My Haven My Cage – Sweet Black Path (2017)

Per chi ha fretta:
Rispetto all’esordio The Woods Are Burning (2016), Sweet Black Path (2017), secondo album del progetto siciliano My Haven My Cage è molto più convincente. Se la base stilistica è rimasta la stessa – un mix vorticoso di thrash, heavy e progressive metal – il mastermind Mauro Cardillo ha aggiunto una componente folk mediorientale, non ricchissima ma che dà alla sua musica una profondità tutta diversa.  Inoltre, anche il songwriting si è fatto più solido e maturo: lo dimostrano per esempio brani come la opener Abyss I Am, la folk Immigrant Song, la variegata Peaceful e la tortuosa Lamb of God (Aleppo). Dall’altra parte, il disco non è immune dai difetti del suo predecessore: l’omogeneità di alcune soluzione e un suono ancora molto sporco ne limitano un po’ la resa. Anche così però Sweet Black Path risulta un album superiore al precedente e di qualità più che discreta, adatto ai fan del metal più complicato e originale.

La recensione completa:
“Interessante ma difettoso”: questo è più o meno il succo della recensione di The Woods Are Burning di My Haven My Cage, progetto del musicista siciliano Mauro Cardillo trattato su queste pagine poco più di un anno fa.  Se da una parte ne avevo apprezzato l’originalità della proposta, dall’altra dettagli come la registrazione poco accurata e alcune carenze compositive mi avevano fatto un po’ storcere il naso. Anche per questo, è un atteggiamento un po’ dubbioso quello che mi ha portato ad approcciarmi a Sweet Black Path, secondo album con cui Cardillo prosegue nel suo obiettivo: dare giustizia ai brani rimasti inediti degli Haven, suo gruppo precedente. Col senno di poi, devo dire però che sbagliavo: con gli ascolti, mi sono ritrovato davanti a un disco superiore al precedente sotto tutti i punti di vista, a partire dallo stile. La base di partenza di My Haven My Cage è la stessa di The Woods Are Burning: un mix vorticoso e spesso frenetico di heavy, thrash, progressive metal ed elementi estremi, tutti frullati insieme al punto che si fa fatica a capire dove finisce l’uno e comincia l’altro. In più però Sweet Black Path presenta una forte componente folk, specie di provenienza mediorientale: niente violini, fisarmoniche o cornamuse, quindi, ma solo la chitarra pulita, qualche intervento del flauto e tanti ritmi esotici. È uno stile ancor più originale che in passato; in più, My Haven My Cage lo supporta con un songwriting più solido, maturo e con idee migliori rispetto a The Woods Are Burning. Certo, Sweet Black Path non è immune dai difetti: il più evidente è la registrazione, che per quanto sia un pelo più pulita in confronto al predecessore resta rimbombante e sporca, e non valorizza bene il tutto. In più, lo stile di My Haven My Cage resta un po’ omogeneo, con alcuni fraseggi e costruzioni che tendono a ripetersi lungo tutta la scaletta. Ma al netto di ciò parliamo lo stesso di un buon lavoro con spunti eccellenti, che supera il precedente per qualità – e non di poco.

Il cambiamento di coordinate dei My Haven My Cage è evidente sin dai primi secondi dell’opener Abyss I Am, con un breve arpeggio folk. La traccia svolta quindi su qualcosa di più metallico, che in breve si assesta su una norma frenetica e rapida, con lo scambio tra momenti più lineari e diretti e altri vorticosi, con scatti repentini. Questa base regge per gran parte il pezzo, seppur nell’evoluzione ci sia spazio anche per notevoli aperture. A tratti sono soltanto calme e dimesse, con una base thrashy lenta su cui Cardillo canta mogio e qualche eco strano in sottofondo. Ancor di più però spiccano quei passaggi che incrociano metal e folk orientale in qualcosa di gran fascino, ben uniti nonostante la differenza tra le due componenti. C’è spazio anche, nella seconda metà, per una frazione più tortuosa e serrata, in cui una doppia cassa terremotante regge un’impostazione quasi sempre veloce, ma con un riffage dall’andamento ancora esotico. Questa caratteristica è presente anche nelle influenze folk presenti qua e là e nella frazione di tre quarti, che si spegne in qualcosa di calmo e tradizionale. Poi però il brano torna a crescere, e dopo aver attraversato alcune frazioni melodiche piene di pathos si conclude molto tempestoso: è il finale di un’ottima apertura, poco lontano dal meglio di Sweet Black Path. La successiva Immigrant Song (che nonostante quanto si potrebbe pensare non ha nulla a che vedere con la famosa canzone dei Led Zeppelin) prende quindi vita da melodie di chitarra lente e sinistre. Quasi subito però My Haven My Cage svolta su una traccia più arcigna, thrash metal con influenze maideniane che lo rendono più potente. Queste ultime tornano ogni tanto, per poi sparire nella norma, più pestata e macinante, ma di basso profilo. Di fatto, è una norma che serve più che altro a lanciare i bridge, che mantengono la stessa impronta ma con un aggiunta folk e aprono alla grande per i ritornelli, più placidi con melodie di chitarre distorte e il ritorno di fraseggi orientaleggianti. È una frazione molto catchy, una delle migliori del brano, seppur il resto non sia da meno: sia la norma di base che l’evoluzione affrontata dalla traccia nella parte centrale – quasi del tutto strumentale e  piena di incroci tra ottimi assoli – funzionano bene. Abbiamo insomma un pezzo di oltre sette minuti e mezzo che però non annoia mai: rientra per questo di diritto tra i picchi assoluti del disco.

