Wolves in the Throne Room – Thrice Woven (2017)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONENonostante giunga dopo lo sperimentale Celestite (2014) nella discografia degli Wolves in the Throne Room, Thrice Woven (2017) non è un ritorno al black metal solo per accontentare i fan.
GENEREUn black metal caldo e maestoso ma senza trascurare aggressività e oscurità, con in più qualche influsso ambient.
PUNTI DI FORZAUno stile curato molto bene, una registrazione perfetta ed equilibrata, tante belle canzoni.
PUNTI DEBOLIUn forte intimismo che, pur essendo un pregio, potrebbe scoraggiare diversi ascoltatori
CANZONI MIGLIORIBorn from the Serpent’s Eye (ascolta), The Old Ones Are with Us (ascolta)
CONCLUSIONIThrice Woven è un piccolo capolavoro, uno dei lavori più interessanti dello scorso anno per gli amanti del genere degli Wolves in the Throne Room!
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
93
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2014: gli Wolves in the Throne Room pubblicarono Celestite, quinto album della loro carriera che rappresenta una rivoluzione. Abbandonato il black metal oscuro eppure caldo degli album precedenti, la band dei fratelli Weaver si spostò su sonorità ambient spaziali, interessanti ma che scontentarono in molti, specie tra quelli che li seguivano dalla prima ora. Arrivato a questo punto, di solito un gruppo ha due possibilità: continuare a sperimentare in linea con le proprie aspirazione artistiche, oppure tornare indietro per accontentare i propri fan. Per fortuna, esiste anche una terza via: quella che gli Wolves in the Throne Room hanno imboccato lo scorso ventidue settembre con Thrice Woven. Si tratta di un ritorno al black, ma in esso non c’è niente di manieristico, forzato o da “operazione simpatia”: si sente anzi, in maniera chiara, che questo è il lavoro che la band dello stato di Washington voleva realizzare in questo momento. Oltre a una grande ispirazione complessiva, a provarlo c’è anche la lezione che gli Wolves in the Throne Room hanno tratto da Celestite. Pur non essendo certo un tradizionale album ambient black (anzi, è molto lontano da quel mondo), in Thrice Woven gli influssi ambient spuntano spesso anche tra le righe delle parti metal, non solo come interludi. Ne risulta così un suono anche più caldo e maestoso rispetto al passato, senza però trascurare l’aggressività e l’oscurità che hanno contraddistinto gli Wolves in the Throne Room in passato. Questo connubio è aiutato molto anche da un suono perfetto: è equilibrato, pulito, dà l’idea che i “lupi” abbiano lavorato molto per realizzarlo; ciò nonostante, risulta anche grezzo e selvaggio al punto giusto, come il black metal deve sempre essere. Certo, c’è anche da dire che Thrice Woven non è per tutti: come tutti i lavori degli americani – e forse anche di più – è molto intimo, e non bastano un paio di ascolti distratti per connettersi con la sua anima. Se però si ha la pazienza di perseverare, si scopre un disco maestoso, variopinto, immaginifico: parliamo insomma di un vero e proprio capolavoro, più che degno della grandiosa carriera degli Wolves in the Throne Room.

Si parte in maniera placida, da un breve intro folk, con una chitarra e un mandolino che si stagliano malinconici nel vuoto. Pochi secondi, poi Born from the Serpent’s Eye entra nel vivo potente e veloce, black metal che però conserva lo stesso pathos, almeno in questo avvio melodico. Nell’evoluzione però il brano tende a farsi più oscuro e freddo: la melodia lascia progressivamente spazio a una norma alienata, resa quasi spaziale dal tappeto di tastiera. All’inizio è veloce, macinante, ma poi entra in scena uno stacco più lento e atmosferico, aiutato anche da alcune frazioni in cui melodia e intensità sentimentale tornano alla carica. Si arriva così fino a un passaggio che mescola le varie suggestioni in qualcosa di maestoso e immaginifico, ma non dura: presto i Wolves in the Throne Room mutano ancora, su una norma più spoglia, che compensa con una forte aggressività. Ciò è presente sia nei momenti più veloci, taglienti come la lama di un rasoio, sia in quelli un po’ rallentati ma di impatto assoluto, grazie a un lieve retrogusto addirittura death. È uno sfogo distruttivo e molto efficace, che va avanti qualche minuto per poi cessare di colpo: sembra quasi che il pezzo sia finito, ma poi un carillon spezza l’illusione. È l’inizio di un intermezzo molto dolce, tranquillo, ambient con lievi tastiere sotto alla voce accogliente e delicata della cantante svedese Anna von Hausswolff. Sembra quasi una coda d’atmosfera, ma poi d’improvviso il metal ritorna; stavolta però la velocità è lenta e i toni evocativi, quasi epici. Questa norma tende un po’ a variare, facendosi pian piano più cupa e vorticosa, ma mantiene sempre un tocco molto etereo. Esso viene fuori con forza nel finale con i lontani vocalizzi ancora dell’ospite, che si spegne lentamente in una profonda coda ambient. È il gran finale per un brano splendido, che apre Thrice Woven col botto!

