Legionem – Ipse Venena Bibas (2017)

Per chi ha fretta:
A giudicare dal loro full-lenght d’esordio Ipse Venena Bibas (2017), il progetto toscano Legionem sembra essere più un divertimento estemporaneo che altro. Il loro suono è un doom con inserti hard rock che guarda agli anni settanta e soprattutto ai Black Sabbath senza andare molto oltre – il che fa peccare il gruppo di scarsa originalità. Ma soprattutto, l’album sembra realizzato con poca attenzione: contribuiscono a questa sensazione gli errori tecnici sparsi qua e là e una registrazione troppo scarna e sporca, che non valorizza né la potenza né le atmosfere della loro musica. Eppure, di potenzialità il gruppo ne ha parecchie: lo dimostrano buoni pezzi come Albertus Albertus, Proculo’s Vial, Furcas and the Philosofem e Black Chain of Death. E così, alla fine Ipse Venena Bibas è un album sufficiente e che sa intrattenere, anche se i toscani di sicuro possono fare di meglio!

La recensione completa:
Nella storia di Heavy Metal Heaven, tra i tanti gruppi con cui ho avuto a che fare ci sono stati anche i Focus Indulgens, trio proveniente dalla provincia di Siena. Il loro secondo album Hic Sunt Leones, recensito nel lontano 2013, mescolava doom, hard anni settanta e progressive rock in un connubio splendido, che sfonda la porta del capolavoro. Purtroppo  però dopo quel disco la band toscana sparì dai radar: a parte un demo poco pubblicizzato (Storia Illustrata del Vasellame Etrusco del 2015), non si segnalano altre attività degne di nota negli ultimi anni. Di recente però due dei Focus Indulgens –  il cantante e bassista Carlo Castellani e il chitarrista Federico Rocchi, noti rispettivamente come Magister Notte VIII e Monk from the Terror Cathedral – sono tornati in attività. Insieme a Giacomo Burgassi dei thrasher Razgate La Rosa di Satana – hanno infatti fondato il progetto Legionem, che dopo un demo nel 2016 ha esordito sulla lunga distanza lo scorso 6 agosto con Ipse Venena Bibas, uscito autoprodotto ma distribuito da Black Widow Records. Il genere affrontato in essi dai toscani riprende in parte quello dei Focus Indulgens, ma al tempo stesso se ne distacca in maniera sensibile. Parliamo sempre di un doom metal che si rifà all’incarnazione più anni settanta e soprattutto agli ovvi Black Sabbath – oltre che in parte a gruppi più “moderni” come Saint Vitus, Pentagram e The Obsessed. Dallo stesso decennio provengono anche le influenze hard rock che si esplicano nei tanti stacchi aperti presenti in Ipse Venena Bibas; al contrario della band precedente dei due membri, però, i Legionem suonano meno ricercati e prog. Il loro sembra più un divertimento estemporaneo, il che da un lato fa sì che l’album intrattenga, ma dall’altro può essere considerato il suo principale difetto. Per esempio, Ipse Venena Bibas sembra realizzato in maniera frettolosa o poco attenta, senza grande cura: lo dimostrano i tanti errori e sbavature a livello tecnico, che ne abbassano il valore. Lo stesso discorso vale per la poca professionalità della registrazione: suona scarna, molto sporca e non valorizza né la potenza dei Legionem né le atmosfere che cercano di evocare. Unendo a questo una gran mancanza di originalità – a tratti sembra davvero di sentire i primi Black Sabbath, ma senza la stessa ispirazione – Ipse Venena Bibas è un album certo non imprescindibile. Il che però è un peccato: i Legionem hanno potenzialità migliori di così, e ciò in parte emerge anche lungo il disco. Se le avessero sfruttate a pieno, sono quasi sicuro che non avrebbero raggiunto solo l’ampia sufficienza che Ipse Venena Bibas merita, ma qualcosa di ben superiore.

