Scherer/Batten – Battlezone (2017)

Bentornati a tutti i nostri lettori. Quest’oggi abbiamo trovato una piccola chicca musicale che speriamo possa piacere a molti buongustai. Andremo infatti ad ascoltare e recensire Scherer/Batten, dinamico duo (contornato da altri abili musicisti come supporto alla creazione dei loro lavori) americano, e il loro album Battlezone, uscito il 22 settembre dell’anno appena passato.

Che dire di questo complesso? Già le basi sono ottime: da un lato Marc Scherer, uno che nel curriculum ha collaborazioni con Jim Peterik dei Survivor e Pride of Lions, e la virtuosa della chitarra Jennifer Batten, che ha accompagnato con la sua bravura Micheal Jackson in parecchi dei suoi tour mondiali e ha collaborato con artisti come Michael Sembello, Joe Diorio, Steve Trovato e Steve Lynch. Insomma, non due pischelli che suonano agli angoli delle strade, ecco. New York e Chicago che si incontrano.

Battlezone è un album composto da undici tracce che rientrano appieno nell’etichetta melodic rock più che in quella di heavy metal, anche se questo elemento non è completamente assente in tutta l’opera. A livello di qualità, le prime tracce risultano essere molto più valide, senza nulla togliere al resto dell’album. Il punto di partenza è segnato dalla traccia Crazy Love: l’inizio si presenta interessante con una chitarra che ricorda i vecchi classici melodici e un bel lavoro di Jennifer Batten sulla sezione iniziale. La voce di Scherer ben si mescola all’insieme e ci ricorda un po’ le migliori band del genere degli anni 80’/inizi ‘90. Ottimo anche il lavoro su tastiere e chitarre secondarie. La voce non risulta cavernosa, ma anzi presenta degli ottimi arrangiamenti, in particolare sul ritornello in combinazione con le seconde voci. La bravura della chitarrista è notevole, e lo si nota soprattutto per il fatto che lo strumento ben si combina nelle sezioni strumentali ma non cerca di soverchiare il lavoro degli altri strumenti, come il basso. A seguire, troviamo Rough Diamond, dove ci viene presentato un maggior gioco iniziale sul basso già dall’inizio. Le atmosfere create sono differenti rispetto alla traccia precedente, ma con elementi di continuità, come i giochi sulle voci secondarie o le tastiere. Lo stacco dalla canzone precedente non risulta troppo aggressivo ma, anzi, la transazione è riuscita perfettamente. L’ascoltatore non può fare a meno di pensare a gruppi come i Survivor mentre ascolta la parte iniziale di quest’album.

In What Do You Really Think, la batteria ben si fa notare soprattutto nell’attacco. Siamo molto più proiettati verso gli anni 80’ più che i 90’ e il complesso ha già fatto capire i tratti fondamentali delle proprie creazioni in cui il proprio melodic rock mostra un’ottima alchimia. Cosa ne consegue? Che nessun strumento sembra portare pesantezza generalizzata e si presenta come una zavorra che pesa sull’equilibrio musicale totale. Potremmo benissimo immaginarci sfrecciare a tutta velocità in autostrada fomentati da questa canzone. D’altronde, quando una band sforna creazioni così godibili, è già a metà dell’opera. Con The Sound of Your Voice forse potremmo anche azzardare che le prime note di tastiere richiamano Pinball Wizard degli Who, però virano quasi subito in un’eccellente sezione di chitarra. Bella anche la modulazione alto/basso presentata a livello vocale. Finora questo album non ci sta deludendo per niente: presenta moltissime sfaccettature basate sugli stessi elementi, il che rende tutta la struttura dell’album molto più complessa e l’ascoltatore si ritrova a non annoiarsi praticamente mai. I toni sono meno acuti rispetto alle tracce precedenti, ma il lavoro sulle tastiere è sicuramente eccellente. I virtuosismi chitarristici di Batten sono precisi e perfetti al millimetro, con sezioni di chitarre che non sono troppo lunghe e ben forniscono il supporto necessario nelle varie parti della traccia. Anche la batteria fornisce uno scheletro eccellente all’impianto ritmico.
Battlezone mostra distorsioni chitarristiche che iniziano un po’ bruscamente questo brano rispetto al precedente. Ritornano i ritmi più accelerati e compaiono sezioni più “heavy” rispetto ai primi brani, grazie al basso e alla chitarra. Tuttavia, nonostante la bravura del complesso, questo brano risulta essere leggermente più debole caratterialmente. La voce principale non vacilla un attimo e gioca molto di più sulle altezze invece che sulle tonalità più basse. In It Cuts Deep l’atmosfera iniziale è completamente diversa. Ormai dobbiamo abituarci alla presenza di questi bruschi cambiamenti di atmosfere che la band ci propone ogni due/tre tracce. Come a creare una sorta di trance iniziale, le musicalità si fanno pseudo distorte e ipnotiche, con la batteria che pian piano comincia a fornire il ritmo al brano a suon di piatti. La fine del motivetto termina con una sferzata chitarristica della Batten che ben lega la prima sezione della traccia alla successiva, mostrando ancora una volta lo spettro delle sue capacità. I ritmi ritornano più rallentati, cadenzati, modellati secondo l’andare della voce principale che, come sempre, viene ben supportata dalle voci secondarie sui ritornelli. Il motivetto iniziale non scompare del tutto, ma spunta qua e là come sessione di transizione tra una parte e l’altra del brano e leggermente nella parte finale, sparendo per lasciar spazio alle ultime note di chitarra. Con The Harder I Try il duo ci mostra una traccia un po’ più debole rispetto alla precedente. I ritornelli riprendono alcuni aspetti del brano precedente, tuttavia il fattore nuovo presente è il sax che, nelle sue caratteristiche, controbilancia la spigolosità data dalla chitarra e in parte dalle voci. L’atmosfera generale risulta nel complesso più angosciata rispetto ai brani precedenti.

