Blodiga Skald – Ruhn (2017)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONERuhn (2017) è l’esordio sulla lunga distanza dei romani Blodiga Skald. 
GENEREUn folk metal senza nulla di nuovo, ma reso fresco dai romani, che svariano tra sonorità del Nord, del Sud e dell’Est Europeo, e tra toni che vanno dal festaiolo all’epico. 
PUNTI DI FORZAUna buona capacità di variare, un songwriting di gran livello, eccellente nell’unire i diversi elementi. Alcune buone peculiarità, come un concept fantasy particolare; diverse ottime canzoni. 
PUNTI DEBOLIUna scaletta un po’ ondivaga e con una lieve flessione al centro, alcune sbavature. 
CANZONI MIGLIORIRuhn (ascolta), No Grunder No Cry (ascolta), Blood and Feast (ascolta), Panapiir (ascolta)
CONCLUSIONIRuhn alla fine si rivela un ottimo lavoro: può fare la felicità dei fan del folk metal – ma i Blodiga Skald potrebbero fare anche di meglio in futuro. 
ASCOLTA L’ALBUM SU:Youtube | Bandcamp | Spotify
ACQUISTA L’ALBUM SU:Amazon | BandcampEbay
SCOPRI IL GRUPPO SU:Facebook | Instagram | Bandcamp | Youtube | Spotify | Metal-Archives | Twitter
VOTO FINALE
Su un massimo di 100
84
COPERTINA
Clicca per aprire

Come ho spesso scritto nella mia carriera di recensore, l’originalità per un gruppo è un valore aggiunto. Ma è sempre necessaria per creare musica di alta qualità? A mio parere, no: qualcosa di poco originale può anche essere divertente, per quanto sia molto difficile raggiungere questo risultato, visto il pericolo di cadere nei cliché più triti e fastidiosi. Eppure, c’è chi ha il talento per riuscirci: è il caso dei Blodiga Skald, band romana nata nel 2014 e che a metà dello scorso anno ha pubblicato il suo esordio sulla lunga distanza Ruhn. All’interno del loro folk metal non c’è molto che non si sia già sentito nei dischi dei vari Finntroll, Аркона, Ensiferum, Korpiklaani e tanti altri. Eppure i Blodiga Skald riescono lo stesso a suonare validi, freschi e intrattenenti: merito soprattutto della loro capacità di unire tra loro mondi diversi. In Ruhn – spesso anche nello stesso brano – si possono trovare influenze dal folk nordico come da quello mediterraneo e dell’Est Europa, passando anche per qualche elemento esotico. Non parliamo poi dell’aura, che varia da sonorità epiche, solenni ad altre allegre, da taverna, senza lesinare qualche bel momento di intenso pathos. Ciò è possibile grazie a un ottimo songwriting, maturo e attento, il cui punto di forza maggiore è la varietà: Ruhn non è mai ripetitivo, il che rende i Blodiga Skald superiori a tantissimi altri gruppi di oggi da questo punto di vista. Oltre a questo, i capitolini hanno dalla propria alcuni elementi personali che compensano la mancanza di originalità della musica, come per esempio il concept, tutto incentrato su un mondo fantasy popolato in special modo da orchi – impersonati dagli stessi membri della band. Quello più evidente è però la presenza come cantante di Axuruk “Jejune”, al secolo Anton Caleniuc: cantante originario della Moldavia, a tratti passa dall’inglese al russo, rendendo la musica dei Blodiga Skald più particolare. Sommando tutti questi elementi, Ruhn si rivela ottimo; e se alcune sbavature e una scaletta un pelo ondivaga gli impediscono di raggiungere il capolavoro, in fondo non è poi granché come problema!

Si parte da un intro in cui della placida musica folk fa da base a suoni ambientali “da taverna”. Quando però la Epicavendemmia vera e propria entra in scena, è meno festaiola di quanto ci si aspetterebbe: il ritmo è lento, e il tono, per quanto a tratti brillante, ha anche un forte retrogusto epico. Ciò si perpetua sia nei momenti più ritmati, col riffage in levare di Ghâsh “Barbarian Know-All”, sia in quelli più potenti e pestati che si alternano nella prima metà. In seguito però la musica tende a evolversi: prima assume sonorità est europee e vira su qualcosa di più disimpegnato, ma presto si spegne in uno stacco morbido, col flauto e la chitarra pulita. Da qui, parte una progressione che torna quindi su lidi metal, seppur la malinconia rimanga la stessa, ben evocata dall’assolo di violino di Maerkys “Handless”, sempre in sottofondo. Solo col tempo il pezzo si fa più macinante, fino a raggiungere il finale, che vira su una norma semplice ma cupa, aggressiva e quasi drammatica, con ritmiche oscure e orchestrazioni in sottofondo a rendere il tutto drammatico. È una buona variazione per un pezzo di alta qualità, che apre le danze in maniera ottimale. Va però ancora meglio con Ruhn, che si segnala subito per la melodia principale degli strumenti tradizionali, semplice e classica ma immaginifica il giusto. Questa norma ritorna ogni tanto per brevi stacchi strumentali che dividono tra loro lunghe strofe: a tratti sono seriose e potenti, quasi epiche. Altrove invece sono dominate dalle melodie di chitarra e violino, che insieme gli danno un tono malinconico, mentre in altri tratti ancora il paesaggio è particolare, intenso, grazie alle tastiere orchestrali in sottofondo. Ottimi anche gli stacchi che appaiono qua e là, con una curiosa commistione tra folk e metal moderno, quasi a tinte metalcore – che ogni tanto domina mentre il primo è quasi assente. Degni di nota anche l’assolo di chitarra sulla tre quarti, molto classico, e la conclusione, che riprende il giro principale in maniera acustica. Sono due ulteriori arricchimenti per un brano variegato ma ben coeso: il risultato è di alta qualità, poco lontano dai picchi dell’album a cui dà il nome!