I giochi partono da Marco 5, 1-20 intro cupo, che sin dall’inizio come base ha effetti di pioggia misti a inquietanti sussurri. All’inizio e alla fine spuntano brevi momenti di lento organo, intervallati al centro dalla citazione biblica citata dal titolo (che parla del demone “Legione”, da cui la band prende il nome) e nel finale da grida e risate orrorifiche. Si tratta di un intro forse un po’ troppo “horror” – il resto del disco non è così lugubre – ma che a parte questo introduce bene l’iniziale The Bishop, che sin dall’inizio è abbastanza cupa. Dopo un breve preambolo di tastiere, ancora molto da film horror, entra in scena il basso di Magister Notte VIII: preannuncia il tema che poi viene ripreso anche dal riffage successivo, che lo sviluppa. È la base per un brano che alterna momenti leggermente più oscuri e tortuosi, di tempo medio, e altri più dilatati. Per esempio le strofe, che vedono la voce sguaiata e sinistra del frontman su uno sfondo cupo ma placido si alternano spesso con momenti più densi e pestati, sia per quanto riguarda le ritmiche che per La Rosa di Satana dietro le pelli. Di solito questa norma fluisce placida, senza grandi scossoni – il che è anche un po’ un problema, rende il tutto un po’ più insipido. Un po’ meglio va invece con il finale, che svolta su una norma più veloce e movimentata, ma ancora doom e cupa. È una progressione un po’ sguaiata ma coinvolgente: si rivela la parte migliore di una traccia per il resto senza infamia e senza lode. Va molto meglio invece con Albertus Albertus, che sin dall’inizio mostra un riffage cupo e possente, come da norma doom. Da subito però questa falsariga si alterna con tratti più aperti e tranquilli, in cui l’oscurità quasi scompare: di solito a dominarli è la voce di Magister Notte sopra a placide armonizzazioni di chitarra – ma a tratti spuntano momenti che mixano le due anime e le corredano con bizzarri synth. È un anima molto hard rock, che poi poco dopo metà canzone prende ancora di più il sopravvento: a ritorni di fiamma del doom iniziale si alternano così tratti più veloci e aperti, a volte persino solari, divertenti e rockeggianti. Nonostante la differenza tra loro però i Legionem riescono a unire le varie parti in qualcosa che fila bene, con pochi spigoli e una buona sostanza. Abbiamo perciò un gran pezzo, uno dei picchi assoluti di Ipse Venena Bibas.

Già dall’inizio, Proculo’s Vial va subito al punto, mostrando il riffage di base che la regge, che sintetizza in sé la cupezza del doom e l’essenza movimentata dell’hard rock. È un connubio che si può sentire anche nel resto della canzone, per esempio nella norma di base, arcigna ma con un incedere tipicamente da rock ‘n’ roll. I ritornelli si spostano invece più sul lato metal dei toscani, col frontman che urla di più sopra a una base nervosa. Oltre a questo, c’è spazio solo per dei brevi stacchi arricchiti ancora da tastiere, che ricordano in parte i già citati Focus Indulgens, e per il lento finale, che di nuovo alterna striscianti momenti doom, corredati a un certo punto da un assolo di organo, e frazioni più aperte e piene di armonizzazioni. Si tratta di un passaggio strano ma valido, un arricchimento per un episodio semplice e divertente, che intrattiene bene e si rivela insieme al precedente uno dei più validi in Ipse Venena Bibas. La successiva Rituals in the Catacomb pende molto sul lato doom dei Legionem, con una norma di base oscura in cui spicca il riffage basso e ondeggiante di Monk from the Terror Cathedral. È questo a reggere tutte le strofe e in parte anche i refrain, che rendono il tutto più sinistro e movimentato, grazie sia alle ritmiche più veloci che a Magister Notte VIII, che qui usa una voce molto raspata. C’è poco altro nel pezzo a eccezione di una sezione centrale che si libera in parte delle tensioni precedenti  per abbracciare una norma quasi malinconica, e di un finale ancor più lento rispetto alla media. Sono due buoni elementi al servizio di una traccia non eccezionale ma buona e godibile al punto giusto.

