Blue Cheer – Vincebus Eruptum (1968)

Per chi ha fretta:
Vincebus Eruptum (1968), esordio dei californiani Blue Cheer, è tra gli album più importanti per quanto riguarda l’hard rock. Parliamo probabilmente del primo album del genere nella storia, anche se in una versione molto primitiva e con forti radici non solo nel blues ma anche nel rock psichedelico. Di quest’ultimo i californiani però propongono una versione molto più scarna: non solo sono uno dei primi power trio della storia, ma nella potenza e nell’aura oscura della loro musica ci sono i semi dell’hard rock successivo e persino del metal. È quanto può sentire in cover ben riuscite come Summertime Blues, Rock Me Baby e Parchment Farm, oltre che nell’originale Out of Focus, picchi di una scaletta buona ma non eccezionale. Tuttavia, pur essendo a tratti confuso, troppo psichedelico e registrato in maniera approssimativa, Vincebus Eruptum è un album storico: forse sarà invecchiato male, ma per conoscere le origine dell’hard rock e del metal è lo stesso fondamentale!

La recensione completa:
Quando è nato l’hard rock? È una domanda che può sembrare banale, ma in realtà non lo è affatto. Se è vero che i canoni definitivi furono stabiliti dai primi due album dei Led Zeppelin, le radici del genere affondano più indietro, negli esperimenti con cui Jimi Hendrix, Vanilla Fudge e Cream distorcevano e potenziavano il blues rock. Senza dubbio, l’anno topico di questa tendenza è il 1968: è quello di alcuni dei primi pezzi iconici del genere, come Born to Be Wild degli Steppenwolf o Helter Skelter dei Beatles. Ma l’uscita più importante per il genere quell’anno è Vincebus Eruptum, full-lenght d’esordio dei Blue Cheer: parliamo quasi con certezza del primo vero album hard rock della storia. Certo, è pur sempre un hard molto primitivo, con fortissime radici non solo nel blues ma anche nel rock psichedelico: non per niente, lo ha inciso una band della San Francisco reduce della Summer of Love. Ma quello di Vincebus Eruptum è molto più scarno e minimale rispetto al classico psych rock: niente organi né elementi sperimentali, solo chitarra, basso e batteria – non per niente, i Blue Cheer sono considerati tra i fondatori del “power trio”. Ma soprattutto nella loro musica sono presenti i semi dell’hard rock successivo e persino del metal: la potenza di certe soluzioni e l’inquietudine acida dell’atmosfera diventeranno poi un trademark in futuro, anche per gruppi molto più moderni. Purtroppo, Vincebus Eruptum soffre di alcuni difetti: per esempio a tratti è confuso, con un’attitudine psichedelica e all’improvvisazione molto figlia dei suoi tempi, che fa spesso perdere ai Blue Cheer il focus. In più, la registrazione  è davvero troppo grezza, il che da un lato può essere parte del suo fascino, ma dall’altra non valorizza al meglio la potenza degli americani. Insomma, Vincebus Eruptum è un album invecchiato male, e oggi suona abbastanza datato: ciò però non sminuisce la grandiosa importanza storica che queste tracce hanno avuto per l’evoluzione successiva del rock duro e del metal.

I giochi si aprono con Summertime Blues, rivisitazione del classico rockabilly di Eddie Cochran – del resto, era uso all’epoca pubblicare album pieni di cover. Ciò però non gli toglie nulla, anzi: parliamo di una traccia iconica, che fa ben capire perché proprio Vincebus Eruptum sia considerato il punto d’origine dell’hard rock. Sin dal breve intro – e poi in maniera più sviluppata in seguito – in evidenza c’è la chitarra di Leigh Stephens, distorta e potente. In questo, è aiutata dalla voce urlata di Dickie Peterson e dal ritmo di Paul Whaley – batterista dalla tecnica approssimativa ma che anticipa la pesantezza dei vari Bonham, Paice e tanti altri. È un’impostazione ben udibile sia nelle strofe e nei ritornelli, che seguono a malapena le melodie pulite e tranquille dell’originale e danno loro un bel tocco di inquietudine, sia soprattutto nella parte centrale, tra un assolo sguaiato e una frazione ritmica intensa e vorticosa. Parliamo insomma non solo di un brano leggendario, ma anche di uno dei picchi assoluti dell’album che apre. Dopo tanta intensità, con Rock Me Baby (altra cover, stavolta di una canzone blues tradizionale resa celebre da B.B. King) i Blue Cheer virano o su qualcosa di più calmo. Abbiamo una rilettura più lenta dell’originale, pur compensando con diverse dissonanze e un piglio più graffiante. Questa natura esce in special modo  nella seconda parte, prima con un assolo acido e poi con una coda molto movimentata, ancora grazie alla chitarra di Stephens. È quest’ultima tra l’altro che nel finale si prende la scena, coi suoi giri ben accoppiati alla batteria vorticosa di Whaley. Abbiamo insomma un’altra traccia ottima, allo stesso livello della precedente. Dopo due cover molto ben riuscite, è il turno di Doctor Please, traccia originale che purtroppo non lo è altrettanto. Dopo un suggestivo intro iniziale espanso – che porta alla mente quasi i primi esperimenti dei Black Sabbath, che però all’epoca nemmeno esistevano con questo nome – si sposta su una norma molto ossessiva. Il riffage di base, declinato sia in maniera distorta che pulita sotto alla voce di Peterson, non è malissimo in realtà: il problema è che poi tutto tende a perdersi nella psichedelia, con risultati alterni. A volte va anche bene, come nella progressione centrale, sempre più veloce ed energica, che colpisce a dovere; altrove però non va così di lusso, con troppi momenti che fanno perdere il filo alla musica e alla lunga stancano. Ne risulta un pezzo piacevole ma con troppi momenti morti e anche un po’ prolisso – visti anche i quasi otto minuti di durata: è insomma il punto più basso di Vincebus Eruptum.

