Moonscape – Entity (2017)

Per chi ha fretta:
Moonscape, one-man band del polistrumentista norvegese Håvard Lunde, è un’alternativa onesta ai vecchi Opeth, come dimostra il primo full-lenght Entity (2017). Si tratta di un concept formato da un’unica traccia lunga quaranta minuti che riecheggia proprio degli svedesi, ma senza copiarli. Il progressive metal estremo del progetto norvegese ha più un piglio melodico, che si esplica sia in forti influssi melodeath sia nei passaggi più aperti, variegati e dalle molte influenze. È questo il punto di forza maggiore di un album che scorre bene, con diversi bei momenti– tra cui spiccano sezione come Disconsolation (the Hidden Threat), Abandonmente e A Stolen Prayer. E così nonostante qualche momento morto, un po’ di prolissità e un finale un po’ sottotono, Entity è un buonissimo album, molto adatto a quei fan rimasti orfani dalla svolta progressive rock degli Opeth.

La recensione completa:
2011: gli Opeth pubblicano Heritage, album che segna il loro passaggio dal prog metal estremo che li aveva contraddistinti fino a quel momento a un progressive rock di stampo anni settanta. Seppur certi versi possa essere una svolta interessante – soprattutto per quanto riguarda gli album successivi – è oggettivo che ai fan della prima parte della carriera degli svedesi sia rimasto un bel vuoto. Per fortuna, non manca chi prova a riempirlo, magari senza raggiungere le vette inarrivabili della band di Mikael Åkerfeldt ma senza neanche sfigurare: è per esempio il caso del progetto Moonscape. One-man band del polistrumentista norvegese Håvard Lunde, per l’occasione ha radunato intorno a sé un gran numero di ospiti, provenienti da ogni parte del mondo – e a volte anche da generi lontani dal metal. È questa la formula con cui Lunde ha registrato Entity, suo primo album che dopo una gestazione durata oltre due anni ha visto finalmente la luce lo scorso due ottobre. Il genere affrontato in esso da Moonscape è un progressive metal estremo di stampo death che di base si rifà come accennato agli Opeth, ma senza copiarli. È un suono più melodico e variegato: per esempio, si rifà al melodeath in maniera maggiore e aggredisce meno, mentre i momenti più estremi sono a tinte black – un’influenza non determinante ma presente a tratti. Anche l’anima più melodica di Entity si rivela più variegata: rispetto alla band svedese, sono presenti meno stacchi folk/acustici, mentre domina un ampio spettro di influenze, che va dal power al gothic e al doom metal, passando per tanto altro. È questo il principale punto di forza dell’unico brano che compone l’album: parliamo di una suite lunga quaranta minuti che però scorre bene e annoia di rado. E se qualche momento morto e un po’ di prolissità a tratti gli impedisce di essere un capolavoro, in fondo non importa: Entity rimane degno di apprezzamenti.

