Terrifier – Weapons of Thrash Destruction (2017)

Per chi ha fretta:
Weapons of Thrash Destruction (2017), secondo album dei canadesi Terrifier, è un album mezzo gradino al di sopra della media pur non essendo esente da difetti. Il suo è un thrash metal classico ma meno reazionario della media del revival moderno: ingloba alcuni elementi più moderni e in generale non è banale come al solito. In più i canadesi possiedono una grande energia e un ottima confidenza coi loro strumenti, anche se questo dall’altro lato li porta spesso a esagerare. In più, il lavoro soffre di un filo di omogeneità e di una mancanza di hit: nella scaletta solo la devastante opener Reanimator e la divertente Drunk as Fuck spiccano davvero. E così sommando pregi e difetti Weapons of Thrash Destruction è un album godibile, anche se i Terrifier dovranno fare di più per emergere.

La recensione completa:
Come sai se leggi da un po’ Heavy Metal Heaven, di norma il revival thrash metal non fa per me: lo trovo sterile, derivativo, e tendo a non giudicare molto bene i dischi delle sue band. Esiste però anche una minoranza di gruppi che riescono a fare qualcosa di diverso e a risultare almeno un po’ sopra della media: è per esempio il caso dei Terrifier. Nati nella British Columbia nel 2003, all’inizio si chiamavano Skull Hammer, per poi cambiare nome nel 2012. Da allora hanno prodotto due full-lenght, di cui l’ultimo, intitolato (in maniera molto esplicita) Weapons of Thrash Destruction, risale allo scorso 20 gennaio. Il genere affrontato dai Terrifier in esso è meno derivativo del solito: parliamo di un thrash sì ispirato agli anni ottanta, ma che non snobba tutto ciò che è venuto poi. Nella musica dei canadesi si trovano elementi estremi – come per esempio i blast beat – e moderni, che però quasi non si notano: sono ben integrati nello stile del gruppo, che suona compatto e classico al cento percento. Peccato solo che Weapons of Thrash Destruction dalla modernità prenda anche i difetti tipici del metal moderno: oltre a un filo di omogeneità, la sua scaletta pecca soprattutto di una certa mancanza di hit. Il problema principale dei Terrifier è però la tendenza a esagerare dal punto di vista strumentale: cercando di essere esplosivi e rutilanti a tutti i costi, finiscono a volte per suonare sterili. In generale, Weapons of Thrash Destruction è un album un po’ ingenuo a tratti (fatto non scusabile, visto che la band non è più di primo pelo), ma anche con dei lati positivi che lo rendono godibile. In primis, i Terrifier possono contare su un’energia e una potenza ammirevoli, ben supportata da un’eccellente confidenza da parte di ogni musicista – nonostante i suddetti eccessi. Weapons of Thrash Destruction incide bene anche per quanto riguarda la registrazione, pulita ma un po’ amatoriale: questo però non è un problema, anzi lo rende più esplosivo e meno plasticoso rispetto alla media. Sono questi elementi a rendere il lavoro più appetibile di tanti altri all’interno del revival.

Si comincia alla grande con Reanimator, che senza indugi esplode veloce e potente, un rapido incastro che illustra da subito i temi che sentiremo poi. A ruota seguono quindi strofe movimentate e animate, che dopo poco confluiscono in bridge più nervosi e cupi, retti a tratti dal blast beat del batterista Kyle Sheppard. Sono una buona introduzione per ritornelli che sia aprono di nuovo e risultano semplici, ma esplodono con un notevole impatto. Quest’ultimo non viene mai abbandonato dalla canzone, che pure è variegata e non si limita ad alternare queste tre parti: al centro per esempio è presente una lunga frazione meno dinamica ma graffiante al punto giusto. A staccare di più sono però i passaggi vorticosi e frenetici ai massimi termini, in cui Brent Gallant e Rene Wilkinson si producono in assoli al fulmicotone: che siano brevi stacchi oppure più estesi – come sulla tre quarti – sanno il fatto loro. Sono un arricchimento per un pezzo di grandissimo impatto in ogni passaggio: Weapons of Thrash Destruction si apre insomma col botto! Senza quasi pause, Deceiver entra in scena staccando un po’: la sua registrazione è più grezza rispetto alla precedente. La sostanza però non cambia: abbiamo un’altra cavalcata thrash metal che alterna momenti da tempo medio-alto e altri più frenetici, con un pelo di melodia in più ma anche tanta potenza. Questa viene meno solo per i bridge, più riflessivi e oscuri, che poi però esplodono in ritornelli con ancora il blast di fondo, su cui si staglia un riffage ossessivo, dissonante e la voce acuta e raspata di Chase Thibodeau. Si cambia strada anche al centro, dove una norma iniziale semplice si fa sempre più serrata, fino ad arrivare a un lungo sfogo in blast beat. Da qui la musica torna a riaprirsi, per poi mostrare un lungo assolo obliquo, veloce al punto giusto ma che ogni tanto sembra quasi stonato. In generale, abbiamo un pezzo discreto ma difettoso, non solo per questo finale ma anche perché a tratti si il suo macinare è sterile, e non incide quanto potrebbe.

