Bereft of Light – Hoinar (2017)

Per chi ha fretta:
Hoinar (2017), primo album di Bereft of Light – one-man band del musicista rumeno Daniel Neagoe – è un lavoro rivedibile. Staccandosi dal funeral doom dei suoi molti progetti, il mastermind qui affronta un black metal atmosferico di estrazione soprattutto americana: questo è già un difetto, perché ne risulta un suono poco originale. Il problema vero del disco è però la sua forte inconsistenza: ci sono solo tre canzoni effettive nella scaletta, inframezzate da un gran numero di interludi morbidi, lunghi e ridonanti, che spesso vengono a noia. E se alcuni spunti decenti e due buoni brani come Freamăt e Târziu gli consentono di evitare l’insufficienza, alla fine Hoinar risulta lo stesso un lavoro non del tutto riuscito, piacevole come sottofondo ma nulla più.

La recensione completa:
Se ami il funeral doom metal, forse conoscerai il nome di Daniel Neagoe. Polistrumentista rumeno, in questi ultimi anni si è messo in mostra per la sua attività in molti gruppi del genere, tra cui spiccano Pantheist e Shape of Despair – è entrato di recente in entrambi nel ruolo di batterista. Neagoe si segnala però anche per i suoi innumerevoli progetti solisti: di norma anch’essi sono centrati su doom e dintorni, ma di recente il musicista romeno ha dato vita alla one-man band Bereft of Light, che rappresenta una piccola svolta. Il genere affrontato nel primo album Hoinar, uscito lo scorso 26 giugno è un black metal atmosferico di stampo moderno, senza disdegnare qualche influsso più classico. Come suggestioni, si rifà soprattutto alla branca americana del genere, con punti di riferimento come Wolves in the Throne Room, Fen, Falls of Rauros e gli Agalloch più black. Già questo è un piccolo difetto: Bereft of Light si ispira troppo a questi nomi, e il risultato è un po’ scontato, a tratti sa di già sentito. È però un difetto da poco, che non incide troppo: il problema vero di Hoinar è invece la sua forte  inconsistenza. Nella sua scaletta le canzoni vere e proprio sono solo tre, il resto sono preludi/interludi (troppo) tranquilli che svariano tra folk, ambient e post-rock. Ciò tra l’altro annacqua anche i buoni spunti delle parti più black, rendendo il tutto dispersivo e prolisso, oltre che noioso: se fare così può rendere nei progetti funeral di Neagoe, in questo contesto non funziona. Il risultato di tutto questo è che Hoinar è un album piacevole ma nulla più, che all’ascolto scorre liscio senza lasciare molto: non una gran partenza, quella di Bereft of Light – per quanto ammetto che si potesse fare molto di peggio.

Si comincia da Uitare, lunghissimo intro con all’inizio una tastiera (o forse è una chitarra iper-echeggiata) che disegna un panorama ambient misterioso. Lo stesso tema viene ripreso poi da un arpeggio più soffice, che insieme a un tappeto di tastiera e alla batteria disegnano un lieve pezzo post-rock, oscuro ma calmo e avvolgente. Non è male come impostazione, ma dopo un po’ viene a noia, proponendosi sempre uguale a sé stessa, con un assolo – peraltro piacevole – come unica variazione nei suoi quasi quattro minuti. Ne risulta un intro con buone idee, ma troppo annacquato e prolisso per non risultare insipido. È quindi il turno della vera opener, Legământ, che però invece di entrare nel vivo subito schiera un altro lungo preludio, ancora più minimale, col suono della pioggia e un lieve arpeggio folk. Solo dopo due minuti ancora di noia la traccia esplode d’improvviso in un pezzo black potente e preoccupato, di certo più interessante. La norma non è molto aggressiva, anzi risulta dilatata, con tastiere espanse in sottofondo e piccoli fraseggi di chitarra che rendono il tutto più caldo, seppur l’oscurità domini grazie agli accordi profondi e allo scream distorto di Neagoe. È questa l’essenza della prima parte, che attraversa fasi leggermente più spoglie, altre melodiche e altre più dinamiche e veloci: non ci sono grande differenze tra di esse, ma le piccole variazioni aiutano a non rendere il tutto ridondante. Si cambia direzione solo al centro, quando le sonorità iniziali tornano in maniera anche più rarefatta, ma stavolta senza fastidio: si crea un bel senso di desolazione, che va avanti per poco prima di introdurre una nuova deflagrazione improvvisa. Stavolta i toni sono più tesi, col blast beat che domina sotto a un riffage vorticoso, a cui non manca però la melodia. Quest’ultima anzi pian piano entra in scena sempre di più, evocando una disperazione calda  che avvolge in maniera discreta, specie nei momenti coi lontani vocalizzi ed echi in lontananza in sostituzione dello scream. È una frazione molto ossessiva, ma non annoia e va avanti a lungo incidendo bene; purtroppo non si può dire lo stesso del finale, che riprende per l’ennesima volta la norma dell’intro. Nel complesso, abbiamo un brano discreto, ma che con alcune sforbiciate soprattutto ai tratti più morbidi poteva essere migliore. Se uno ancora non ne avesse avuto abbastanza, Pustiu esordisce ancora con una lenta chitarra acustica su uno sfondo di pioggia – che poi abbandona la scena. Abbiamo allora un lungo brano con la sola chitarra in scena, che disegna un arpeggio molto placido: è piacevole, ma viene presto a noia. Un pochino meglio va quando la frequenza delle note si alza, ma anche lì il pezzo rimane vuoto e insipido, senza che le melodie colpiscano granché. Nonostante qualche passaggio interessante, ne risulta un brano tedioso nei suoi oltre sei minuti, un riempitivo inutile e fastidioso che rappresenta il punto più basso del disco.