Si parte da un lungo intro dominato da un giro di chitarra molto malinconico, quasi di indirizzo power, prima in solitaria e poi con l’aiuto di cori che gli danno un tocco di infelicità in più. Ciò va avanti per quasi due minuti, prima che la prima parte vera e propria, Disconsolation (the Hidden Threat) prenda vita. Da uno stacco oscuro ed espanso, ancora con la sola chitarra, emerge così un pezzo oscuro ma ancora intenso, grazie alle melodie e al ritmo oscillante. Quest’ultimo resta anche quando si svolta su qualcosa di più centrato sulle ritmiche, graffianti e di gran impatto. È la base su cui di solito duettano le voci pulite e molto melodiche di Matthew Brown (Arkhane) e del francese Jim Brunaud – che nel concept di Entity interpretano rispettivamente i ruoli di “Man” e “Father”. Ad aiutarle ogni tanto spuntano dei tratti più tranquilli, con un florilegio molto avvolgente. Al centro tuttavia c’è spazio anche per un passaggio non troppo estremo ma più cupo e potente, in cui si presenta il growl di Kent Are Sommerseth (attivo con i deathster Unspoken e i blackster Varulv – mentre qui interpreta “The Demon”). Ancor più oscuro è il finale di questa bella frazione, che dopo uno stacco vagamente doomy si fa strisciante e lugubre. Ma la vera chiusura è un interludio scomposto e prog, col solo pianoforte: serve a lanciare ancor meglio A Farewell to Reality, che poi torna a graffiare. Abbiamo un brano molto breve – nemmeno un minuto e mezzo – che però incide bene, col suo melodeath cupo e aggressivo, ma sa anche comunicare una sofferenza vivida, possente. È quanto emerge nel suo zigzagare tra momenti più aggressivi e altri più liberi, in cui torna fuori la voce preoccupata di Brown; entrambi funzionano bene in questa grandissima sezione. È quindi il turno di Into the Etereal Shadow, che da subito svolta su una norma tranquilla e leggera, quasi serena nonostante il velo nostalgico creato dalle tastiere. È l’inizio di una traccia che torna al metal, ma in una maniera ancora sognante: seppur la norma sia orientata sul death melodico, a dominare è la chitarra solista, che disegna ottimi fraseggi fino ad arrivare a quello splendido al centro dell’ospite Leviathan (anche lui dagli Unspoken). È il punto più alto di una traccia che poi rallenta ancora, per una lunga coda espansa e tranquilla, piena di voci e di echi, che pone fine a questa frazione al meglio.

Con Abandonment avviene ancora un bello stacco all’interno di Entity: abbiamo un episodio grasso e potente, che ricorda quasi i Pantera più cazzoni e meno aggressivi. Solo a tratti l’aura si fa più truce, per brevi passaggi qua e là che però non turbano la linearità del resto. Ciò accade solo nel finale, che accelera e svolta su una norma feroce a tinte black metal retta dal blast beat, seppur un filo di malinconia rimanga grazie ai cori di sottofondo. È un aggressione che prosegue fino all’arrivo di Under Absent Clouds, che vira di colpo su una norma tranquilla, con un arpeggio di chitarra pulita come base. All’inizio per calma e melodie ricorda quasi i Dream Theater, ma poi assume un tocco folk-a là Opeth: è il preludio al ritorno della potenza, seppur il panorama rimanga ancora espanso e malinconico. Si tratta tuttavia di un’altra parentesi momentanea, perché poi si torna di nuovo alla calma con un tratto prog rock di matrice folk, che si muove tra momenti delicati e altri con tastiere molto vintage. A seguire il metal torna: mantiene la melodia fino a una virata verso qualcosa di molto cupo e arcigno, ma senza rinunciare alla melodia. Con la sua potenza e le tante sfumature, è una parte che ricorda con forza la citata band svedese, e conclude al meglio una frazione un po’ prolissa, ma tutto sommato fascinosa. La musica si spegne quindi per l’arrivo di A Stolen Prayer, traccia che parte da un breve passaggio morbido, delicato, con la chitarra pulita in primo piano. Sembra quasi che voglia ricalcare l’evoluzione della precedente, quando invece d’improvviso esplode un pezzo death metal rabbioso e potente, col blast beat che regge una norma vorticosa, resa anche più cupa da influssi black. Sembra quasi che debba andare avanti tutto così quando Moonscape invece vira su qualcosa di più aperto: potente ma melodica, ricorda gli In Flames dei tempi d’oro. Queste due falsarighe si alternano lungo la canzone, raggiunte presto da una terza frazione, ancor meno aggressiva e che punta sulla malinconia, ma al tempo stesso ha anche un feeling possente, quasi evocativo, con addirittura un lieve retrogusto viking metal. Degna di nota anche la penultima parte, terremotante e senza grandi fronzoli: punta solo all’impatto, ma si incastra bene nel tessuto del brano; lo stesso si può dire anche del passaggio successivo, dominato ancora da ottimi assoli. Abbiamo insomma una sezione lunghissima – la più lunga di Entity, coi suoi oltre sette minuti – ma mai noiosa: risulta anzi tra le più riuscite del disco!

