Star One – Space Metal (2002)

Per chi ha fretta:
Space Metal (2002), primo album del progetto di Arjen Anthony Lucassen Star One, è un album che mescola metal e fantascienza in un connubio ben riuscito. Nonostante sia un supergruppo costituito da tanti musicisti celebri – soprattutto per quanto riguarda il lato vocale – la qualità del lavoro è sempre elevata. Merito di un progressive metal di facile accesso e senza grandi tecnicismi ma che sa variare bene: risulta sempre emozionante e immaginifico, molto in linea coi film e le serie TV fantascientifiche su cui si basano i testi. Sono questi i punti di forza di un disco di gran sostanza, in cui spiccano pezzi come l’animata Set Your Controls, la cupa Master of Darkness, l’orientaleggiante The Eye of Ra e la catchy Intergalactic Space Crusader, punte di diamante di una scaletta quasi tutta di alto livello. E così anche a dispetto di un paio di pezzi meno belli e di un filo di omogeneità Star One è un piccolo capolavoro, adatto a tutti i fan del metal melodico – e in special modo a chi ama anche la fantascienza!

La recensione completa:

Metal e fantascienza sono due mondi che non sempre sono andati d’accordo. Solo ogni tanto nel primo sono entrati i temi cari alla letteratura e al cinema del secondo; più spesso invece il metal ha preferito testi legati ad altri generi letterari, in special modo fantasy (soprattutto il power) e horror (nei generi estremi). Per fortuna però gli amanti di entrambi i mondi – come me – hanno potuto trovare qualche bella eccezione, come per esempio gli Star One. Progetto tra gli innumerevoli di Arjen Anthony Lucassen, sin dalla creazione sono una concept band dedicata proprio alla passione del polistrumentista per l’animazione fantascientifica. Per farlo, ha radunato intorno a sé come al solito un nutrito numero di ospiti celebri, in special modo a livello di voce. I quattro ospiti di lusso come Russell Allen (Symphony X), Floor Jansen (allora negli After Forever, oggi nei Nightwish), Dan Swanö (Edge of Sanity, Bloodbath e tanti altri) e Damian Wilson (ex-Threshold) sono presenti in ogni brano, interpretando i ruoli dei protagonisti di ogni film che ispira il relativo testo. Questo comparto vocale è sostenuta da un progressive metal abbastanza vario: di norma è tranquillo, melodioso, ma a seconda del testo vira a volte verso la pesantezza, e altrove ancora è più rivolto verso l’hard rock. In ogni caso, quasi ovunque la musica risultante è immaginifica e ben in linea col film o la serie TV su cui si basa: è questo il vero punto di forza del primo album del gruppo, Space Metal nel 2002. Seppur ogni tanto soffra di un filo di omogeneità e un paio di canzoni siano meno belle, si tratta di un grande lavoro, scritto e suonato benissimo, lineare ma che sa emozionare anche senza grandi tecnicismi o giochi di prestigio. Un lavoro, insomma, che al pari della sua più famosa carriera con gli Ayreon mostra bene la classe e la bravura di Arjen Anthony Lucassen.

Space Metal parte da Lift-off, intro di musica elettronica con tanti synth ed effetti – in molti casi con una patina vintage – che si incrociano spesso, per un effetto spaziale. Si tratta insomma di un preludio molto adatto alla situazione, che va avanti per poco più di un minuto prima che il riffage brillante, a tinte quasi hard rock di Set Your Controls entri in scena. Abbiamo da subito un brano variegato, che passa da momenti pesanti, cupi, preoccupati ad altri invece aperti e spensierati, come per esempio le strofe, briose e divertenti. Entrambe le anime si fondono bene nei ritornelli, semplici ma catturanti, che incidono molto bene. Ottima anche la lunga parte centrale, che con l’organo di Lucassen (presente anche nel resto della canzone) intrecciato con la chitarra ricorda quasi i Deep Purple e il primo rock duro inglese – fatto forse voluto, visto che il testo è basato su un altro caposaldo della cultura britannica come Dr. Who. Poi invece il tutto si fa più oscuro, con uno stacco cupo e riflessivo che sfocia in una nuova apertura, stavolta più potente e con una certa malinconia. In ogni caso, sono due metà che si incastrano bene sia tra loro che in un brano lungo ma che fila che è un piacere: abbiamo già sa subito uno dei picchi del disco! La successiva High Moon è ispirata al film di fantascienza/thriller Atmosfera Zero: anche per questo, gli Star One virano verso qualcosa di meno frizzante e più serioso. Lo si sente sin dal malinconico intro sintetico, che poi esplode in un pezzo dall’aura crepuscolare, condotto dal batterista Ed Warby su un tempo lento e costante. Ciò si accentua anche di più in strofe cupe, con orchestrazioni dissonanti e l’alternanza tra la voce bassa di Wilson e quella esplosiva di Allen che man mano rendono il tutto più drammatico. È lo stesso che accade poi nei bridge, nervosi e zigzaganti, di basso profilo, che danno poi il là a lunghi ritornelli quasi orientaleggianti, con la voce di Floor Jansen alta che dà un tocco in più. Buona anche la frazione centrale, sottotraccia e distorta, quasi psichedelica: dà anch’essa una marcia in più al pezzo, che risulta ancora di altissima qualità, poco lontano dalla precedente.