Delirium ha un inizio a tinte folk, che poi si ampliano quando il metal entra in scena. Ma la svolta è dietro l’angolo: presto la musica comincia a crescere in potenza fino ad arrivare a un’impostazione veloce con un riffage tagliente e il growl di Cardillo che stavolta gli dà un tocco quasi death. Questa norma si divide tra momenti di ritmo serrato e altri più lenti ma potenti allo stesso modo; tra di essi trovano spazi brevi stacchi che riprendono la musica tradizionale del Medio Oriente. Quest’ultima è presente in sottofondo anche nei ritornelli, che abbandonano l’aggressività del resto e si presentano molto melodici, con un pathos dato soprattutto dal tappeto di chitarre che lo regge. A metà tra i due mondi – e con varie influenze diverse – è inoltre la sezione centrale, densa e tortuosa; da riportare è anche il finale, che cita la celebre Nell’Antro del Re della Montagna di Edvard Grieg. Sono entrambi un buon complemento per un pezzo discreto, che non spicca tantissimo ma ha il pregio di essere almeno piacevole. Hope, che giunge poi, se la prende con molta calma nell’entrare nel vivo, partendo da un preludio col suono della risacca su cui si staglia una chitarra solitaria, che in seguito si addensa giusto un po’. Sembra quasi che debba continuare su questa norma quando invece d’improvviso parte un brano più potente, ma stavolta Cardillo non strappa: il ritmo rimane lento e a dominare sono melodie che evocano una certa malinconia. Anche nei momenti più intensi, in cui il mastermind sfodera un growl rabbioso, questa componente non viene meno: ciò accade solo nella parte centrale, dai tratti più spigolosi e con solo il flauto in sottofondo a dargli un filo di armonia. Più spesso però la musica si apre maggiormente, con cori lontani oppure con frazioni ripiene di lead infelici e tranquilli, fino ai passaggi che, di tanto in tanto, riprendono i toni acustici e le melodie orientali. Il tutto è mescolato in una canzone compatta, con tanti ottimi spunti: nonostante alcune sbavature e qualche incastro un po’ forzato, abbiamo una traccia almeno di qualità discreta.

Sin dall’intro iniziale di batteria, Peaceful fa della frenesia la sua missione. La base, come da norma di Sweet Black Path, è vorticante, rapida, e diviene a tratti anche più convulsa e oscura, con l’arrivo in scena di alcune dissonanze molto arcigne, coadiuvate anche dallo scream grattato di Cardillo. Si cambia direzione solo coi ritornelli, che attraverso il ritorno di chitarre acustiche ed elementi folk portano la canzone su un sentiero molto melodico e intenso, lancinante in una maniera inaspettata. Questo dualismo va avanti fino a circa metà, quando la traccia comincia a mescolare le due anime in qualcosa al tempo stesso serrato e armonioso, potente e di tensione emotiva. C’è molto spazio allora per una bella serie di assoli, sia della solita chitarra metal che di quella più tradizionale, passando per momenti ritmici in cui si mette in mostra anche il basso. È la ciliegina sulla torta di un gran bel pezzo, poco lontano dai picchi del disco! È ora il turno di Lamb of God (Aleppo), canzone per gran parte strumentale, che però comincia col cantato del mastermind su una base morbida, composta da un arpeggio di chitarra e suoni di tuoni. Come da norma di My Haven My Cage però questa situazione non dura: presto la musica esplode in un brano heavy/thrash vorticoso, che comincia sin da subito a progredire. Stavolta l’evoluzione non è schematica come in precedenza, tende a variare di più, incastrando lunghi momenti col solito riffage macinante della band, spesso di gran potenza, con altre frazioni più particolari, di estrazioni prog, e momenti thrashy abrasivi. Solo ogni tanto c’è spazio per qualcosa di più melodico: a volte sono stacchi ancora di sapore folk mediorientale, mentre in altri frangenti spuntano assoli malinconici. In ogni caso, tutto è mescolato con gran perizia, e nonostante la diversità tra le varie parti ogni passaggio e ogni cambio funziona alla grande. Abbiamo insomma un brano che rientra di diritto tra i migliori di Sweet Black Path!

