Ratt – Out of the Cellar (1984)

Per chi ha fretta: 
Out of the Cellar (1984), esordio sulla lunga distanza dei Ratt, è un album uscito al posto giusto nel momento giusto. Il fatto di venire pubblicato in una situazione in cui l’hair metal stava cominciando la sua ascesa è alla radice del suo successo, ma c’è anche dell’altro. L’album brilla non solo per il valore storico, ma anche per la qualità delle sue idee e per lo stile del gruppo di Los Angeles, simile a quello di tanti ma che a un’analisi attenta si rivela più ricco e con una maggior cura per i dettagli. Sono questi i fattori che rendono l’album eccelso: lo dimostrano per esempio la coinvolgente opener Wanted Man, il singolone Round and Round, la rockeggiante She Wants Money, l’ossessiva Lack of Communication e la variegata Back for More, punte di diamante di una scaletta senza quasi momenti morti. E seppur un pelo di omogeneità e qualche sbavatura ne abbassino il valore, Out of the Cellar resta comunque un album cardine dell’hair metal e un piccolo capolavoro, da possedere per ogni fan del genere.

La recensione completa:
Trovarsi nel posto giusto nel momento giusto è una cosa fondamentale per una band, forse la più importante di tutte. Quanti, nella storia, sono arrivati fuori tempo massimo e nonostante la bontà della loro proposta non hanno avuto il successo che meritavano? Di casi del genere se ne contano a centinaia. Ma c’è anche chi è stato fortunato ed è riuscito a muoversi nelle modalità e nei tempi più opportuni, trovando così la fama meritata: è per esempio il caso dei Ratt. Nati nel 1978 a San Diego (con il nome Mickey Ratt, poi accorciato ne 1981) si spostarono poco dopo a Los Angeles, città in cui cominciarono subito a farsi conoscere. Dopo una gavetta abbastanza lunga – specie per gli standard odierni – il 1983 vide la pubblicazione dell’omonimo EP d’esordio; passò giusto un anno, poi per i Ratt arrivò l’ora del primo full-lenght, il leggendario Out of the Cellar. Si tratta di un lavoro uscito proprio nel momento più propizio: all’epoca l’hard rock anni ottanta era già stato precorso da gruppi come Quiet Riot, Def Leppard e Mötley Crüe, ma non esisteva ancora un vero e proprio movimento. Il 1984 fu invece l’anno della svolta, tra gli esordi di gruppi poi divenuti storici (oltre agli stessi Ratt, si possono citare W.A.S.P. e Bon Jovi) e l’abbraccio di sonorità più melodiche da parte di alcuni gruppi vecchi (per esempio Scorpions e Saxon). Ma a Out of the Cellar non sarebbe bastato il tempismo per raggiungere il successo che poi ha avuto: in esso sono presenti tante buone idee e uno stile non troppo dissimile a quello di tanti altri, ma con qualche differenza. Il suono dei Ratt può sembrare semplice e lineare, ma a un’analisi più approfondita rivela una ricchezza e una cura per i dettagli sconosciuta a buona parte del movimento hair. È questo a rendere Out of the Cellar eccelso, nonostante qualche difetto che in altre condizioni ne avrebbe limitato la resa. Perché a dispetto di qualche sbavatura e di un po’ di omogeneità, con alcune impostazioni melodiche che tendono a ripetersi, abbiamo lo stesso un classico assoluto e una piccola gemma di puro hard rock anni ottanta!