In principio Songs of the Ocean risulta calma e riflessiva – del resto il testo è ispirato a una serie “filosofica” e poco d’azione come Star Trek, in particolare al suo quarto film “Rotta verso la Terra”. Lo è sin dal placido inizio con la chitarra tranquilla di Lucassen che si incrocia con dei synth, per poi diventare un mid tempo tranquillo e lineare, che scambia passaggi lievemente più animati ma mai aggressivi e altri spogli, con solo la sezione ritmica in scena. Ogni tanto questa falsariga sale verso qualcosa di più intenso sia a livello musicale che emotivo, con la Jansen autrice di un’altra prova molto carica. L’alternanza va avanti fino a dopo metà, quando irrompono all’improvviso in scena ritornelli zuccherosi e pop, che colpiscono molto bene e si stampano in mente all’istante. Da qui in poi il pezzo si anima un po’ di più, pur non perdendo la sua essenza: la struttura resta lineare fino al finale, che riprende il chorus e lo rende ancora più carico a livello emotivo. È il passaggio migliore per un episodio ancora una volta di ottima qualità. Nel più classico dualismo della fantascienza, ora gli Star One schierano Master of Darkness, che dopo la precedente va a omaggiare “L’Impero Colpisce Ancora” della saga di Star Wars. Anche a livello musicale la differenza è ampia: dal morbido outro della precedente la musica emerge energica e cupa, con una base ritmica pesante. È una falsariga che resta a lungo in scena, insieme a lievi tastiere che la rendono più obliqua e alle voci dei vari cantanti, mai così varie, che danno al tutto un bel tocco di colore. Questa norma a tratti si fa più rarefatta, mentre altrove diviene più piena e densa: ciò succede specialmente nei chorus, intensi con gli scambi tra cantanti e le belle melodie, nonostante siano abbastanza obliqui. In tutto questo, il ritmo resta lento e costante: si accelera solo nella parte centrale, che corrisponde al duello di spade laser – con Swanö e Allen che interpretano rispettivamente Luke Skywalker e Darth Vader. Abbiamo allora una parte frenetica, quasi speed metal a tratti, piena di giri di chitarra e di tastiera degli ospiti Jens Johansson (Stratovarius), Erik Norlander (famoso per il suo progetto solista e per i Delain) e Gary Wehrkamp (Shadow Gallery), che svaria tra momenti cupi ad altri più aperti e tranquilli, ma con un vago velo di malinconia. In ogni caso, tutti i pezzi sono ben mescolati tra loro, senza nemmeno l’ombra di qualche spigolo: abbiamo insomma un brano splendido ed emozionante, uno dei picchi assoluti di Space Metal!

The Eye of Ra è una suite molto lunga che se la prende con calma: si parte da un lungo intro strumentale, con prima effetti sintetici e poi l’organo, su cui si posa la voce di Swanö. Dopo un po’ questa falsariga comincia ad alternarsi con tratti più esplosivi e pesanti, che alla fine conducono il brano nel vivo. Abbiamo allora una norma lenta ma roccioso, che alterna tratti più lineari, di pura potenza, ad altri in cui le tastiere disegnano melodie orientali – ricollegate bene alle liriche, ispirate stavolta a Stargate di Roland Emmerich. È quest’ultima base a reggere i ritornelli, corredati dalla voce della Jansen che al solito sfodera una grande prestazione, arricchendo il tutto di un bel pathos. Sono i passaggi migliori del pezzo insieme alla sezione solistica al centro, a volte più cupa e altrove più speranzosa, e il finale che riprende quest’ultima norma e la correda con dei cori ossessivi. Essi conduce poi l’ascoltatore in maniera avvolgente e sognante fino alla fine, in cui a sorreggerli c’è una norma ambient crepuscolare, ma di gran qualità. Anche il resto però è grandioso: abbiamo un episodio di altissima qualità, che col precedente forma un uno-due da K.O. assoluto! Anche Sandrider presenta sin quasi dall’esordio un retrogusto orientaleggiante, stavolta più nell’oscillante riffage di Lucassen che nell’organo e nelle tastiere – ovvio, considerando che stavolta gli Star One riprendono Dune, l’opera di Frank Herbert tradotta sullo schermo da David Lynch. È il punto di partenza per un brano che comincia poi con passaggi riprendono le suggestioni precedenti ma in maniera soffice e dilatata, quasi visionaria a volte. Si torna su invece coi ritornelli di tono pressoché drammatico, con le voci di Wilson e Allen che si incrociano su una norma non pesantissima ma preoccupata. La struttura inoltre è molto semplice: a parte questi due passaggi c’è spazio soltanto per una frazione al centro e nel finale che riprende il mood dei refrain e lo rende più lancinanti, grazie alla solita prestazione della Jansen. Per il resto abbiamo un pezzo semplice e a tratti anche un pelino scontato, ma in fondo di buonissima qualità: sfigura solo perché si trova in un album grandioso come Space Metal!

