Planet Eater – Blackness from the Stars (2017)

Per chi ha fretta:
Blackness from the Stars (2017), primo full-lenght dei canadesi Planet Eater, è un lavoro  dai toni abissali. Lo è soprattutto per lo stile: è un personale groove/death metal con varie influenze (principalmente sludge e metalcore), che suona grasso, debordante, aggressivo ed evoca atmosfere cupe e nichiliste. Merito non solo dell’abilità della band, ma anche di una bella registrazione, grezza ma di gran potenza, che valorizza bene il suono del gruppo. Peccato solo per alcuni piccoli difetti che abbassano un po’ il valore dell’album, come per esempio un filo di omogeneità o una certa immaturità. Un altro problema è la scaletta con poche hit: solo la devastante opener The Boats, la lugubre title-track conclusiva – e in parte la tesa Cold Confines e la più melodica The Spoil – spiccano, seppur in generale il livello sia alto. Del resto anche gli altri difetti non incidono molto: Blackness from the Stars alla fine si rivela un lavoro di buonissima qualità, che può fare la felicità dei fan di groove e death metal moderno.

La recensione completa:
“Abissale”: in una parola sola, così si può descrivere bene il suono dei Planet Eater. Quintetto nato a Regina, in Canada, dopo un po’ di gavetta e un EP omonimo ha pubblicato lo scorso 15 luglio il suo esordio sulla lunga distanza, Blackness from the Stars. Lo stile del gruppo in esso è abbastanza personale: unisce una base groove metal rocciosa e potente a una forte componente da death moderno, oscuro e rabbioso. Qua e là inoltre sono presenti tanti influssi, soprattutto sludge (specie nella voce urlata di Donovon Turner ma anche in alcuni riff) e metalcore (in alcune impostazioni ritmiche), ma a volte anche thrash e black. Tutto ciò è ben inserito nella musica dei Planet Eater: il risultato è un suono grasso e debordante, che punta soprattutto su un’aggressività e su una cupezza dense e nichiliste – il che ai canadesi riesce molto bene. Contribuisce allo scopo anche una registrazione ottima: grezza ma mai piatta, sempre di gran potenza, valorizza molto il suono di Blackness from the Stars. Il risultato è di qualità, e alcuni piccoli difetti, come un filo di omogeneità, la mancanza di hit e un po’ di immaturità da parte dei Planet Eater (che si esplica in alcune ingenuità in fase di costruzione delle canzoni) non gli danno un gran fastidio. Come accennato all’inizio, Blackness from the Stars è un viaggio di trentasei dentro l’abisso, vivido e coinvolgente: in ultima analisi, un lavoro di buonissima qualità.

Senza intro di sorta, l’iniziale The Boats entra nel vivo lenta ma possente, con un riffage circolare molto tagliente, groove metal con copiose dissonanze sludge e persino black, per un risultato molto minaccioso. È questo a fare da base a una norma rabbiosa grazie allo scream feroce di Turner, quasi da punk, che rende il tutto persino più rabbioso e potente. Questa norma si alterna con ritornelli più espansi ma non morbidi: sono neri come la notte, grazie anche al frontman e al caos di armonizzazioni delle chitarre di Luc Hart e Devin Ubel che la sostiene. Il dualismo va avanti fino a poco dopo la metà, quando la musica accelera: abbiamo allora un passaggio veloce e movimentato, di gran potenza, che pesta per qualche istante prima di spegnersi in un breve outro ancora a tinte groove. È il gran finale di una traccia splendida, un’apertura col botto per Blackness from the Stars! Dopo un breve preludio, Pile of Bones entra in scena terremotante e veloce, coi Planet Eater tutti spostati sul loro lato più death. È un’apertura velocissima che alterna repentinamente tante frazioni tutte simili, per un effetto davvero devastante, oscuro e di impatto meraviglioso. Poi però giunge in scena una norma più variegata: a tratti è nervosa e oscura, a volte anche con l’aiuto di melodie oblique, in altre invece più rutilante e groovy, altrove ancora pesta con gran cattiveria. In ogni caso, quasi tutto è unito bene: qua e là c’è qualche forzatura che però non dà troppo fastidio a un episodio che nei suoi tre minuti abbondanti scorre che è un piacere e tutto sommato non si allontana troppo dal precedente. Un intro vorticante, quasi da vertigini, dà quindi il via a Cold Confines, che poi diventa ancor più tesa, senza respiro. Il ritmo del batterista Nick Eichhrost è veloce e martellante, e fa da sfondo a una progressione altrettanto battente, con la presenza di alcune melodie ma anche molto aggressiva, grazie a Turner e al riffage di fondo. Ogni tanto inoltre la musica frena, per frazioni che mantengono l’essenza compatta precedente  ma con un andamento più cadenzato che ricorda il metalcore – a cui si rifanno anche le melodie oblique di chitarra. È questo a introdurre ritornelli che invece virano su una norma molto più melodica, persino malinconica, nonostante l’oscurità non scompaia nemmeno qui. La struttura inoltre è semplice, alterna solo queste tre parti: l’unica eccezioni è il finale, con un breakdown sinistro e dissonante. Si tratta però di un bella conclusione per una grande traccia, poco lontana dal meglio del disco.