Un breve intro ossessivo, poi siamo subito all’interno di Wanted Man, opener che illustra a pieno lo stile dei Ratt in Out of the Cellar. Abbiamo un tempo medio placido e quasi lezioso, su cui si snodano passaggi più duri ma sempre melodici e catturanti, e altri più vuoti. Appartengono a quest’ultima norma le calme strofe, più aperte e con in evidenza la sezione ritmica, mentre le chitarre sono pulite e distanti, e solo ogni tanto entra la distorsione. Pian piano però questa norma sale verso ritornelli energici che nella progressione si fanno più magmatici e potenti, grazie sia alla musica che a Stephen Pearcy, che alza la voce. In tutto questo c’è spazio anche per un ottimo assolo al centro, di gran classe: è la perfetta chiusura di un pezzo breve ma fantastico, apprezzabile anche per la varietà di soluzioni, insomma un’apertura coi fiocchi. Dopo un altro breve preludio di strani echi – che a tratti tornano anche in seguito – You’re in Trouble prende vita come un brano un po’ particolare. Le strofe sono lente, sottotraccia: all’inizio la chitarra è assente, mentre a dominare è il groove del basso di Juan Croucier; in seguito invece entrano in scena le ritmiche di sei corde, rendendo il tutto anche più roccioso, a eccezione di qualche stacco più obliquo. I ritornelli al contrario sono sempre densi ma placidi e melodici: la loro vaga aura preoccupata è data dalle armonie delle chitarre, ma l’ambiente in sé non è cupo, anzi colpisce in maniera discreta con la sua essenza zuccherosa. Inquieta è anche l’animata frazione centrale, unica variazione di un pezzo per il resto molto lineare: forse non sarà il migliore del disco, ma è godibilissimo e ottimo! Ma va molto meglio con Round and Round: è forse la canzone più famosa dei Ratt, e capire perché non è difficile. La norma con cui inizia è sognante, con un riff di gran efficacia: è lo stesso che regge i chorus, arricchiti da una melodia di Pearcy semplice ma splendida, che non esce più di mente e genera una bella tensione emotiva. Diverse sono invece le strofe, con un giro melodico ma rutilante: genera un bell’ambiente, accogliente e immaginifico, che poi si fa persino più romantico e docile, con bridge che pure sono rumorosi. Completa il quadro un assolo centrale catchy al punto giusto, con gli incroci di una certa carica sentimentale tra Robbin Crosby e Warren  DeMartini. È un altro passaggio topico per una traccia semplice ma di impatto assoluto: non è solo il singolo che ha lanciato Out of the Cellar tra gli album hair metal più di successo di sempre, ma anche uno dei suoi picchi assoluti!

Con In Your Direction si cambia strada verso qualcosa di più disimpegnato già dall’avvio, che mostra il dualismo del pezzo tra passaggi rilassati e altri di poco più pesanti. Appartengono alla seconda norma i ritornelli, tesi ma senza essere aggressivi; del primo tipo sono invece le strofe, che cercano di intrattenere con la loro calma solare e disimpegnata. Questo intento riesce bene agli americani, ma purtroppo non si può dire lo stesso dei refrain, un po’ banali e poco esplosivi. In generale, abbiamo un pezzo piacevole ma un po’ blando, che incide poco: altrove potrebbe fare una figura decente, ma in un album bello come questo sparisce un po’. Per fortuna, Out of the Cellar si tira su alla grande ora con She Wants Money, in cui i Ratt salgono per la prima volta di ritmo. Abbiamo una progressione movimentata e divertente sin dall’inizio, con la semplice alternanza tra strofe dirette, senza fronzoli e ritornelli lineari, ridondanti ma estremamente catchy. Buono anche il solito assolo centrale, veloce e spensierato: è la giusta quadratura per un pezzo breve ed elementare ma grandioso, uno dei picchi assoluti del disco. Le coordinate cambiano ancora con Lack of Communication, che mostra subito il suo riffage ossessivo e circolare, molto efficace nonostante la sua semplicità. È una componente fondamentale della base che domina gran parte del pezzo insieme a dei cori bassi, per un effetto serioso, quasi crepuscolare. Ci si stacca da questa norma solo per aperture più calme, quasi con un pelo di malinconia ma anche un certo retrogusto obliquo, dato da Pearcy e dal riffage più tranquillo. Di norma sono brevi stacchi, tranne per quanto riguarda i chorus, meno catchy della media degli americani: non è però un problema, dato che esplodono alla grande. Ottimi anche i dettagli di contorno, come i piccoli arrangiamenti strumentali piazzati qua e là e la conclusione, che prende la base e la rende più ossessiva e cupa. Sono entrambi grandi variazioni per un pezzo splendido, sottovalutato forse anche dai fan del gruppo ma che per me è addirittura uno dei migliori di Out of the Cellar! La successiva Back for More inizia placida, con chitarre pulite che disegnano un panorama docile e morbido, ma poi pian piano si inseriscono anche quelle distorte. Ci ritroviamo così in una norma semplice ma avvolgente con un misto di rarefatta malinconia e tranquillità: è proprio questo che rende efficaci i ritornelli, semplici e quasi banali ma che sanno il fatto loro. Più eclettiche sono le strofe, quasi funky col basso di Croucier in gran spolvero sotto a ritmiche melodiche, divertenti ma anche con un certo impatto. Al solito, ottimi anche i veloci assoli al centro e nel finale: sono la giusta quadratura per un cerchio di eccellente qualità, che non sfigura nemmeno dopo un uno-due come quello passato, a cui è inferiore solo di un pelo!