Dopo il finale fragoroso della precedente, Moonscape cambia di nuovo volto con A Crack in the Clouds: si apre calma, con il sassofono dell’ospite canadese Sean Winter e lievi tastiere sulla sezione ritmica, per un effetto vintage, intimista. Questa suggestione rimane anche quando la traccia entra nel vivo, lenta e fascinosa, con una malinconia palpabile che ricorda da lontano gli Wintersun o persino gli Stratovarius (!). Questa anima così armonica resta in scena anche quando la traccia accelera e diviene diretta e seriosa, ma non aggressiva, con la voce di Brown su una base senza grandi fronzoli. Ciò va avanti fino a oltre metà pezzo, dove la musica stacca per una frazione centrale lenta ma aggressiva e minacciosa, grazie a una base death con ancora alcuni influssi black su cui si posa il growl di Sommerseth. Poi però la melodia ritorna, con un’altra bella parte solistica, prima veloce, ma che poi riprende le suggestioni dell’inizio. È il buon finale di una traccia non eccelsa ma godibile al punto giusto, che non sfigura in Entity: lo stesso del resto si può dire di The Bargaining, che vira ancora – stavolta su una norma brillante. Il riffage di base è animato, riporta alla mente il groove metal e persino il death ‘n’ roll con un incedere semplice, diretto. Come da norma del progetto norvegese, però, tutto è in continua trasformazione, con passaggi più lineari e altri più convulsi, vorticosi, tutti installati su una progressione che tende a farsi più oscura, almeno fin quasi a metà. È lì che spuntano melodie circolari e malinconiche, che insieme alle voci dei due cantanti puliti creano un panorama intenso, pieno di pathos, quasi disperato. Sembra quasi che la svolta sia definitiva quando invece giunge improvvisa un’altra svolta, con una nuova frazione black rabbiosisima, identica a quella di Abandonment – eccetto per la durata, lievemente più espansa. È il sigillo a chiusura della traccia, prima che la conclusiva Entity stacchi col suono di un mogio pianoforte che va avanti a lungo prima di affiancare la sezione ritmica. Ma l’atmosfera è sempre desolata, di calda depressione, e ciò rimane in scena anche quando il voltaggio sale e il tutto si fa più estroverso, pur rimanendo molto malinconico. A questo punto, c’è spazio solo per un passaggio strumentale, prima molto espanso per chiudersi poi con un assolo tipicamente rock/metal, carino ma un po’ prolisso. Sembra tutto finito, ma c’è spazio dopo qualche istante di silenzio anche per una traccia nascosta, che riprende l’intro con la chitarra acustica. È un finale fascinoso per una parte forse non bella come le altre (del resto, queste ultime tracce sono tutte leggermente sottotono) ma nonostante ciò non sfigura troppo come conclusione di un disco così.

Per concludere, Entity si rivela un buonissimo album: a dispetto di qualche pecca, è solido e sostanzioso, un bell’ascolto con poco da invidiare a band ben più blasonate. Se quindi sei anche tu un fan orfano dei vecchi Opeth, il progetto Moonscape è un’ottima alternativa: non arriverà al livello dei capolavori più grandi degli svedesi, ma di sicuro ha il potenziale di piacerti. Il consiglio è quindi di dargli una possibilità!

Voto: 83/100


Mattia


Tracklist:

  1. Entity – 40:26

Durata totale: 40:26

Lineup:

  • Håvard Lunde – voce, chitarra, tastiere, basso, drum programming
  • Matthew Brown – voce (guest)
  • Jim Brunaud – voce (guest)
  • Kent Are Sommerseth – voce (guest)
  • Alex Campbell – chitarra (guest)
  • Andreas Jonsson – chitarra (guest)
  • Leviathan – chitarra (guest)
  • David Russel – pianoforte (guest)

Genere: progressive/death metal
Sottogenere: extreme progressive/melodic death metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook di Moonscape

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