Per fortuna, ora è il turno di Nuclear Demolisher, che rilascia lievemente il piede dall’acceleratore sin dall’intro convulso gestito dalla sezione ritmica. Da qui si sviluppa un pezzo più diretto e senza troppi fronzoli, con al centro della scena ritmiche vorticanti e potenti. Ciò fa da base sia ai momenti spogli in cui regge la voce del frontman, qui particolarmente graffiante, sia ai passaggi più preoccupati, con dei lead che conferiscono loro anche un certo pathos. Si cambia invece strada nella sezione a metà, più in linea con quanto sentito in precedenza. Lo è sia nelle prima parte di grande impatto che nel momento estremo e vorticoso al centro e nel passaggio conclusivo, più riflessivo e anche con un tocco di emotività, dato da ottimi intrecci di chitarra. Sono tutti ottimi elementi per una traccia di buonissima qualità, non troppo distante dai picchi del lavoro. La successiva Violent Reprisal si rivela ritmata e saltellante fin dall’inizio, che vede ancora un lieve cambio di coordinate rispetto al passato. Comincia da qui una lunga progressione che incastra tante sezioni diverse con successo: all’inizio la guida è un’energia crepuscolare e oscura, ma poi la musica si fa più diretta e quadrata. Si tratta di una norma semplice ma di gran impatto: si può dire lo stesso dei ritornelli incalzanti e quasi anthemici che punteggiano il pezzo e dei momenti solistici, sempre ben costruiti. Purtroppo però i bridge, lunghi e sguaiati per colpa dei cori limitano in parte la resa del resto, e non chiudono il cerchio con successo; lo stesso vale per i passaggi più veloci piazzati qua e là, che sanno parecchio di già sentito. Anche così abbiamo un episodio godibile, ma rimane un peccato: poteva essere eccellente.

Un campionamento preso dal classico della fantascienza “Atto di Forza” di Paul Verhoeven, poi Skitzoid Embolism parte veloce, ma dopo un breve sfogo prende un’altra via. Stavolta i Terrifier si spostano su una norma più semplice e macinante, con un retrogusto che ricorda quasi il vecchio speed power meno melodico. È un’impostazione di ottimo impatto, come anche ciò che lo contorna, più possente e in linea con quanto già sentito in Weapons of Thrash Destruction. Poi però i canadesi svoltano su chorus senza grande carisma e senza mordente: nonostante le ritmiche macinanti al punto giusto sembrano quasi mosci, per colpa soprattutto della melodia vocale di Thibodeau. Buona invece è la parte centrale, ancora energica ma espansa, grazie agli assoli lenti e d’atmosfera e a un ritmo non troppo pestato, almeno rispetto alla media. Anche il finale più vorticoso in cui si evolve non è male, nonostante aleggi ancora un certo senso di già sentito. Valgono anche qui le considerazioni del precedente: abbiamo un altro pezzo discreto, che però poteva essere molto meglio senza i suoi difetti. Con Drunk as Fuck i Terrifier affrontano quindi un altro cambio di coordinate: sin dall’inizio, ha un incedere quasi da thrash ‘n’ roll, seppur l’aggressività del riffage sia ancora elevata. È una base molto divertente che macina a lungo, per poi confluire in refrain più pesanti con intensi cori e ritmiche più spigolose, ma senza perdere quel piglio divertente che rende il tutto esplosivo. Inoltre, nonostante i piccoli e grandi assoli sparsi qua e là, stavolta l’ensemble non si perde nei suoi soliti eccessi strumentali. Ne risulta un pezzo più lineare che in passato, ma non è un problema: riesce sia a divertire che a coinvolgere per la sua potenza in maniera eccellente, il che lo rende addirittura uno dei picchi dell’album!