Con Out of Focus i Blue Cheer si spostano ancora verso il blues, ma nel loro classico modo obliquo e poco rassicurante. È una traccia breve che per la maggior parte del tempo alterna strofe calme e chorus di poco più movimentati, oltre che catchy in una maniera più che discreta. A parte questo, c’è spazio soltanto per un assolo molto hendrixiano al centro, il passaggio più animato di tutto il brano. Nonostante la semplicità, però, abbiamo una pezzo godibile e avvolgente al punto giusto, forse il migliore tra quelli originali dei californiani nella scaletta: non sfigura troppo rispetto ai picchi del disco. La successiva Parchment Farm riprende stavolta un brano del pianista jazz Mose Allison: il suo lieve accompagnamento al pianoforte nelle mani del trio diventa veloce e duro, quasi un prodromo ai pezzi hard rock più scatenati che verranno poi. Ancora una volta, a spiccare è il lavoro di Stephens, che insieme al basso di Peterson crea un panorama energico, ben coadiuvato anche dalla solita voce estroversa del frontman in qualcosa di ottimo. Lo stesso vale del resto per la lunga parte centrale, più lenta e bluesy: suona anch’essa molto classica – per esempio, anticipa gli stacchi simili che poi useranno i Led Zeppelin. All’inizio il ritmo è lento e rarefatto sorregge l’assolo di chitarra,che pian piano tende a spegnersi; poi però il voltaggio ricomincia a salire, finché l’energia non esplode di nuovo per poi tornare alla sua forma precedente. Il risultato è ancora ottimo: forse non è molto gentile da dire, ma sembra quasi che all’epoca i Blue Cheer fossero più bravi a rileggere brani altrui che a comporre! A questo punto, Vincebus Eruptum è alla fine: c’è rimasto spazio solo per Second Time Around, che sin dall’inizio vede la guida solida di Whaley, sopra a cui Stephens propone un riffage dissonante, che da lontano ricorda persino il grunge (!). È una norma che spesso e volentieri si alterna con passaggi di chitarra solista: a tratti ripetono il riff, mentre altrove sono più psichedelici  e tendono un po’ a far perdere il filo al tutto – ma per fortuna il resto funziona bene. Degno di nota anche l’assolo di batteria al centro, non molto tecnico ma di buon intrattenimento, oltre che influente (è il capostipite delle varie Moby Dick, The Mule, Rat Salad e tante altre). Non male nemmeno il finale, lungo e caciarone ma senza dare troppo fastidio: conclude un brano più che discreto, non eccezionale ma all’altezza di chiudere un album simile.

Come già accennato, Vincebus Eruptum è il classico esempio di album il cui valore storico supera di gran lunga quello musicale. La sua qualità è buona, ma certo non trascendentale; il suo merito principale è invece di aver piantato i semi che poi svilupperanno i vari Led Zeppelin, Deep Purple, Black Sabbath, e poi chi li seguirà. E ciò a mio avviso è un ottimo motivo per avere quest’album nella propria collezione: anche se ami solo death e black metal (e i Blue Cheer ovviamente non fanno per te) credo che conoscere l’origine profonda del tuo genere preferito sia sempre un bene.

Voto: 78/100

Quasi cinquant’anni fa, il 16 gennaio del 1968, vedeva la luce Vincebus Eruptum dei Blue Cheer: come già spiegato, è il primo album hard rock della storia e pianta i semi per lo sviluppo seguente del genere. È proprio per celebrare la sua importanza che oggi Heavy Metal Heaven gli tributa questa recensione.
Mattia

Tracklist:

  1. Summertime Blues – 03:43
  2. Rock Me Baby – 04:18
  3. Doctor Please – 08:50
  4. Out of Focus – 03:52
  5. Parchment Farm – 05:48
  6. Second Time Around – 06:18

Durata totale: 33:49

Lineup:

  • Dickie Peterson – voce e basso
  • Leigh Stephens – chitarra
  • Paul Whaley – batteria

Genere: hard/ psychedelic rock
Sottogenere: hard rock classico
Per scoprire il gruppo: la pagina di Wikipedia inglese sui Blue Cheer

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