Dio – Holy Diver (1983)

Per chi ha fretta:
Con il suo esordio solista Holy Diver (1983), Ronnie James Dio riesce persino a superare due capolavori storici del suo passato come Rising dei Rainbow (1976) e Heaven and Hell dei Black Sabbath (1980). Si tratta di un lavoro perfetto sotto tutti i punti di vista e senza sbavature: ne è un esempio la registrazione, pulita ma che al tempo stesso esalta bene la potenza del quartetto. Il pregio maggiore dell’album è però la musica stessa, sempre di altissimo livello, il che si esplica in un gran numero di pezzi splendidi. Brani come Stand Up and Shout, la title-track, Don’t Talk to Strangers, Straight Through the Heart e Rainbow in the Dark sono solo la punta dell’iceberg di una scaletta senza il minimo punto basso. È questo il fattore vincente che rende Holy Diver perfetto, uno degli album più belli dell’heavy metal classico degli anni ottanta: per chi è fan del genere, una presenza obbligata nella propria collezione!

La recensione completa:

1982: poco tempo dopo l’addio ai Black Sabbath, Ronnie James Dio decise di mettersi in proprio e fondare il progetto solista che porta il suo nome d’arte. Raccolti intorno a sé il fido drummer Vinny Appice (fuoriuscito con lui dalla band di Tony Iommi), il bassista Jimmy Bain (con cui aveva lavorato a Rising dei Rainbow) e l’allora sconosciuto chitarrista Vivian Campbell, il gruppo si mise subito all’opera. Forse all’epoca qualcuno dubitò della bontà di questa mossa: incidere qualcosa di paragonabile a due lavori quasi perfetti come il già citato Rising o Heaven and Hell dei Sabbath sarebbe stato molto difficile. Ma se anche così è stato, ogni dubbio fu spazzato via quando, il 23 maggio del 1983, Holy Diver dimostrò al mondo che Dio aveva ancora moltissimo da dare. Parliamo di un lavoro che per quanto mi riguarda riesce persino a superare – seppur di un pelo – i due suddetti capolavori, e risulta una gemma splendente di puro heavy metal classico senza il minimo difetto. Tutto al suo interno è perfetto, da una scaletta senza mai la minima caduta o sbavatura al suono, pulito ma che esalta lo stesso bene l’energia esplosiva di cui la band di Dio è dotata. È anche per questo che su Holy Diver in realtà non c’è nemmeno tanto da dire: è semplicemente uno degli album migliori dell’intero movimento heavy metal anni ottanta, e tanto basta per descriverlo.

 Senza alcun indugio, si comincia subito dall’attacco di Stand Up an Shout, con un riffage che più classico non si può. È la spina dorsale che regge sia le strofe, veloci, senza fronzoli e dritte al punto, sia i ritornelli, in cui Dio urla un po’ di più su un’impostazione davvero elementare, per un risultato molto catchy. Non mancano però le variazioni: oltre ai bridge, più vorticosi e preoccupati, si segnalano gli assoli di Campbell al centro e nel finale, entrambi vorticosi e adeguati al contesto. Sono un arricchimento per un pezzo semplice che passa in un lampo, ma apre le danze in maniera splendida. Va però ancora meglio con la leggendaria title-track, che giunge a ruota e stavolta se la prende con un po’ più di calma. Il suo intro è molto espanso, incrocia effetti ambientali – soprattutto di vento – e lontani synth, quasi ambient, che salgono lentamente di volume fino ad arrivare alla deflagrazione del mitico riff principale, intenso e di impatto assoluto. È una norma che torna spesso in Holy Diver, mentre il resto ne sviluppa l’incedere in altre direzioni: è il caso delle strofe, più tranquille e crepuscolari, con in evidenzia più il basso di Bain e la chitarra un po’ in secondo piano sotto alla voce profonda del folletto americano. Si aprono a tratti anche momenti più potenti e cadenzati, che danno al tutto un po’ di varietà in più; lo stesso vale per l’assolo centrale, evocativo e di gran efficacia. È la chiusura di un cerchio fantastico, semplice di impatto assoluto, che durante i quasi sei minuti non annoia mai: parliamo non solo di uno dei picchi dell’album, ma anche della carriera di Ronnie James Dio! Dopo la seriosità della title-track, con Gypsy si cambia strada verso una norma più aperta e tranquilla, grazie anche alle venature hard rock del riff principale, avvolgente e splendido. È la base sia delle strofe, più sottotraccia e tranquilla, sia dei ritornelli, più rutilanti e potenti, con in mezzo giusto dei brevi bridge, che nella loro semplicità svolgono bene il loro compito. A parte l’assolo di rito, da tipico heavy classico, non c’è altro in una canzone semplicissima e lineare, ma di grandissima levatura, che non sfigura in confronto alla precedente. Anche se è considerata spesso l’anello debole di Holy Diver, secondo me ha poco da invidiare ai suoi picchi!