No Grunder No Cry ha un altro giro iniziale splendido, che ricorda quasi quelli dei primi Korpiklaani – sensazione che prosegue anche quando il pezzo entra nel vivo, veloce e ritmato. Ma rispetto ai finlandesi, ai romani piace cambiare faccia in fretta: presto l’evoluzione si porta su lidi vorticosi ma melodici, inquieti e angosciosi nonostante il growl di Axuruk. È una norma che tende a farsi più intensa e drammatica per poi tornare a rarefarsi, ma conserva sempre lo stesso impianto. Il cambiamento più grande è invece al centro, quando i Blodiga Skald virano su un mix di folk europeo e musica caraibica – più che altro reggae, come indica il titolo: è particolare, ironico, persino buffo, ma incide bene. Anche il resto non è da meno: abbiamo un pezzo semplice ma splendido, uno dei picchi indubbi di Ruhn! La successiva I Don’t Understand comincia ancora con una norma folk al cento percento, oscillante e di gusto est-europeo. Quest’ultimo è presente spesso specie nelle strofe, lente, con fisarmoniche e violini che si stagliano su un ritmo spezzettato del drummer Vargan “Shepherd Tamburine”, per un effetto divertente, quasi ironico. Ma c’è anche spazio per degli stacchi più seriosi: a volte sono lenti e aperti, molto d’atmosfera, ma di solito si rivelano rapide staffilate metal, potenti ma senza nascondere un filo di malinconia. C’è poco altro nel pezzo a parte il finale, che riprende in maniera più spoglia le melodie russe già sentite e accelera, divenendo sempre più densa e potente. È un passaggio interessante per un pezzo che un po’ si perde all’interno dell’album: non è male, ma ciò che ha intorno spicca molto di più. È quindi il turno di Sadness: il suo attacco con la chitarra acustica, i sussurri di Axuruk e i suoni di un falò può far pensare a una sorta di ballata, ma poi d’improvviso esplode in un vortice rapido e oscuro, a tinte black metal. I Blodiga Skald mostrano qui un lato fin’ora inedito: anche quando si rallenta, le strofe rimangono pesanti, con un riffage roccioso e di appeal thrashy, mentre gli strumenti folk sono assenti. Essi tornano fuori solo ogni tanto, rendendo più mogi e nostalgici i ritornelli oppure arricchendo i tratti più potenti con una sfumatura ansiosa, di gran pathos. Tutti questi passaggi si alternano lungo il pezzo in una maniera in apparenza casuale, ma in realtà ben ragionata: lo stesso vale per le altre variazioni – tra cui qualche breve stacco di influsso melodeath oppure l’apertura mogia sulla tre quarti. Ne risulta insomma un pezzo molto buono, pur non rivaleggiando coi migliori di Ruhn.

Anche Follia ha un intro molto melodico. con il violino, un clavicembalo e un arpa che gli danno un tono quasi barocco. Stavolta però non è fuorviante: anche quando entra nel vivo la musica rimane espansa, soffice, più rivolta verso l’atmosfera, evocata alla grande dalle tastiere di Tuyla “The Glorious One” e dagli strumenti tradizionali. Questi ultimi sono importanti sia in sottofondo lungo le strofe, lente e malinconiche, col growl di Axuruk come unico elemento estremo e tanti abbellimenti che gli donano un aspetto più elegante, sia negli stacchi. Questi ultimi sono ancora più ricercati, col violino di Maerkys grande protagonista e suggestioni che vanno dalla musica sinfonica a quella medioevale. La musica fluisce in questo modo a lungo, in maniera molto godibile, e cambia strada solo sulla tre quarti, quando svolta in una coda ancor più rarefatta, che presenta lo stesso umore. Quando si spegne sembra che il brano sia finito, ma poi riparte con una breve coda più potente e barocca, che a tratti sembra quasi fare il verso alle quattro stagioni di Vivaldi – in special modo a “Estate” e “Inverno”. È l’ottimo finale di una traccia ancora di qualità, che non sfigura nonostante una certa differenza col resto. A questo punto, i Blodiga Skald invertono la rotta a centottanta gradi con Blood and Feast, che entra subito nel vivo come un pezzo fracassone e festaiolo, ma con un velo infelice sempre in sottofondo. Lo è per esempio nella parte principale, divisa tra passaggi rutilanti col giro folk principale di flauto e fisarmonica, frazioni più pestate e altre più espanse in cui dominano i vortici ancora della fisarmonica di Tuyla, tutti alternati con urgenza. Questo pathos viene però fuori con più evidenza solo nella parte centrale, quando i romani indugiano in una parte di vaga influenza melodeath/power, data sia dal riffage che dalle tastiere di sottofondo, fino a una conclusione drammatica. Nonostante la differenza però non stona nel tessuto del brano, anzi lo arricchisce: il risultato è eccellente, tra i picchi assoluti di Ruhn!