The Old Ones Are With Us si apre con un lungo intro folk, con la chitarra acustica e un parlato, entrambi interpretato dall’ospite d’eccezione Steve Von Till (cantante dei Neurosis il cui progetto solista è anch’esso vicino a queste sonorità). È un preludio molto calmo, che introduce al meglio sia il concept pagano e pieno di vita della canzone, sia la musica stessa, che dopo poco meno di un minuto esplode con forza. Abbiamo allora una falsariga seriosa, potente, quasi alienata grazie a tastiere ancora molto cosmiche e ambient. Spesso però in questa frazione si aprono degli stacchi più lenti e tranquilli, in cui l’aura svolta verso qualcosa di intenso, infelice, una depressione calda e accogliente. Le due anime del pezzo si uniscono poi in qualcosa di vorticoso e aggressivo, grazie allo scream rabbioso e al riffage di Nathan Weaver e di Kody Keyworth, ma al tempo stesso con un gran pathos e melodie splendide. Sembra ormai che il pezzo si sia stabilizzato, quando invece tutto si spegne: è il preludio al ritorno della norma folk iniziale, stavolta più solenne e d’atmosfera, coi tanti echi in sottofondo. È la sensazione che avvolge anche la conclusione, prima un po’ in sottofondo sotto una base vorticante e lacrimevole, che poi si fa più aperta, quasi serena e molto ricercata, con le immaginifiche e bellissime tastiere in sottofondo. È il gran finale di un altro brano splendido, un altro dei picchi di quest’album!

Dopo la calma della precedente, con Angrboda i Wolves in the Throne Room tornano a correre: un breve intro “tribale” di effetti sonori, poi entra in scena una fuga rapidissima e nervosa. Nonostante il tocco di melodia, è una falsariga arcigna, che tende perlopiù ad aggredire: ciò succede sia nei momenti più veloci che in quelli di tempo medio, di gran oscurità e che perdono ogni retaggio melodico. È lo stesso per i tratti lenti, striscianti e lugubri, che si aprono qua e là: sono tuttavia il preludio all’apertura di frazioni più aperte e melodiche, sempre molto tempestose ma anche con una notevole iniezione di melodia. Il tutto sembra dover andare avanti a lungo con angoscia, velocità e cambi repentini d’umore, ma poi gli americani svoltano verso qualcosa di molto più espanso. Comincia allora un lungo passaggio senza più sezione ritmica, con solo le chitarre a disegnare lugubri giri in un vuoto solo a tratti perturbato da qualche percussione. È una frazione ambient black che pian piano perde la seconda dimensione, facendosi ancora più eterea e rarefatta: ne esce fuori un lungo passaggio cupo ma molto espanso, che solo col passare dei minuti torna ad addensarsi. È il preludio a un nuovo scoppio metal, sempre abbastanza cupo ma stavolta molto calmo, con forti influssi doom – persino della sua corrente epica – in bella vista. È un finale ossessivo, con giusto un paio di accelerazioni, che comunque non ne scalfiscono la sostanza. A parte questo però è molto avvolgente, e chiude bene una traccia forse non al livello delle precedenti, ma di poco inferiore.

Mother Owl, Father Ocean è un breve interludio che per quasi metà è costituito da solo vento. Poi però viene raggiunto dalla voce della Anna von Hausswolff insieme a una base ambient e a una lieve arpa, per un effetto lontano, malinconico. Nel complesso abbiamo un preludio non imprescindibile, ma che avvolge bene ed è degno di trovarsi in Thrice Woven. Quest’ultimo si riprende poi con la conclusiva Fires Roar in the Palace of the Moon, che comincia come un black metal caldo e melodico, lento, per poi virare su una norma anche più preoccupata, con un riffage di base catturante, iconico, di grandissima efficacia. È la base che, con alcune variazioni, regge parte dei momenti più pesanti della traccia, incisivi in maniera splendida; ottimi sono però anche i momenti più scarni che compaiono qua e là, nervosi e ossessivi. C’è inoltre spazio per un paio di dilatati stacchi ambient: il primo, al centro, è molto lungo, con un tappeto di fuzz e suoni indistinti su cui fanno bella mostra di sé i synth obliqui di Aaron Weaver. Solo dopo diversi minuti di questa norma il metal torna a fluire, dissonante e minaccioso ma ancora lento ed espanso; ciò vale anche per la frazione successiva, simile per ritmo ma più accogliente e malinconica. È ciò che filtra anche quando la traccia riprende il suo riffage di base e torna ad accelerare, per un ultimo sfogo disperato, anche più drammatico che in precedenza. Ma le danze non sono ancora finite: c’è spazio anche per una nuova frazione ambient, stavolta col solo suono della risacca, che va avanti per circa due minuti. È la conclusione non solo dell’album, ma anche del brano che ne rappresenta il punto più basso – il che è buffo, considerando che siamo di fronte a una traccia comunque ottima!

Come già detto all’inizio, Thrice Woven è un album che necessita di molti ascolti per essere compreso. Quando ci si riesce, però, si scopre un vortice di emozioni unico, il cui unico vero difetto è una durata limitata a meno di tre quarti d’ora: quasi si vorrebbe ascoltarne di più! Insomma, gli Wolves in the Throne Room hanno fatto centro di nuovo, e sottovalutarli – magari perché si è rimasti delusi da Celestite – è un grosso errore. Al contrario, se sei un fan del black metal americano è uno dei lavori più interessanti usciti nell’anno appena passato: se non l’hai ancora fatto, perciò, il mio consiglio è di correre a recuperarlo!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Born from the Serpent’s Eye09:37
2The Old Ones Are with Us08:36
3Angrboda10:02
4Mother Owl, Father Ocean02:33
5Fires Roar in the Palace of the Moon11:29
Durata totale:   42:17
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Nathan Weavervoce e chitarra
Kody Keyworthchitarra
Aaron Weaversynth e batteria
OSPITI
Anna Von Hausswolffvoce (tracce 1 e 4)
Steve Von Tillvoce e chitarra acustica (traccia 2)
Don McGreevychitarra acustica (traccia 1)
Zeynep Öykü Yılmazarpa (traccia 4)
Phil Petrocellipercussioni addizionali (traccia 4)
ETICHETTA/E:Artemisia Records
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:Rarely Unable

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