Gathering Darkness – The Heat of a Dying Sun (2017)

Per chi ha fretta:
Rispetto alla media del brutal death metal, aggressivo e nulla più, gli spagnoli Gathering Darkness hanno un approccio più ragionato, come dimostra il secondo album The Heat of a Dying Sun (2017). Visti anche i suoi trascorsi nel death/doom, la band cura bene non solo l’impatto ma anche le atmosfere, variegate e piena di sfumature. È uno stile personale, che rende grandi  canzoni come The Light Won’t Save You, la title-track e The Fall of All Your Gods, picchi di una scaletta quasi tutta di buon livello, nonostante l’assenza di altri pezzi che spicchino come questi tre. In più, l’album soffre di altre sbavature – come una parte iniziale un po’ a rilento – ma non è un problema : The Heat of a Dying Sun è lo stesso buonissimo e adatto a tutti i fan del brutal e del death metal più oscuro.

La recensione completa:
Brutal death metal: un sottogenere che agli intenditori evoca alla mente della musica sempre veloce, lugubre ed estrema, senza il minimo spazio per qualcos’altro che non sia violenza sonora. Ma è davvero così? O può esistere anche un brutal meno “di pancia” e più ragionato? A questa domanda rispondono, in maniera positiva, i Gathering Darkness: nati a Santander  nel lontano 1998, inizialmente erano dediti al death/doom, ma poi nel 2004 svoltarono verso il brutal. Il loro non è però solo macinare aggressivo: forti anche della loro esperienza precedente, quello degli spagnoli  è uno stile più ragionato e curato, specie in alcuni elementi insoliti per il genere. All’impatto, comunque mai trascurato, i Gathering Darkness uniscono un’anima oscura e più atmosferica della media, peraltro molto ben curata: le loro canzoni presentano tante piccole sfumature diverse che le arricchiscono molto. È uno stile equilibrato e personale, che rappresenta il principale punto di forza di The Heat of a Dying Sun, secondo disco di una carriera non molto prolifica, uscito lo scorso ventidue maggio sotto Necromance Records. Parliamo di un lavoro sostanzioso e di buona qualità: poteva forse essere addirittura un piccolo capolavoro, se i Gathering Darkness non fossero caduti in alcuni errori che ne limitano un po’ la resa. Soprattutto, The Heat of a Dying Sun pecca del difetto tipico degli album di oggi, la mancanza di hit: a parte due o tre pezzi, gli altri per quanto buoni non spiccano moltissimo. In più sono presenti alcune sbavature qua e là, ma nemmeno questo è un gran problema: come leggerai nel corso della recensione, il risultato è lo stesso di qualità elevata!