Come da trademark dei capitolini, Laughing with the Sands comincia con un giro folk – di violino, in questo caso – che poi costituirà l’impalcatura del brano successivo. È una norma energica che torna spesso, sorretta da un riffage maschio e abrasivo: il resto però è più riflessivo. Sia i passaggi strumentali coi fraseggi ansiosi di violino e il flauto sia i refrain, più rarefatti e lenti, mirano più a un’atmosfera infelice e calda che ad aggredire. Ma le sorprese non sono finite: quasi a metà esatta, la musica svolta su una norma più veloce e vorticosa, che comincia pian piano ad accoppiare alla base metal influssi mediorientali, con giri di violino e poi una voce femminile salmodiante. È una breve parentesi, prima che, dopo un momento preoccupato con degli ottimi assoli di violino, il brano torni all’origine; nonostante questo, è il punto più alto di un pezzo forse non eccelso, ma solido e di buona qualità. La seguente Panapiir si rivela presto a due facce: la prima viene fuori subito dopo l’intro di violino, melodico e lezioso, quando la musica svolta su una falsariga dura e maschia, battagliera. Ciò però dura solo qualche istante, per poi lasciare spazio a una norma più melodica e sognante, infelice ma non troppo oscura, che cattura con la sua fantasia di melodie. Le due parti si scambiano un paio di volte, prima che i romani partano per una fuga imperiosa, all’inizio molto frenetica col blast a reggerla. Pian piano però escono le tastiere e il violino di Maerkys, che accompagnano Axuruk e un bell’assolo di Ghâsh in qualcosa di ricercato e avvolgente. Degno di nota anche il finale, che dopo una breve frazione più mogia ed espansa muta ancora, stavolta in un’energica frazione di metal moderno/metalcore. Nonostante ciò, non stona alla fine di una traccia variegata ma molto ben scritta e di altissima qualità, appena alle spalle dei picchi assoluti di Ruhn. Siamo ormai alla fine: visti i tranquilli fraseggi iniziali – e anche il titolo – Too Drunk to Sing dà l’idea di essere l’outro folk divenuto ormai un cliché come conclusione nel genere dei Blodiga Skald. Poi però il voltaggio sale veloce finché non giunge una norma rapidissima, col blast beat di Vargan; toccato il picco però la traccia si fa più melodica e tranquilla, per strofe circolari e catturanti al punto giusto. Questa norma è presente spesso lungo il pezzo, alternandosi con altre accelerazioni o con passaggi più delicati, con al centro ancora il violino. Degno di nota anche il finale, che svolta d’improvviso su una frazione di musica latina-caraibica, qualcosa di molto strano ma che non dà fastidio. Conclude anzi col giusto piglio un ottimo pezzo e un album più o meno della stessa qualità!

Per concludere seppur non entrerà negli annali degli album folk metal più beli di tutti i tempi, Ruhn è un lavoro molto divertente e sopra alla media: ciò per quanto mi riguarda è già sufficiente, almeno per ora. Sì, perché vista la giovane età e quanto si può sentire nell’album, i Blodiga Skald sembrano avere ancora dei bei margini di crescita: limando qua e là, di certo potranno fare di meglio in futuro. Intanto che il tempo ci dica se così sarà,tuttavia, il mio consiglio è di dare una possibilità a questo esordio: se il genere folk fa per te, troverai pane per i tuoi denti!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Epicavendemmia05:07
2Ruhn04:38
3No Grunder No Cry04:03
4I Don’t Understand03:45
5Sadness05:15
6Follia04:32
7Blood & Feast03:33
8Laughing with the Sands03:10
9Panapiir04:15
10Too Drunk to Sing05:16
Durata totale: 43:33
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Axuruk “Jejune”voce
Ghâsh “Barbarian Know-All”chitarra
Maerkys “Handless”violino
Tuyla “The Glorious One”tastiere e fisarmonica
Rükreb “The Noble One”basso
Vargan “Shepherd Tamburine”batteria
ETICHETTA/E:Soundage Productions
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:

Potrebbero interessarti anche...

Aggiungi il tuo commento