Sin dal’inizio, Bestial Tyranny soffre ancora un po’ di ridondanza rispetto ai brani precedenti, ma stavolta non è un problema: abbiamo una lunga escalation che tende molto a svariare. Le strofe sono cavalcate abrasive che si fermano giusto per brevi momenti striscianti con in evidenza il basso di Alexander Giles, ma per il resto si rivelano travolgenti al punto giusto. Tutto ciò confluisce poi in chorus con lo stesso impatto ma più blasfemi, col frontman che urla tantissimo: questo li rende anche più catturanti. Bella anche la sezione al centro, meno pesante ma che compensa alla grande con tonalità preoccupate, oscure a tratti: attraversano sia i momenti più frenetici ma pieni di melodia che quelli più rallentati, persino con un certo pathos a tratti. Anche stavolta fanno bella mostra di sé i lunghi assoli di Gallant e Wilkinson, sempre godibili nonostante la lunghezza di questa sezione. Abbiamo insomma un gran bel pezzo, poco sotto ai migliori di Weapons of Thrash Destruction. È ora la volta di Riders of Doom, breve interludio tutto strumentale che parte da un lieve arpeggio pulito per poi salire pian piano di tensione, fino a raggiungere una norma energica ma sempre molto melodica. Gli assoli dei due chitarristi si intrecciano evocando un certo pathos, e anche quando le ritmiche cominciano a farsi più dure ciò non viene meno. Si torna a graffiare solo quando la closer track Sect of the Serpent entra in scena, pestando con cattiveria. L’inizio è quasi caotico, con repentini stacchi che avvicinano questa parte quasi al thrash tecnico. Poi però i Terrifier svoltano su qualcosa di più lineare, oltre che serioso e oscuro. È la sensazione che torna anche nei chorus, crepuscolari, preoccupati e quasi misteriosi: è questo a renderli di gran impatto. Le strofe invece sono più pestate e potenti, ricordano i brani precedenti, forse anche troppo: ormai il senso di già sentito regna. Discorso ancora diverso per la lunga parte solistica finale: all’inizio è ottima con assoli obliqui e alienanti, ma a lungo andare diventa un po’ troppo prolissa e comincia ad annoiare – colpa anche dei soliti eccessi strumentali dei canadesi. Abbiamo insomma una traccia più che discreta, ma non eccezionale: anche per questo si tratta di una bel manifesto dei pregi e dei difetti dell’album che chiude.

Per concludere, come detto Weapons of Thrash Destructions è almeno mezzo gradino sopra alla media del revival thrash metal odierno, oltre a essere godibile per lunghi tratti e adatto perciò ai fan del genere. Secondo me però i Terrifier devono risolvere i loro difetti se vogliono spiccare di più in mezzo alla marea di gruppi che compongono la scena. Le qualità per farlo ci sono; ma anche in questo caso, come sempre, cosa sarà solo il tempo saprà dire.

Voto: 72/100

 
Mattia

Tracklist:

  1. Reanimator – 05:24
  2. Deceiver – 05:15
  3. Nuclear Demolisher – 04:27
  4. Violent Reprisal – 04:18
  5. Skitzoid Embolism – 04:08
  6. Drunk as Fuck – 04:13
  7. Bestial Tyranny – 06:14
  8. Riders of Doom – 01:40
  9. Sect of the Serpent – 06:44
Durata totale: 42:23
 
Lineup:

  • Chase Thibodeau – voce
  • Brent Gallant – chitarra
  • Rene Wilkinson – chitarra
  • Alexander Giles – basso
  • Kyle Sheppard – batteria
Genere: thrash metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei Terrifier

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