Si entra subito nel vivo con Infernus Terra Est, canzone in principio circolare lenta ma terremotante molto oscura, quasi soffocante. È una norma che tornerà più volte lungo la traccia, in alternanza con brevi fughe molto rabbiose, con un riffage tagliente e José Lavín Cabello che graffia col suo grunt basso, e con una falsariga più o meno della stessa velocità. Quest’ultima va avanti più a lungo, anch’essa non velocissima ma più caotica e arcigna, grazie a influssi thrash e agli echi delle chitarre, che a volte prendono il sopravvento e disegnano assoli di gran oscurità, come al centro. A volte però c’è spazio per tratti più aperti, oscuri ma addirittura con un filo di malinconia, presente a tratti anche nei momenti più potenti. Il risultato di tutto ciò è un episodio ben unito e discreto – seppur sia forse addirittura il  meno valido del disco che apre! Anche A World Within Us (Post Human World) comincia contenuta in fatto a velocità, con un tempo lento e persino influssi black metal nel riffage di Glös Môlt e David, lontano e meno aggressivo rispetto al genere. Poi la traccia si indirizza su una norma più vorticosa e veloce, ma che ancora non perde un certo tocco melodico; solo in seguito, quando il pezzo torna a rallentare e si fa più arcigno, è la potenza a prendere il sopravvento. Abbiamo allora una traccia quasi caotica, lenta ma con un riffage ossessivo al tempo stesso di gran potenza e forte oscurità. Quest’ultima domina anche nella seconda, quando il ritmo del batterista JhesuQ cala ancora e spuntano frazioni macinanti ma molto rallentate, con a tratti persino un retrogusto doomy. Queste si alternano con la norma iniziale in qualcosa di strisciante ma di buon impatto, che va avanti a lungo e coinvolge bene: il risultato non sarà forse da urlo, ma svolge il suo compito più che a dovere. Il vero spettacolo di The Heat of a Dying Sun comincia però con The Light Won’t Save You, che dopo un avvio quasi timido comincia a picchiare con pesantezza. Sin dall’inizio, è presente il suo riff di base circolare e a motosega, che presto si sviluppa su un ritmo martellante, per un effetto davvero feroce: merito anche del growl bassissimo di Cabello. Si tratta della colonna vertebrale del pezzo, che va avanti a lungo, seppur con le sue variazioni: a tratti questa norma si colora di melodie oscure, mentre altrove cerca – e trova con successo – soltanto l’impatto. Nel brano c’è anche spazio per momenti più rallentati: a volte sono ancora distruttivi, riprendono in parte l’impianto precedente, mentre altrove si rivelano più lenti e creano un aura lugubre, desolata, fredda. Il tutto in ogni caso è mescolato alla grande, senza il minimo momento morto. Abbiamo un brano breve ma fantastico, in cui sia le ritmiche che l’aura tenebrosa incidono alla grande: sono il segreto di una tra le tracce migliori dell’intero lavoro!

Anche The Heat of a Dying Sun prende vita con un riffage nervoso, che dà subito l’idea che uno scatto sia imminente. Poi però i Gathering Darkness virano su una norma vorticosa e lenta, che nonostante le ritmiche death non ha granché impatto. Poco male, comunque: questa base compensa alla grande con un’atmosfera plumbea, densa e quasi orrorifica. Ancor più cupa e soffocante è la seconda metà, strisciante e tombale al massimo, aiutata in questo anche da qualche residuo doom. Al centro ha spazio anche uno scatto imperioso, non velocissimo ma di forza estrema sia per oscurità che per potenza; lo stesso vale anche per la frazione seguente, che esplode bene con ritmiche rocciose e un assolo arcano. Nonostante la sua diversità, si unisce bene a un pezzo che per qualità è poco inferiore al precedente! La successiva I’m the Weapon (But You’re the Killer) comincia in maniera particolare, con un intro dissonante ma molto melodico, in cui la protagonista è la chitarra solista. Poi però gli spagnoli virano su una traccia compatta e pesante, un tempo medio cupo, sinistro grazie a cupi lead in sottofondo ma al tempo stesso macinante e incisivo nonostante la mancanza di velocità. Questa è l’impostazione che regge sia l’inizio che il finale; al centro però il dinamismo sale di molto. Abbiamo allora una progressione non troppo veloce ma frenetica, che alterna con gran urgenza le frazioni più varie per un risultato tempestoso e quasi caotico che però avvolge a meraviglia. È la frazione migliore di un pezzo buonissimo già di suo, forse non al livello dei migliori del disco ma nemmeno troppo lontano! Giunge quindi The Fall of All Your Gods, che all’inizio ha ancora un intro gestito dai lead delle chitarre di David e di Glös Môlt, che però stavolta creano un’aura malata e minacciosa. È la stessa che si accentua ancor di più quando si entra nel vivo con una norma terremotante e in continuo movimento, con un riffage tipicamente brutal che si incrocia senza soluzione di continuità con fraseggi inquietanti. Questa norma a volte sale anche in voltaggio, con JhesuQ che la porta sul blast beat; altrove però il brano si apre un pochino. Non che sia allegro, anzi: le frazioni meno potenti sono sempre piene di dissonanze, che le rendono oblique e lugubri. Entrambe le frazioni hanno le loro variazioni, ma a livello macroscopico la traccia si rivela abbastanza lineare. Del resto, non è un problema: l’impatto e l’oscurità sprigionate sono di altissimo livello, e rendono questo pezzo addirittura tra i picchi di The Heat of a Dying Sun.