Anche Caught in the Middle presenta notevoli influssi hard rock: lo si sente sin dall’inizio, quando si mostra tranquilla e solare. È l’atmosfera che domina in quasi tutta la canzone, specie nelle strofe, circolari e divertenti. Si rallenta poi coi bridge, più melodici e con un’aura malinconica: è la stessa presente nei refrain, che uniscono le due anime in qualcosa di insieme disimpegnato, triste, caldo e dolce. Parliamo della parte migliore di un gran pezzo, emozionante e  avvolgente al punto giusto: non sarà tra i migliori del disco ma è lo stesso un altro piccolo capolavoro di una serie ancora ben lontana dal termine. A ruota giunge infatti Don’t Talk to Strangers, un altro pezzo diventato iconico del Dio solista, e con buon merito. A esordire è la sua anima più soft, costituita da un arpeggio molto dolce che regge la voce del folletto statunitense, per un effetto delicato ma di gran pathos. Sembra quasi il classico lento scontato anni ottanta, ma poi la direzione cambia in maniera radicale: la parte principale è pesante, addirittura aggressiva, con chitarre dissonanti e il frontman molto abrasivo. È una norma cupa e quasi drammatica, che va avanti a lungo, spesso energica e con solo rare aperture, ancora potenti ma più lente, in cui è più la profondità emotiva a venir fuori di più. Nel finale però la norma iniziale torna a spazzar via l’oscurità con la sua carica emotiva, ancor più esaltata dal contrasto con ciò che l’ha preceduta – oltre che da una natura più spoglia, desolata. È l’apice di una traccia che poi torna a concludersi più potente, un grandissimo finale per un brano in fondo quasi banale, ma che incide alla grande: rientra senza dubbio tra i brani migliori di Holy Diver! Si volta quindi del tutto pagina con Straight Through the Heart, disimpegnata e divertente ma certo non leggera. Il suo riffage di base è movimentato ma roccioso, e regge alla grande sia le strofe, semplici e senza fronzoli, sia i chorus, che salgono veloci in intensità fino a esplodere con una forza incredibile. C’è però spazio anche per un paio di sezioni più preoccupate e meno brillanti intorno a metà distanza: nonostante la diversità si integrano bene nel tessuto del pezzo, dandogli una sfumatura in più. Sono la ciliegina sulla torta di un altro episodio sottovalutato da molti, ma che per me finisce dritto tra i picchi assoluti del disco!

Invisible ha un avvio molto calmo, con un arpeggio distorto e lontano che regge prima un lento assolo e poi la voce docile di Dio. Quasi ci si illude di essere di fronte a una nuova ballad quando d’improvviso esplode una norma magmatica e possente, che regge anche i ritornelli, circolari, fascinosi e di gran impatto. Lo stesso vale per le strofe, meno esplosive ma di grandissima forza, e per i bridge, zigzaganti e quasi striscianti. Solo al centro questa natura estroversa lascia spazio a una più tranquilla ed espansa, ma che pian piano riprende potenza, guidata dall’ennesimo grande assolo di Campbell. È la bella quadratura per un’altra traccia riuscitissima: in quasi tutti gli album, a questo livello sarebbe tra i pezzi migliori, e il fatto che manchi questo risultato – seppur di un pelo – la dice lunga sulla qualità di Holy Diver! Quest’ultimo schiera ora un altro dei suoi pezzi mitologici, Rainbow in the Dark: è stata scelta come secondo singolo dell’album dopo la title-track, e non si fatica a capire perché. Sin dall’inizio, mette in mostra il suo leggendario giro di tastiera, catturante ai massimi livelli: regge sia alcuni stacchi strumentali che i refrain, semplici ma di impatto meraviglioso. Anche il resto non è da meno: per esempio le strofe sono semplici ma colpiscono alla grande con un incedere serioso, quasi epico. Lo stesso vale per i bridge, preoccupati e di gran pathos, grazie all’ennesima prestazione di forza del folletto italoamericano – che rende alla grande anche nel resto del brano. Completa il quadro un assolo splendido, e il capolavoro è servito: abbiamo un pezzo semplice ma meraviglioso, l’ultimo picco di un album ormai quasi alla frutta. Ma il progetto solista di Dio ha ancora un ultima cartuccia da sparare: risponde al nome di Shame on the Night, e dopo un intro con l’ululare di un lupo, entra in scena lenta ma potente. Come da norma del frontman, questa norma è alla base anche dei chorus, potenti ed evocativi; lo stesso tipo di sensazione è presente anche nelle strofe, che pure sono più scarne, col basso di Bain in bella vista e un accenno di oscurità. Momenti più vuoti e altri più possenti si alternano spesso lungo la traccia, anche se pian piano, nell’evoluzione, tutto comincia a mescolarsi. Ciò succede in particolare nell’ultima parte: dopo un breve stacco riflessivo, si sviluppa possente ed evocativa, anche con una certa oscurità, ben sottolineata da cori che alla fine prendono il sopravvento. È la giusta conclusione per un altro brano di qualità ancora altissima, poco sotto al meglio del lavoro che chiude nel migliore dei modi.

Come già detto nell’incipit, su Holy Diver c’è poco da dire: parliamo di un album perfetto e di uno dei più grandi album heavy metal di tutti i tempi. Dall’altro lato, è vero che un album così come esordio a volte è più un problema che altro, e per Dio in parte lo è stato: per quanto molti dei suoi album successivi saranno buoni – e alcuni eccellenti – non riuscirà mai a bissarlo. Ma questo in fondo non è un buon motivo per trascurarlo: in effetti, non credo ne esista nessuno valido. Perciò, se sei un fan dell’heavy metal classico e ancora non l’hai fatto, il mio consiglio è uno solo: corri a recuperarlo! E se invece già ce l’hai, beh: ogni occasione è buona per riascoltarlo e passare quaranta minuti abbondanti di puro godimento!

Voto: 100/100

Mattia

Tracklist: 

  1. Stand Up and Shout – 03:18
  2. Holy Diver – 05:52
  3. Gypsy – 03:38
  4. Caught in the Middle – 04:18
  5. Don’t Talk to Strangers – 04:53
  6. Straight Through the Heart – 04:34
  7. Invisible – 05:26
  8. Rainbow in the Dark – 04:14
  9. Shame on the Night – 05:19

Durata totale: 41:32

Lineup:

  • Ronnie James Dio – voce e tastiere
  • Vivian Campbell – chitarra
  • Jimmy Bain – basso e tastiere
  • Vinny Appice – batteria

Genere: heavy metal
Sottogenere: heavy metal classico
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale di Ronnie James Dio

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