Per fortuna, a risollevare Hoinar da un’insufficienza che fin qui sembra quasi sicura arriva Freamăt. Dopo l’ennesimo intro coi suoni da temporale – che però stavolta ha il pregio di durare soltanto una quarantina di secondi – si avvia un pezzo black metal etereo e immaginifico. I toni sono cupi ma al tempo stesso caldi, portano alla mente il panorama di una foresta sconfinata, magari immersa nella nebbia. È una sensazione maestosa, ben sottolineata dai lenti cambi di accordi di Neagoe, dalle melodie che spuntano a tratti, che danno colore a un pezzo meno statico e più cangiante che in precedenza. Lo stacco più importante è la fuga in blast beat al centro, che però paradossalmente è il passaggio più melodico, con le chitarre e la voce pulita del mastermind che gli danno un gran pathos. È una frazione che va avanti a lungo, prima di spegnersi in un momento ambient etereo, con in principio solo le tastiere raggiunte poi da un altro arpeggio di chitarra acustica che stavolta non dà fastidio, se non altro perché dura poco. Lascia presto spazio al ritorno della parte precedente, stavolta più calma e lenta: a sua volta, questa fa da preambolo al finale. È una lunga progressione avvolgente e piena, un florilegio di melodie quasi trionfale ma con un filo di malinconia, che diviene sempre più caotica (ma in senso buono) fino a perdersi in un breve outro acustico. È un altro ottimo passaggio per un pezzo di alto livello, che però stranisce un po’: se tutto il disco fosse stato di questo livello,parleremmo di un lavoro almeno buono, invece che di uno appena sufficiente. A questo punto, siamo già alle ultime battute: la conclusiva Târziu prende vita da un breve intro ambient disteso e rilassato, quasi dalle suggestioni new age, per poi svilupparsi in un brano che ne riprende le melodie su una base lenta e costante. Anche l’atmosfera rimane rilassata, seppur con un filo di oscurità e di preoccupazione e in più, in un connubio che coinvolge bene e rende il brano interessante nonostante sia ripetitivo. Questa impostazione va avanti a lungo, per poi sparire nella frazione centrale, dove torna la solita chitarra acustica; è però giusto per poco, poi il metal fa di nuovo capolino. Il ritmo allora ritorna all’origine, ma il riffage si è fatto più spigoloso e dissonante, quasi lacrimoso e con un vago retrogusto persino depressive, suggestione aiutata anche dallo scream di Neagoe, molto sofferente. Nel complesso abbiamo una frazione lancinante che colpisce bene: è la migliore di un pezzo non eccelso ma di buon valore, il che gli basta per essere appena dietro al brano precedente per qualità all’interno del disco.

Per concludere, Hoinar è un album piacevole e sufficiente, adatto solo se si è alla ricerca di quaranta minuti di sottofondo oscuro e avvolgente. Per quanto riguarda il progetto Bereft of Light, Daniel Neagoe ha davvero molto su cui lavorare se non vuole sparire tra le tante seconde linee che riprendono il black metal americano in maniera sterile. Le capacità per fare di meglio le possiede, essendo un musicista scafato e non un ragazzino senza idee che vuole solo imitare i suoi dischi preferiti – del resto la seconda metà dell’album lo dimostra in pieno. Staremo a vedere, ma per ora sono un po’ scettico.

Voto: 62/100

 
Mattia
Tracklist:
  1. Uitare – 03:43
  2. Legământ – 12:53
  3. Pustiu – 06:14
  4. Freamăt – 10:11
  5. Târziu – 08:08
Durata totale: 41:09
Lineup:

  • Daniel Neagoe – voce, tutti gli strumenti
Genere: black metal
Sottogenere: atmospheric black metal

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