Lies Evolution prende vita da un passaggio ossessivo e circolare, esplosivo, che però comincia quasi subito a scambiarsi con frazioni più quadrate ma meno estroverse. Poco dopo però il brano esce da questo dualismo per evolversi in una terza anima, più schizofrenica: alterna momenti tempestosi e oscuri ad altri bizzarri e dispari, dall’essenza circolare. Pian piano inoltre tutte le parti cominciano a mescolarsi, finché non si capisce più dove finisce l’una e dove comincia l’altra: ciò va avanti fino alla conclusione, dove un abrasivo riffage groove porta un po’ di ordine. Il resto è invece un affresco caotico ma godibilissimo per lunghi tratti: il fatto che sia presente qualche spigolo in fondo non ne castra troppo la resa. Seppur non sia tra i pezzi più riusciti di Blackness from the Stars, la sua qualità resta molto buona. A questo punto, si può rifiatare per un attimo con l’intro di Suffer What They Must, in cui il basso di Troy Bleich saltellante e la batteria si incrociano con lontani echi di chitarra. Ma è solo un momento, poi i Planet Eater tornano a pestare con cattiveria: la norma è lineare e potente, con in evidenza un riffage dissonante a metà tra groove, death e influssi thrash e hardcore, che ben sostiene lo scream di Turner. In principio questa falsariga domina, con giusto brevi stacchi più cadenzati e panteriani che lo punteggiano: al centro però la musica comincia a variare maggiormente. Momenti groovy cadenzati con notevoli venature metalcore si alternano con fughe più melodiche, quasi melodeath per suggestioni, e alla fine anche con un lungo finale lento a tinte doom, reso inquietante dal lead della chitarra. Presi a sé stante, ognuno di questi passaggi non è male, anzi: purtroppo però l’unione ogni tanto sembra forzata, e il pezzo dà quasi l’idea di essere confuso – non in senso buono, stavolta. Abbiamo insomma un episodio piacevole ma che in un album così risulta essere il punto più basso. Per fortuna, a ritirarne su le sorti giunge ora Kill on Sight, breve scheggia giocata tutta in velocità. Il suo suono è anche più grezzo del resto del disco, ma valorizza bene un riffage martellante senza un attimo di calma, che sostiene bene strofe ansiogene ai massimi termini. Questo effetto è ancora più forte quando si sale verso chorus persino più fragorosi e serrati, che nonostante le dissonanze e il riff meno penetrante devastano tutto sul loro cammino, grazie al solito Turner e a una melodia fomentante. L’unico momento in cui si può tirare un po’ il fiato è quello centrale, in cui gli assoli di Hart e Ubel  si incrociano in un ambiente cupo e ancora abbastanza roccioso. Per il resto abbiamo un pezzo davvero feroce, il che lo rende molto coinvolgente – soprattutto in sede live, dome immagino che farà sfracelli.

