Metallica – Master of Puppets (1986)

Un gruppo ed un suo album, che nel mondo del thrash non hanno bisogno di un particolare prologo dato che non c’è metallaro che non conosca almeno la title track e non abbia scosso la testa a tempo gridando a squarciagola il ritornello.
Non a caso l’album è stato infatti inserito nella National Recording Registry dalla Biblioteca del Congresso in quanto “culturalmente, storicamente, ed esteticamente significativo”. Per chi è nuovo del genere, è senza dubbio uno dei migliori album, che consente subito una totale immersione con la potenza di riff energici e ritmi incalzanti e capirà subito se il metal è pane per i suoi denti.

Passando all’album di per sé, si apre con un brano estremamente vigoroso: Battery che con la sua intro “flamenca” inganna l’orecchio, poiché in meno di un minuto il pezzo esplode dando il via a cinque minuti di pura carica dinamica che lasceranno l’ascoltatore letteralmente senza fiato, come se stesse a dire: se sei vivo dopo questa, allora arrivi fino alla fine altrimenti non è roba per te; peccato per un fill di batteria dopo l’assolo che lascia desiderare un incastro più elaborato. L’esplosione di energia continua con la canzone più celebre dei Metallica, ovvero Master of Puppets, un brano scritto in maniera eccelsa in ogni sua parte: dall’intro al finale, dalle ritmiche agli assoli melodici, si potrebbe definire un capolavoro a livello di composizione, infatti a differenza di qualsiasi altro brano della band è impossibile trovare qualche microscopico difetto al suo interno; per il resto è un brano che anche a distanza di anni non stanca mai. Dopo due canzoni di cotanta energia ci si aspetta un brano calmo, ma The Thing That Should Not Be col suo intro acustico tetro, fa già capire che sarà un altro pezzo diverso dai due precedenti, ma ciò non vuol dire che sarà un ascolto leggero; infatti, con il suo ritmo lento, possiede un groove pazzesco anche se, nella parte strumentale, la canzone risulta molto ripetitiva e ridondante. Se prima si parlava di brano pacato ecco che arriva l’illusoria Welcome Home (Sanitarium) che s’impone come LA ballad dell’album, questo non significa che sia un pezzo piatto, infatti è un brano che cambia continuamente dinamica con una struttura spaccata a metà: da una parte della medaglia si ha una dinamica morbida che culla, ma non appena finisce il secondo ritornello si scova l’altra parte, trovandosi davanti ad una canzone a dir poco prorompente e totalmente diversa da ogni aspettativa iniziale.

Dopo questo lieve affievolimento ecco che viene posizionata in scaletta una traccia degna dei Pantera: Disposable Heroes un brano martellante, ma decisamente una bomba a livello di groove e di non facile esecuzione a causa della difficoltà di ripetere il riff principale in continuazione durante gli 8 minuti. Una canzone buona tutto sommato, seguita da Leper Messiah che si salva solamente grazie alla parte finale (l’unica dove il doppio pedale viene usato come si deve) ma la parte iniziale la piazza decisamente all’ultimo posto della classifica interna all’album, c’è poco da dire. Per fortuna recuperano subito dopo, con Orion che è senza dubbio la miglior canzone dell’album insieme alla title track, ma qui c’è un di più: un mix a dir poco perfetto, degli incastri musicali studiati alla precisione, il basso che gioca un ruolo fondamentale dal punto di vista melodico oltre che ritmico, le chitarre che si armonizzano in maniera impeccabile tra di loro e con l’assolo di basso, delle atmosfere sublimi; che dire, primo posto meritato. Per concludere in bellezza ecco Damage inc., che è definibile come una “trashata” nonostante la sollennità dell’intro, una canzone divertente e tamarra, ma al contempo la più tecnica: una conclusione ottima che da l’idea di una struttura simmetrica/ciclica dell’album, in quanto ricorda i ritmi di Battery.

In conclusione è un album che nella maggior parte delle canzoni sorprende, illude, esalta, travolge per chi già lo conosce suscita forti emozioni, forti ricordi, insomma, è un album che segna e soprattutto ha insegnato il thrash e l’ha portato ad alti livelli. Ha fatto storia ma non significa che invecchierà nella polvere, anzi c’è sempre un buon motivo per rispolverarlo dallo scaffale, impossibile annoiarsi con un’opera di questo livello. E se nello scaffale non c’è, le opzioni sono due: non siete metallari, oppure avete saltato qualche fase importante della crescita metallara; Master of Puppets è un album che deve fare assolutamente parte della cultura di un metallaro!

Voto: 90/100

Giacomo DG

Tracklist:
  1. Battery – 05:12
  2. Master of Puppets – 08:35
  3. The Thing That Should Not Be – 06:36
  4. Welcome Home (Sanitarium) – 06:27
  5. Disposable Heroes – 08:16
  6. Leper Messiah – 05:40
  7. Orion – 08:27
  8. Damage, Inc. – 05:32
Durata totale: 54:45
Lineup:
  • James Hetfield – voce e chitarra ritmica
  • Kirk Hammett – chitarra solista
  • Cliff Burton – basso
  • Lars Ulrich – batteria
Genere: thrash metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Metallica

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