Werther Dies comincia in maniera molto tranquilla, col flauto che si incrocia con un florilegio di melodie. È una norma che ritorna anche in seguito: regge metà dei refrain, sentiti e tristi, prima che il tutto si spenga in qualcosa di ancor più soffice e folky. Il resto del pezzo è invece più in linea con quanto My Haven My Cage ci ha fatto sentire fin’ora: le lunghe strofe sono al solito macinanti e potenti, e risultano anche un pelino insipide per colpa di un forte effetto già sentito. Migliori risultano invece i bridge, drammatici e di gran energia: introducono i refrain come meglio non si potrebbe. Buone anche la parte centrale, in principio molto tranquilla per poi diventare più vorticosa ma rimanendo emotivamente carica; lo stesso si può dire della lunga coda, lieve ma avvolgente. Sono altri due buoni elementi per una traccia godibile, nonostante i difetti ne limitino in parte la resa e la rendano anche un po’ prolissa. Siamo ormai nel finale, e per l’occasione Cardillo piazza Sweet Black Path, lungo brano che va al punto con molta rilassatezza. L’inizio è molto melodico, con tanti bei fraseggi ricercati che si intrecciano tra loro e un’aura progressiva e delicata bene in vista. Solo dopo circa un minuto entra in scena una norma più pesante, stavolta però preoccupata, tesa. È questa l’atmosfera che domina nella prima parte, con un’alternanza tra lunghe fughe tempestose  e passaggi più rallentati ma sempre arcigni. Un po’ di luce la si rivede negli stacchi più melodici e tranquilli, che pur avendo sprazzi docili restano nervosi ed energici di norma: solo a tratti la musica si apre con brevi frazioni denotate da cori puliti e il ritorno degli elementi folk. Questa norma prende il sopravvento alla metà esatta del brano, con una frazione molto morbida. Da qui in poi, comincia un bel saliscendi tra passaggi tranquilli, con la sola chitarra pulita, e altri più elettrici, ma che di norma presentano una malinconia ancora più spinta. Ma la tendenza porta la progressione su lidi man mano sempre più energici, fino ad arrivare a una frazione frenetica, con addirittura il blast – seppur al di sopra la melodia e la preoccupazione dominino ancora. È il preludio alla ripresa della norma principale, che alla fine, dopo quasi undici minuti, conduce il tutto alla fine: e se la mia idea è che potesse essere sfoltito e reso un po’ meno prolisso, anche così abbiamo un buon brano, che conclude bene il disco.

Per concludere, Sweet Black Path è un album che a dispetto dei suoi limiti risulta più che discreto, e come detto supera non di poco l’esordio di My Haven My Cage. Lo fa anche più di quanto la differenza di voti comunichi: se il settanta dell’altro mi lasciava qualche riserva (meritava quel voto, ma soggettivamente non mi aveva preso tantissimo), questo invece è più convinto, visto che il disco mi ha colpito anche a livello personale. Certo, la cosa che accomuna entrambi gli album è che non sono facili da ascoltare, e viste le tante influenze Sweet Black Path è poco adatto agli amanti dei suoni più classici nel metal. Se però hai voglia di ascoltare qualcosa di originale e la musica difficile fa per te, questo secondo album del progetto di Mauro Cardillo ti è consigliato.

Voto: 74/100

Mattia

Tracklist:

  1. Abyss I Am – 06:04
  2. Immigrant Song – 07:36
  3. Delirium – 05:54
  4. Hope – 05:12
  5. Peaceful – 06:18
  6. Lamb of God (Aleppo) – 05:12
  7. Werther Dies – 07:45
  8. Sweet Black Path – 10:50
Durata totale: 54:50
Lineup:

  • Mauro Cardillo – voce, tutti gli strumenti

Genere: heavy/thrash/progressive/folk metal

Sottogenere: middle-eastern folk metal

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