 A Fault to Fix comincia sin da subito con una falsariga di base macinante e quasi incolore – in una maniera che sembra del tutto voluta.  È una norma che funziona, specie quando viene arricchita dai fraseggi di chitarra di sottofondo; rendono meglio però gli stacchi che appaiono qua e là. Funzionano sia quelli che virano maggiormente sul death e pestano con ferocia, sia soprattutto i refrain, che svoltano sulla melodia ma rimangono lugubri, grazie al solito connubio dei Planet Eater tra lo scream del frontman e melodie cupe. A parte un ottimo assolo al centro, ottimo nonostante sia quasi sepolto dal monolite ritmico che gli fa da base, c’è poco altro in un pezzo che non sarà tra i picchi di Blackness from the Stars, ma risulta di ottima qualità. Giunge quindi The Spoil, in cui per una volta i canadesi se la prendono con calma nell’entrare nel vivo: all’inizio c’è solo il ritmo di Eichhrost, a cui poi si unisce il basso di Bleich. Il riffage entra quindi in scena riprendendo lo stesso tema, disegnando così un affresco a tinte groove metal, lento ma strisciante e sinistro, oltre che di gran impatto. Questa norma si spegne poi in chorus che sembrano quasi voler salire di voltaggio, ma si rivelano presto melodici e addirittura intensi, con un pathos dato dal florilegio di chitarre e da Turner, che pur urlando riesce a evocare una certa malinconia. Anche i tratti più rutilanti stavolta sono più contenuti, come per esempio al centro: abbiamo una frazione divisa a metà tra momenti di groove metal aggressivo ma disimpegnato e una frazione centrale potente ma al tempo stesso riflessiva. Peraltro, non è un problema: per quanto sia più melodica della media dell’album, abbiamo un pezzo da novanta, che non annoia mai nei suoi quasi sei minuti e mezzo e risulta appena un pelo alle spalle dei migliori del disco. Quest’ultimo si conclude quindi con la title-track: anch’essa è meno dinamica della media precedente, specie per quanto riguarda il ritmo, ma questo non significa che sia calma, anzi. Dopo un intro ossessivo e dilatato, parte con un riffage lento ma molto sinistro, pieno di dissonanze che creano una possente aura di desolazione. Le stesse suggestioni si fanno poi ancora più forti coi chorus, abissali grazie ai toni profondi e al frontman che urla tanto: nonostante la lentezza, colpiscono come un pugno in faccia. La parte migliore di Blackness from the Stars è però la svolta dopo la metà, che mescola le anime precedenti e le usa come base di partenza per un’evoluzione ancora dilatata ma sempre più rumorosa e penetrante. È una lungo passaggio ossessivo e dissonante che evoca alla mente quasi un trip acido molto oscuro, un incubo che si spegne solo insieme alla musica, in maniera lenta e spaventosa. Abbiamo insomma un altro pezzo fantastico, il migliore dell’album a cui dà il nome insieme alla opener!

Per concludere, Blackness from the Stars è un album che al netto di qualche difetto e qualche ingenuità è di buonissima qualità. Certo, forse i Planet Eater risolvendo quei piccoli problemi potrebbero fare anche di meglio, ma sono convinto che in questo caso ci si possa accontentare senza troppi pensieri. Se perciò groove e death metal moderno ti piacciono, non lasciarti condizionare dalla brutta e anonima copertina e recupera l’album: vedrai che troverai pane per i tuoi denti!

Voto: 81/100

Mattia
Tracklist:
  1. The Boats – 03:19
  2. Pile of Bones – 03:12
  3. Cold Confines – 05:09
  4. Lies Evolution – 03:24
  5. Suffer What They Must – 04:20
  6. Kill on Sight – 02:51
  7. The Spoil – 06:21
  8. Blackness from the Stars – 05:31
Durata totale: 37:52
Lineup:

  • Donovon Turner – voce
  • Luc Hart – chitarra
  • Devin Ubel – chitarra
  • Troy Bleich – basso
  • Nick Eichhrost – batteria
Genere: groove/death metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei Planet Eater

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