The Nihilist Manifest prende vita con un muro di chitarre in lead senza riffage a sostegno, con una certa preoccupazione infelice. È una norma che torna spesso durante il pezzo, dandogli un tocco di melodia in più: il resto è invece vorticoso e cupo, death metal non troppo veloce ma magmatico, cupo, penetrante. La progressione di questa seconda anima prende le mosse da lidi che in parte assorbono le melodie precedenti ma tende a evolversi in senso sempre più vertiginoso e abissale, fino a raggiungere apici davvero malvagi e brutali. Non c’è molto altro da dire di una canzone che a parte qualche assolo e qualche arrangiamento piazzato qua e là è persino più semplice della precedente, ma svolge il suo lavoro molto bene e risulta ancora di valore elevato. Blood of Our Enemy, che segue, va un po’ controcorrente rispetto ai precedenti: comincia in maniera nervosa e cupa, ma poi si evolve in un pezzo più profondo e controllato. La norma di base, per quanto potente, è anche di gran melodia, grazie a lead preoccupati di chitarra che le danno quasi un po’ di pathos. Il tutto si spezza all’arrivo dei ritornelli, pestatissimi e di ferocia estrema, grazie anche a Cabello che abbandona il growl per un urlato davvero rabbioso. È uno sfogo breve, seguito da una coda più tranquilla a livello di ritmo, ma ancora feroce e graffiante: la musica necessità di un po’ per tornare alla norma di partenza, prima che una nuova progressione riparta. Di norma il brano si muove su queste coordinate, seppur a tratti le melodie spariscano e al loro posto appaiano invece dei momenti di impatto assoluto, puro brutal death al meglio della sua forma. In ogni caso tutte le frazioni sono ben mescolate, in un affresco convincente che ancora una volta colpisce sia per oscurità che per potenza: abbiamo un altro pezzo ottimo, poco lontano dai picchi di The Heat of a Dying Sun! Siamo ormai alle battute finali, e il compito di chiudere viene affidato a The Darkness That Dwells Inside Me, che pende di nuovo sul lato più lento e ragionato dei Gathering Darkness. La sua norma è circolare e sempre in movimento, con tanti stacchi repentini, ma il tempo è quasi sempre contenuto, e a volte scende anche, per frazioni catacombali di vago indirizzo doom. Ogni tanto nell’evoluzione il pezzo comincia a velocizzarsi, con l’ingresso in scena di fughe terremotanti e dirette, inframezzate di tanto in tanto da momenti più arcigni. Nonostante la loro diversità col resto, però, si integrano bene nel tessuto di una traccia ottima, che chiude il disco al meglio delle sue possibilità!

Insomma, a dispetto delle sue sbavature e di un inizio un po’ a rilento, The Heat of a Dying Sun è un buonissimo lavoro, ben realizzato e variegato al punto giusto. Se è vero che i Gathering Darkness con la personalità e la cura per le atmosfere che hanno dimostrato potrebbero fare molto meglio, se ti piacciono il brutal e il death metal più oscuro sono una band da provare. Il mio consiglio è perciò di dare a quest’album una possibilità!

Voto: 82/100

Mattia

 
Tracklist:

  1. Infernus Terra Est – 03:47
  2. A World Within Us (Post Human World) – 04:10
  3. The Light Won’t Save You – 03:09
  4. The Heat of a Dying Sun – 03:35
  5. I’m the Weapon (…but You’re the Killer) – 03:12
  6. The Fall of All Your Gods – 02:59
  7. The Nihilist Manifest – 04:15
  8. Blood of Our Enemy – 04:10
  9. The Darkness That Dwells Inside Me – 04:39
Durata totale: 33:56
Lineup:
  • José Lavín Cabello – voce
  • David – chitarra
  • Glös Môlt – chitarra
  • Jhaldreën – basso
  • JhesuQ – batteria
Genere: death metal
Sottogenere: brutal death metal

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