Perfect Survivor è quasi rockeggiante già dalle prime battute, un retrogusto che non scompare neanche quando arriva in scena una norma più pesante. È ciò che regge i ritornelli, tranquilli e mogi, nonostante una melodia di discreta presa; ancor più morbidi sono le strofe, lente e dilatate, con Swanö e Wilson che quasi sussurrano e Warby che dà loro un incedere lento. Questa distensione però è il grande difetto del pezzo, che risulta blando e poco incisivo, specie per quanto riguarda l’atmosfera – non è certo quella cupa e penetrante di Alien, da cui il testo è tratto stavolta. Anche altri passaggi come la parte centrale, progressiva e spezzettata, rimangono anonimi: abbiamo una traccia discreta, piacevole ma che in un album simile non può che sparire. Per fortuna, gli Star One si ritirano su alla grande con Intergalactic Space Crusader, ispirata alla serire TV Blake’s 7 – inedita in Italia, ma con un gran successo in Inghilterra. Si parte da un breve intro tranquillo, che dà poi il là a una traccia sulla stessa linea, dritta e quasi apatica. Poi però il brano si riempie di emozione nelle strofe, in cui frazioni cantate da Wilson molto tranquille anche a livello musicale, si alternano con altre più urlate da Allen, retto da una base più pesante. Questo scambio di gran impatto sentimentale giunge all’apoteosi nei refrain, che ne preservano l’emotività ma la arricchiscono con potenza e melodie catchy, per una parte davvero da urlo. A parte un breve assolo della tastiera al centro non c’è altro in un pezzo molto lineare e facile da ascoltare: risulta non solo un’altra punta di diamante del disco, ma anche il suo singolo ideale! A questo punto, Space Metal è agli sgoccioli: c’è spazio solo per la lunga suite Starchild, ispirata a 2001: Odissea nello Spazio, che parte da un intro molto oscuro, ambient minimale, per poi cominciare una lenta salita. Pian piano fanno il proprio ingresso le voci di Swanö, Allen e Jansen, di effetti spaziali e di orchestrazioni, come di una ritmica di chitarra pulita. Si va avanti con questa norma quasi dolce e calda per quasi tre minuti, poi entra in scena un brano più potente ma ancora melodioso e ricco di effetti. In bella vista c’è spesso la chitarra solista di Lucassen, che disegna bei soli su una base lenta ma incalzante, marziale, quasi evocativa e tesa seppur a tratti si apra e si faccia più vuota.  Ciò va avanti fino a poco dopo metà, poi la musica si spegne e la parte iniziale ritorna. Segna l’avvio di un’altra progressione, che stavolta culmina in una parte più animata, veloce,  potente, a cui Allen dà un gran pathos, insieme a un ottimo assolo e ai cori, prima che un outro espanso porti a fine questi nove minuti. Nel complesso abbiamo un gran pezzo, forse non tra i migliori dell’album ma che come finale non è affatto male, anzi!

Per concludere, Space Metal è un piccolo capolavoro nel suo genere, con pochi difetti e tanta sostanza, ben lontano dal classico disco da supergruppo fatto “tanto per..:”. C’è poco altro da dire: se sei fan del metal melodico – anche non necessariamente progressive, viste le strutture semplici e la facilità di ascolto – è un album da recuperare. E se poi ti piace anche la buona fantascienza, allora non può mancarti – e non puoi lasciarti sfuggire una band come gli Star One!

Voto: 92/100

Mattia

Tracklist:

  1. Lift-off – 01:13
  2. Set Your Controls – 06:02
  3. High Moon – 05:36
  4. Songs of the Ocean – 05:24
  5. Master of Darkness – 05:14
  6. The Eye of Ra – 07:35
  7. Sandrider – 05:31
  8. Perfect Survivor – 04:46
  9. Intergalactic Space Crusaders – 05:23
  10. Starchild – 09:05

Durata totale: 55:39

Lineup:

  • Sir Russell Allen – voce
  • Floor Jansen – voce
  • Dan Swanö – voce
  • Damian Wilson – voce
  • Arjen Anthony Lucassen – chitarra, basso, tastiere
  • Ed Warby – batteria
  • Gary Wehrkamp – chitarra (guest)
  • Jens Johansson – tastiera (guest)
  • Erik Norlander – tastiere (guest)

Genere: progressive metal
Per scoprire il gruppo: la pagina degli Star One sul sito di Arjen Anthony Lucassen

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