A questo punto, si torna a qualcosa di movimentato con A Pentacle, che presenta non solo copiosi influssi hard rock ma anche dal primo heavy metal. È un’impostazione ritmata e coinvolgente che a tratti rallenta un po’, ma nella progressione tende invece a farsi sempre più vorticosa. Da strofe bene o male placide la musica sale fino a chorus più ritmati: nonostante il riffage non sia potentissimo, c’è qualcosa di strisciante e minaccioso in essi. È lo stesso che si respira anche nella lenta parte centrale, la più doom dell’intero pezzo – oltre a essere la migliore, proprio insieme ai ritornelli. Il resto lascia invece un po’ a desiderare: è piacevole, ma lascia poco il segno. Lo dimostra bene per esempio la parte centrale, a metà tra sonorità sabbathiane e doom classico, ma troppo scontato per incidere. Abbiamo insomma una traccia carina e piacevole, ma nulla più. Sin dall’inizio, il riffage della seguente Furcas and the Philosofem sa un po’ di già sentito – non solo perché rientra in pieno nei cliché, ma anche perché assomiglia ad alcuni già sentiti nel disco. A parte questo però incide in maniera discreta, energico e ossessivo ma senza stancare: merito soprattutto dei tanti stacchi cantati più obliqui che lo punteggiano. La parte migliore è però  quella finale, che svolta su una norma più lenta e quasi sognante, con le sue armonie distanti e i tanti echi: si tratta tuttavia di un sogno oscuro, che avvolge bene e forse ha l’unico difetto di durare troppo poco. Per il resto abbiamo una buonissima canzone, non tra i picchi di Ipse Venena Bibas ma poco lontana. A questo punto, c’è spazio solo per la conclusiva Black Chain of Death, che sin da subito mostra un riffage incalzante, quasi evocativo, non potentissimo ma che incide alla grande, grazie anche alla voce di Magister Notte, adattissima, e agli stacchi di La Rosa di Satana. Questa norma si alterna all’inizio con momenti più veloci e intensi, ma poi la musica svolta su una terza norma, che riprende le suggestioni precedenti e le porta in un ambiente lento e malsano. Ci sono giusto un paio di stacchi più macinanti e arcigni, per il resto questa falsariga progredisce con gran lentezza e molto ossessiva, quasi martellante. Tuttavia, non ci si annoia mai: merito delle tante variazioni inserite dai toscani, che vanno da un bell’assolo a un paio di momenti in cui obliqui synth entrano nel tessuto, tutti funzionali a creare un atmosfera strisciante e inquieta. È ciò che rende questa seconda parte la migliore di un pezzo comunque ottimo in toto, tra i più belli dell’album che chiude!

Riepilogando, Ipse Venena Bibas non sarà eccezionale ma ha almeno il merito di essere divertente, il che gli consente di essere più che sufficiente. Se quindi ti piace il doom e l’hard rock anni settanta, potrebbe far per te, specie se non cerchi un capolavoro a tutti i costi ma ti accontenti anche di un lavoro senza alcuna pretesa oltre a intrattenere. Nonostante questo, però, sono convinto che i Legionem possano fare di più, e non solo per il paragone coi Focus Indulgens – che, ammetto, potrebbe non essere del tutto corretto, visto che qui ci sono solo due terzi di quel gruppo. Soprattutto, son convinto che se riusciranno a risolvere i difetti e a sfruttare tutto il potenziale sentito qui, hanno la capacità di fare molto di meglio!

Voto: 69/100

Mattia
Tracklist:
  1. Marco 5, 1-20 – 02:24
  2. The Bishop – 05:57
  3. Albertus Albertus – 04:50
  4. Proculo’s Vial – 04:40
  5. Rituals in the Catacomb – 03:17
  6. A Pentacle – 04:27
  7. Furcas and the Philosphem – 03:30
  8. Black Chain of Death – 05:12
Durata totale: 34:17
Lineup:

  • Magister Notte VIII – voce, basso e tastiere
  • Monk from the Terror Cathedral – chitarre
  • La Rosa di Satana – batteria
Genere: hard rock/doom metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei Legionem

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