Hell [US] – Hell (2017)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEHell (2017) è il quarto album dell’omonima one man band statunitense.
GENEREUno sludge metal con influssi estremi, provenienti soprattutto dal drone.
PUNTI DI FORZAUn suono di nichilismo valido, con diversi buone zampate; in generale, un disco che scorre liscio e piacevole, buono come sottofondo per la sua atmosfera.
PUNTI DEBOLIUna tendenza a esagerare nel voler suonare a tutti i costi malato ed estremo, un songwriting confuso e dispersivo, che annacqua i buoni spunti presenti.
CANZONI MIGLIORISubOdin (ascolta), Machitikos (ascolta)
CONCLUSIONIHell è un album piacevole e sufficiente, ma nulla più: può fare al caso dei fan dello sludge e del drone, ma solo se non si pretende a tutti i costi il capolavoro.
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
66
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Forse non ci si pensa spesso, ma la storia del metal abbonda di band omonime. Prendiamo per esempio un monicker semplice come “Hell”: secondo Metal Archives, esistono – o sono esistiti – almeno dieci gruppi con questo nome. I più famosi sono gli inglesi, band NWOBHM che dopo una manciata di demo negli anni ottanta ha di recente trovato un po’ di fama coi suoi due recenti full-lenght; esistono però anche altri gruppi attivi con questo nome, come per esempio la one-man band americana di oggi. Progetto di M.S.W. , musicista proveniente dall’Oregon, dalla sua fondazione nel 2006 ha sfornato diversi tra split e demo, oltre a quattro full-lenght. L’ultimo di essi, intitolato semplicemente “Hell” (il secondo omonimo della carriera dopo l’esordio) risale allo scorso 11 agosto. Lo stile che M.S.W. mostra nel disco è di base uno sludge metal allucinato e schizofrenico, che sa aggredire ma essere anche dilatato: può essere visto come l’equivalente musicale di un lungo trip malato e oscuro. Sono funzionali a questo scopo anche le varie influenze presenti, che vengono dal metal estremo, dal post-metal e dal drone: quest’ultimo tra l’altro è una vena molto forte nel suono di Hell, specie nei tanti stacchi più spogli che punteggiano la musica. Si tratta di un genere che a tratti colpisce in maniera buona sia per quanto riguarda la potenza e ferocia che per oscurità: purtroppo però Hell presenta anche parecchi difetti che non gli consentono di raggiungere un livello elevato. In primis, spesso M.S.W. esagera nel cercare a tutti i costi di suonare malato e nichilista: ne consegue che spesso la sua musica appaia un po’ finta, poco sincera. Ma soprattutto, Hell è un lavoro confusionario e dispersivo: sembra quasi composto a caso, senza cognizione di causa e senza una linea precisa. Anche per questo, i vari spunti interessanti presenti – e ce ne sono parecchi lungo il disco – vengono annacquati, e non riescono a incidere. È un fattore alla radice di un altro problema: nessun pezzo, nemmeno i migliori, riesce a spiccare più di tanto. Hell risulta più che altro un marasma indistinto con poco che incida, seppur per lunghi tratti non sia sgradevole, il che rende l’album sufficiente ma nulla più.

L’iniziale Helmzmen entra nel vivo molto lenta, con i fuzz di chitarra e il ritmo catacombale di basso e batteria sotto a un campionamento. Questo si evolve poi in un pezzo più potente e cattivo, ma ancora molto lento; poi però la progressione lo porta a farsi più movimentato e potente. La norma principale di questa prima parte non è veloce, e presenta ritmiche pachidermiche, grasse, quasi goffe – ma in un senso buono, visto che l’impatto sprigionato è di alto livello – e le urla filtrate e spaventose di M.S.W.. Se questa parte è discreta, meglio è ancora ciò che arriva dopo: d’improvviso, poco prima di metà, l’ambiente si calma. Abbiamo allora uno stacco tranquillo, con solo una lenta chitarra, molto echeggiata, che regge dei campionamenti: è lo stesso tema che riprende anche il riff quando poi la canzone risale di voltaggio. La falsariga allora si fa ancor più tenebrosa, grazie a ritmiche pesanti rese anche più incisive in seguito da un lead spaziale ed etereo, quasi da post metal, e da brevi stacchi in blast beat che ne accentuano l’efficacia. È la frazione migliore prima che la musica rallenti e quindi riprende la parte principale in breve: è il finale di un pezzo non eccezionale ma tutto sommato buono. La successiva SubOdin inizia ancora lenta, a tinte drone, con fuzz di chitarra dilatati, ma poi si vira su una norma più ritmata e potente, seppur sia ancora lenta e mastodontica. È quella che poi, dopo un altro stacco vuoto, si evolve nella norma principale, diretta e con un riffage semplice ma di forte impatto. È un’impostazione che avanza a lungo, ma con alcune variazioni: tra queste spiccano gli stacchi rallentati in cui M.S.W. inserisce un po’ più di melodia, ma senza dar fastidio all’aura generale, che resta malsana, nichilista e molto cupa. Pian piano inoltre la media comincia a ondeggiare tra frangenti in cui il tutto si fa più pestato e aggressivo, e tratti invece vuoti, dilatati, riempiti però alle dissonanze e dalla voce del mastermind, che li rendono anche più sinistri. È quest’ultima norma a prendere il sopravvento nella lunga coda finale, rarefatta , drone, di grande inquietudine specie grazie ai tanti echi presenti nella prima parte. È un bel finale per un pezzo di buon valore, semplice e che scorre con piacere: per questo, si tratta del picco assoluto di Hell.