In Dreaming with My Eyes Wide Open, la tastiera risulta essere più presente. I toni sono sicuramente più decisi rispetto alla traccia precedente e le chitarre lavorano producendo suoni più ruvidi. La sezione dei ritornelli è migliore rispetto al brano precedente, decisamente più melodica e più coinvolgente grazie al lavoro vocale. La terzultima traccia è Space and Time: comincia tutto con la chitarra, lievemente accompagnata dalla batteria, che accarezza l’udito dell’ascoltatore nella parte iniziale. I ritmi sono di poco più lenti rispetto alla voce precedente, tuttavia aumentano di velocità e intensità in zona ritornello. Le sezioni delle strofe sono meno affollate, con soprattutto la chitarra, la batteria e la voce principale a farsi sentire, in particolar modo in coda alla traccia, dove i virtuosismi vocali si intrecciano a quelli strumentali per dare spazio a quelli chitarristici che chiudono il tutto. In Tender Fire è la chitarra che dà inizio a tutto, insieme alla batteria e alle tastiere in secondo piano che si pongono in maniera meno marcata. In questa traccia pian piano nella sezione delle strofe va a crearsi un certo senso di attesa nell’ascoltatore, che rimane lì, in bilico, pronto a sente divampare il ritornello come puntualmente accade. La tastiera fa un ottimo lavoro proprio nell’ ampliare questo senso di suspense. La chitarra, d’altra parte, risulta meno prepotente e, insieme agli elementi precedentemente descritti, ritorniamo decisamente a un feedback positivo a livello qualitativo, visto che le tracce precedenti Tender Fire non avevano lo stesso impatto delle prime ascoltate.

Con All Roads ci avviamo ormai alla fine dell’album. Il complesso ci presenta ritmi rallentati e quel senso da canzone che all’inizio sembra il giusto sottofondo mentre si ritorna a casa la sera. I ritornelli, oltre ad esprimere appieno il melodico, sfiorano quasi il molto pomposo, come a dare un addio con i fiocchi da parte della band con questa stessa traccia. Ed è sulle note virtuose della chitarra in particolare, segno distintivo di questo lavoro, che viene dato l’addio.

Per tirare le somme, Battlezone è un lavoro di alta qualità sin dalle sue basi, frutto di un connubio di singoli strumenti che sanno lavorare assieme per creare qualcosa di unico e che può distinguersi dalle masse. Sia la voce di Scherer che l’abilità alla chitarra della Batten sono di altissimo livello, e ciò è visibile in ogni singola traccia in cui è palese come il duo sia stato capace di contornarsi di artisti talentuosi per tradurre la propria visione in musica. Unica pecca che non ci permette di dare un 100/100 a questo album sono alcuni brani che si presentano più deboli rispetto ad altri, soprattutto a confronto con le scoppiettanti tracce iniziali, però è qualcosa su cui si può glissare senza problemi per godersi a pieno le atmosfere evocate.

Voto: 90/100

Valetrinity

Tracklist:

  1. Crazy Love –  04:22 
  2. Rough Diamond –  04:05 
  3. What Do You Really Think –  04:14 
  4. The Sound of Your Voice – 05:14 
  5.  Battle Zone – 04:30 
  6. It Cuts Deep – 05:59 
  7. The Harder I Try – 04:58 
  8. Dreaming With My Eyes Wide Open – 04:06 
  9. Space and Time – 04:43 
  10. Tender Fire – 05:30 
  11.  All Roads – 04:47

Durata totale: 52:28

Lineup:

  • Marc Scherer – voce
  • Jennifer Batten – chitarra
  • Mike Aquino – chitarra (guest)
  • Dave Carl – chitarra (guest)
  • Jim Peterik – chitarra e tastiera (guest)
  • Christian Cullen – tastiere (guest)
  • Chris Neville – tastiere (guest)
  • Barb Unger – tastiere (guest)
  • Klem Hayes – basso (guest)
  • Bill Syniar – basso (guest)
  • Ed Breckenfield – batteria (guest)
  • Dave Kelly – batteria (guest)

Genere: hard rock
Sottogenere: melodic hard rock
Per scoprire il gruppo: lo spazio dedicato a Scherer/Batten sul sito dell’etichetta MelodicRock Records

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