeno una parte del calore che gli Afraid of Destiny ci hanno fatto sentire nella prima metà del disco. Non manca però un’oscurità depressa, evocata da ritmiche circolari e ossessive, che fanno sembrare il tutto quasi apatico – ma in una maniera positiva. In più, tra le pieghe di una struttura che sembra ancora lineare i veneti nascondono piccole variazioni, che rendono l’atmosfera pian piano più intensa e drammatica. Contribuisce a scongiurare ogni rischio di noia anche la durata, stavolta ridotta a meno di quattro minuti, prima che un breve outro placido concluda il tutto. Nel complesso si tratta del pezzo forse meno valido di Agony, ma in fondo non vuol dire molto: il livello è ancora piuttosto alto.

Sin dall’inizio, Into the Darkness è meno espansa e più graffiante, almeno nel riffage di base. Nonostante questo, non rinuncia alla melodia, ben rappresentata dalla chitarra di Adimere, che disegna malinconici assoli sulla base, per dei momenti quasi lirici. Questi si alternano con momenti più spogli e cupi, abissali, grazie al cantante e alle ritmiche profonde della chitarra, ma senza rinunciare al solito pathos. Completa il quadro un breve stacco poco dopo l’inizio, molto calmo ma inquieto con lo scream del cantante e un finale che accentua ancor di più l’anima melodica del pezzo con un grande assolo, per un risultato di grandissima intensità emotiva. Sono due grandi arricchimenti per un episodio molto breve (forse addirittura troppo!) coi suoi poco meno di cinque minuti, ma di gran efficacia: è il brano più riuscito dell’album con Rain, Scars and the Climb! A questo punto, è la volta di Sweet Illness of Mine, cover dei Lifelover che riprende l’originale in maniera molto aderente, ma portandola in un ambiente più classico da black metal rispetto a quello più “rock” degli svedesi. Il cantato, qui a opera di Adimere, è pulito come nell’originale, a eccezione di qualche raro scream in sottofondo, ma il riffage è più pieno e la sezione ritmica più pesante. In generale, è una cover in linea con quanto sentito in passato: gli Afraid of Destiny sono riusciti a trasportare con successo la canzone nel proprio genere senza snaturarla – il che la rende molto ben riuscita! A questo punto Agony è alle ultime battute, peraltro un po’ particolari: prima i veneti schierano Silence, nient’altro che un misterioso minuto di silenzio. È quindi il turno di Outro, che come indica il titolo è un breve frammento di circa due minuti con solo un arpeggio di chitarra acustica, delicato e piacevole con la sua malinconia. È un finale che non lascerà un segno profondo come gli altri pezzi ma è piacevole e adatto a concludere l’album.

Per concludere, la mia idea è che gli Afraid of Destiny abbiano ancora dei margini di miglioramento rispetto a quanto sentito in Agony, che senza qualche sbavatura e i piccoli difettucci poteva addirittura aspirare al capolavoro. Ma in fondo ci si può accontentare anche così: si tratta di un lavoro sopra alla media, cinquanta minuti di dolce agonia (è proprio il caso di dirlo) che avvolgono molto bene. Per questo, se il black metal più dilatato e il depressive fanno per te, il mio consiglio è di dare ai trevigiani una possibilità – o possibilmente anche più di una, visto che come detto penetrare la loro musica non è facile!

Voto: 80/100


Mattia
Tracklist:
  1. Intro – 03:53
  2. A Journey into Nothingness (part 1)- 05:15
  3. A Journey into Nothingness (part 2) – 04:19
  4. Rain, Scars and the Climb – 11:21
  5. Autumn Equinox – 08:54
  6. Hatred Towards Myself – 05:14
  7. Into the Darkness – 04:45
  8. Sweet Illness of Mine – 03:20
  9. Silence – 01:00
  10. Outro – 02:23
Durata totale: 50:24
Lineup:
  • R.F. – voce
  • Adimere – tutti gli strumenti
Genere: black metal
Sottogenere: atmospheric/depressive black metal

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