È ora il turno di Machitikos, che stavolta sembra andare subito al punto: senza grandi preamboli, entra in scena con un riffage sludge grasso e semplice, ma con la giusta potenza. Poi però la musica vira su una frazione lugubre e dilatata, senza ritmo ma con dissonanze quasi black metal, che la rendono molto oscura. È il punto di ripartenza del pezzo, che stavolta esplode in una falsariga con un ritmo più veloce della media e un riffage tagliente. Questo connubio colpisce sia per potenza che di atmosfera, resa davvero lugubre dalla distorsione della chitarra e da elementi che l’aiutano, come per esempio l’assolo nella parte finale. L’unico problema di questa parte è che va avanti per poco tempo, prima di spegnersi in un caos di fuzz: svilupparla un po’ di più avrebbe reso meglio, mentre così sembra quasi incompleta. A dispetto di questo, abbiamo un altro buon episodio, poco sotto al precedente per qualità. La seguente Wandering Soul presenta un riffage iniziale ritmato e arcigno, una base che svaria tra momenti più dritti e altri più dinamici e vorticosi, ma senza grandi differenze, e va avanti a lungo sia all’inizio che nella parte finale. Al centro però il brano si evolve: comincia inglobare strani echi, voce distorte, e nel contempo diventa movimentato e magmatico, per una breve sezione centrale di gran energia. Poi però anche questo si acquieta, in un lungo passaggio di tre quarti che alterna passaggi lenti, più classici in senso doom, e frazioni agitate e dissonanti, il tutto sempre accompagnato dagli stessi inquietanti echi in sottofondo, che dominano anche nell’espansa conclusione. Nel complesso abbiamo un brano inquietante e godibile al punto giusto: non sarà bellissimo, ma svolge in maniera più che discreta il suo compito. Giunge quindi Inscriptus, che comincia con ritmiche strascicate e dissonanti, molto ossessive per lunghi minuti, corredate solo dallo scream di M.S.W. che gli dà un po’ di colore. Per il resto questa prima parte è un po’ insipida: va molto meglio quando invece entra in scena una falsariga più dilatata e cupa, costituita da un caos di chitarre espanse, quasi drone. All’inizio il ritmo non esiste, ma pian piano la norma si evolve con l’ingresso di una batteria che la rende più veloce, poi con l’ingresso di campionamenti. Anche la base di chitarra però progredisce, tornando col tempo a un ordine: dalla confusione sorge così un riffage lento ma davvero graffiante e cattivo, il che unito allo scream disumano crea un ambiente davvero cupo. Peccato solo che questa falsariga duri poco, poi si spenga per riproporsi alla fine, più rallentata, ma senza lo stesso carisma. Nel complesso, abbiamo un pezzo caotico – più della media di Hell –anche buono in certi passaggi ma nel complesso senza infamia né lode.

Vista la lunghezza, Victus può essere quasi paragonato alla classica traccia lunga finale. Si parte da una progressione di riff lenta, a tratti anche aperta e psichedelica, ma altrove potente e fangosa come da norma sludge. Lo stesso dualismo pian piano si accentua, con momenti grassi e pesanti che colpiscono con la forza e la grazia di un elefante in una cristalleria, e aperture quasi vuote, con solo echi e fuzz di chitarra. In principio è un alternanza veloce, ma poi il tutto si espande: le frazioni più lente diventano un tenebroso passaggio drone/ambient, che vanno avanti per lunghi minuti al centro. Questo si spegne poi in uno stacco anche più tranquillo, con la chitarra pulita e addirittura tastiere sinfoniche in sottofondo (!): è una lunga frazione, che poi dà il là alla nuova ripartenza del pezzo. Abbiamo allora una lunga cavalcata con un riffage potente ma al tempo stesso un certo pathos, dato dalle venature post-rock presenti in sottofondo. Questa frazione presenta stacchi più aggressivi, seppur una certa malinconia rimanga sempre, per quanto in sottofondo. Si unisce però bene al resto in una lenta progressione quasi sofferta e funerea, che va avanti per lunghi minuti e si arresta solo con la fine. Nel complesso abbiamo un buon episodio, che nonostante la confusione e qualche momento morto si rivela più che godibile. Hell si conclude quindi con Seelenos: più che una canzone vera e propria è un outro molto esteso, tutto retto da un arpeggio di chitarra tranquillo, quasi delicato. Questa base all’inizio è il sottofondo dell’ennesimo campionamento parlato, per un’aura depressa che avvolge bene; poi invece entra in scena una voce da tenore, alta e quasi angelica, che insieme a un accenno di orchestrazioni dà al tutto un tocco di ricercatezza in più. Entrambe le metà sono piacevoli, ma nel complesso come finale non sembra troppo riuscito, specie dopo l’oscurità, la ferocia e il nichilismo sentiti fin’ora. Abbiamo insomma un pezzo non disprezzabile, ma che c’entra davvero poco con l’album che chiude e stona abbastanza.

Insomma, Hell è un album sufficiente, piacevole, con un paio di belle zampate, ma nel complesso scorre liscio e lascia poca traccia dietro di sé alla fine dell’ascolto. Il mio consiglio, insomma, è di recuperarlo solo se ami alla follia lo sludge e il drone metal più impenetrabili ed estremi, oppure se quel che cerchi è un buon album da usare come sottofondo oscuro. Se però vuoi qualcosa che ti faccia saltare sulla sedia, meglio che cerchi altrove.

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Helmzmen09:35
2SubOdin07:30
3Machitikos05:38
4Wandering Soul05:09
5Inscriptus05:01
6Victus12:36
7Seelenos04:20
Durata totale: 49:49
FORMAZIONE DEL GRUPPO
M.S.W.voce, tutti gli strumenti
OSPITI
A.L.N.voce
T.A.S.voce
ETICHETTA/E:Sentient Ruin Laboratories
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:l’etichetta stessa

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