Sin dall’inizio, Morning After è un brano dinamico, che dopo un inizio rockeggiante svolta su una norma veloce, aperta e preoccupata: merito del nervoso basso di Croucier e della voce di Pearcy, quasi malinconica. Questa impostazione sale poi verso ritornelli che mantengono l’impianto precedente e lo rendono più potente ed esplosivo, ma al tempo stesso catchy, in ultima analisi il momento migliore del brano. Anche il resto non è da meno, però: sia la falsariga che la parte centrale, con un assolo di alta qualità seguito da una parte cadenzata, ottimo lancio per la ripartenza successiva, sanno il fatto proprio. Abbiamo insomma un brano grandioso, forse non tra i picchi di Out of the Cellar ma nemmeno troppo lontano. Giunge ora I’m Insane, breve scheggia veloce e potente, con un riffage di base quasi metal – anche se declinato nel solito modo più leggero e divertente dei Ratt. È quello che regge l’impostazione delle strofe, brevi e senza fronzoli, prima di confluire in bridge vorticosi e quindi in ritornelli che riprendono le suggestioni precedenti in maniera più anthemica. A eccezione di una breve parte centrale non c’è quasi altro in un pezzo brevissimo e molto lineare ma godibile: forse dagli americani era inteso come riempitivo, ma nella scaletta non dà il minimo fastidio, anzi! A questo punto, l’album è agli sgoccioli: c’è rimasto spazio solo per Scene of the Crime. Si parte da un avvio inizio molto tranquillo, quasi che volesse essere la ballad del disco che chiude – anche se in realtà una vera e propria non è presente in scaletta. Questa essenza permane anche quando il pezzo, con calma, entra in scena: all’inizio il tutto rimane molto melodico. Poi però si vira su una norma più tesa, per quanto sia intrattenente e senza grandi preoccupazioni: per esempio, le strofe sono animate ma calme e catchy, con un Pearcy quasi lezioso. Più particolari sono i refrain: presentano uno scambio tra momenti più leggeri con dei cori quasi espansi, e tratti più seri e potenti, quasi riottosi, in un’unione strana che però funziona. Del resto anche la struttura è più complessa che in precedenza, con più elementi diversi: a tratti spuntano passaggi  più aperti e melodici, ma con un’aura quasi cupa. Altrove invece trovano posto rutilanti momenti solistici, in cui per l’ultima volta Crosby e DeMartini mostrano la loro classe e la loro capacità di trovare la melodia giusta al momento giusto. Sono questi i segreti di un altro ottimo pezzo, forse non al livello dei migliori del disco ma che come finale non è niente male!

Insomma, Out of the Cellar non è solo un album cardine di tutto l’hair metal anni ottanta, essendo uscito con il tempismo migliore, ma anche un piccolo capolavoro. È vero anche che per colpa dei suoi piccoli difetti forse non è il più bello in assoluto, ma non per questo è da sottovalutare, anzi. Se ti piace questo sottogenere dell’hard rock, è anzi un lavoro che non devi farti scappare – come del resto i suoi successori nella carriera dei Ratt!

Voto: 91/100

Mattia

Tracklist: 

  1. Wanted Man – 03:37
  2. You’re in Trouble – 03:16
  3. Round and Round – 04:22
  4. In Your Direction – 03:30
  5. She Wants Money – 03:04
  6. Lack of Communication – 03:52
  7. Back for More – 03:42
  8. The Morning After – 03:30
  9. I’m Insane – 02:54
  10. Scene of the Crime – 04:54

Durata totale: 36:41

Lineup:

  • Stephen Pearcy – voce
  • Robbin Crosby – chitarra
  • Warren DeMartini – chitarra
  • Juan Croucier – basso
  • Bobby Blotzer – batteria

Genere: hard rock
Sottogenere: hair metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Ratt

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