Ah Ciliz, Chiral – Origins (2017)

Per chi ha fretta:
Origins (2017), split album tra la one-man band piacentina Chiral e gli americani Ah Ciliz, è un lavoro più che interessante per i fan dell’atmospheric black metal moderno. Parliamo di due band molto valide, che nei diciotto minuti a testa mostrano ottime qualità sotto ogni punto di vista. Forse la parte migliore è quella degli statunitensi, con due ottimi brani (soprattutto la splendida People of the Stars, pezzo migliore dello split) e il bellissimo interludio ambient Moonlight in Night Season.Anche la frazione del progetto nostrano però non è malaccio: A Feeble Glare of Autumn è una strumentale breve ma ottima, e anche Queen of the Setting Sun, per quanto abbia qualche difetto, incide a dovere. Il risultato è che Origins è uno split album molto valido, di sicuro interesse per i fan dell’atmospheric black metal più avvolgente e ricercato!

La recensione completa:
Se segui Heavy Metal Heaven da almeno un po’ di tempo, di sicuro conoscerai il progetto Chiral. Nel corso degli anni, ho recensito molti degli album di questa one-man piacentina guidata dal musicista omonimo (al secolo Matteo Gruppi); peraltro, è stato un piacere. La sua carriera si è distinta non solo per la prolificità di uscite, ma anche per la qualità: nessuno tra i suoi album che ho ascoltato era meno che buono. Non potevo quindi farmi sfuggire la sua ultima uscita Origins, split album uscito lo scorso sei novembre sotto Hypnotic Dirge Records/Throats Productions e condiviso con gli Ah Ciliz. Duo proveniente dagli Stati Uniti, possono vantare una discografia non densissima ma importante, con quattro full-lenght all’attivo dal 2008 (anno della fondazione) a oggi. Ma il particolare che li accomuna di più a Chiral è il genere: nonostante qualche ovvia differenza tra i due, siamo sempre nei dintorni del black metal atmosferico moderno, quello più ricco e caldo. Entrambe le band inoltre lo interpretano in maniera competente e interessante: le due metà di Origins – quasi uguali nella durata, che si aggira intorno ai diciotto minuti a testa – sono entrambe di gran interesse. Come leggerai, si tratta in effetti di uno split più che valido per un fan di questo sottogenere.

La prima parte di Origins è occupato dagli Ah Ciliz: il loro black metal è grezzo ma al tempo stesso melodico, pieno e ricercato, con tanti effetti speciali e molti cambi di tempo. Il tutto è funzionale ala creazione di belle atmosfere, ricche e avvolgenti, a cui non manca mai l’oscurità, ma nemmeno un certo pathos. La loro frazione comincia da Cascadia, che fin dal titolo descrive benissimo il suo contenuto. Un breve intro classico, col suono di una campana e di vento, poi entra in scena una traccia vorticosa e cupa, ma anche calda. Lo è sia nella nelle fughe che spuntano qua e là, martellanti ma senza perdere un tocco di colore e di pathos, sia nella norma principale, con un riffage ossessivo e potente ma anche accogliente. Oltre allo scream del cantante belga Boris, di solito più sofferto che feroce, contribuiscono a questo soprattutto gli ottimi assoli: a volte sono veloci e danno al tutto un tocco quasi fantasy, altrove invece rallentano ed evocano malinconia. Quest’ultima domina anche la parte centrale: all’inizio è molto rarefatta, un brano post-rock con echi neofolk. Poi però si torna a crescere con una tristezza alienata e carezzevole, finché la falsariga principale non torna, più profonda e cupa di prima ma senza perdere la ricercatezza e lo spessore emotivo precedente. È un finale un pelo prolisso ma in fondo valido per una traccia di qualità elevata. La successiva Moonlight in Night Seasons svolta su suoni più tranquilli e rarefatti: all’inizio in scena c’è una tastiera quasi da film vintage, cupa ma malinconica, insieme a vari suoni ambientali. Ciò però non dura: presto in scena giungono gli arpeggi di chitarra folk e un synth placido, che a tratti (specie all’inizio) assume il suono dell’organo. Sono la base per buona parte della traccia, nostalgica e tranquilla, grazie anche ad arrangiamenti riusciti qua e là: per esempio, qualche passaggio di pianoforte oppure i brevi ritorni della norma già sentita all’inizio. La variazione più grande è però al centro, con una frazione a tinte ambient venate di post-rock, prima che la norma precedente torni in una versione anche più intimista e tranquilla. Il risultato è un affresco immaginifico, che fa ben visualizzare in mento dei paesaggi notturni di foreste avvolte nella calma e nella penombra della luce lunare: anche se in fondo è solo un interludio, la qualità è altissima!

People of the Stars è l’ultimo brano della frazione di Ah Ciliz: forse anche per questo, se la prende molto con comodo ad andare al punto. Un intro a tinte folk preoccupate – che ricorda da lontano persino i primi Opeth – cresce pian piano con l’arrivo in scena di melodie di chitarra distorta e della batteria del mastermind Elmer. Si arriva così prima a un breve intermezzo incalzante a tinte quasi metal classico se non fosse chitarra acustica ancora in scena e per le cupe tastiere, poi tutto esplode. Ci ritroviamo allora all’interno un pezzo black metal vorticoso e frenetico, ma con al tempo stesso un bel carico di melodia, dato soprattutto dalla chitarra, sempre in primo piano coi suoi fraseggi malinconici, che insieme allo scream di Boris danno al tutto quasi un tocco depressive. Questa norma si alterna abbastanza spesso con dei rallentamenti ancor più riflessivi e melodici, in cui spesso gli assoli di Elmer sono ancora più protagonisti – anche se a volte è una tastiera quasi spaziale ad animarli. In ogni caso, entrambi si uniscono bene a formare un panorama davvero efficace, soprattutto a livello emotivo. Merito anche di variazioni ben studiate: quella che salta di più agli occhi è per la al centro, molto soft e in cui la tastiera e una lieve chitarra pulita creano un’impalcatura ricercata. È il preludio per la ripresa del metal, che tuttavia prima della norma principale ritorna a qualcosa di quasi classico, con un altro assolo di qualità assoluta – che poi farà bella mostra di sé anche nella parte finale, ancora più splendente.  Tutto sommato, abbiamo insomma un pezzo grandioso, che colpisce sia per melodie e per impatto che per emozioni sprigionate: è quasi senza dubbio il picco assoluto dell’intero Origins!

A questo punto, è giunto il turno di Chiral, che per l’occasione ha preparato una piccola sorpresa. I due brani che compongono la sua parte risalgono a un periodo precedente al capolavoro Night Sky, e si sente: il loro black metal è un po’ più rarefatto, grezzo e spigoloso rispetto a quanto sentito in passato, con persino qualsiasi contatto col depressive. Di sicuro lo è di più che nei due full-lenght precedenti: è buffo notare tra l’altro che con la sua ricercatezza gli Ah Ciliz siano stilisticamente più vicino a questi ultimi di Chiral! In ogni caso, questa natura grezza si trasferisce anche alla registrazione, che è un po’ sporca: in fondo però è l’unico vero difetto di questa frazione, mentre per il resto il talento del progetto emiliano è immutato. Lo si sente bene già da A Feeble Glare of Autumn, breve strumentale che comincia veloce e preoccupata.  Nella sua evoluzione, attraversa una buona varietà di passaggi: alcuni sono più rapidi e potenti, ma senza perdere la melodia melanconica di chitarra, sempre alla guida anche nei tratti più lenti e riflessivi. Questa impostazione scompare solo al centro, per una frazione più cupa e arcigna, con tastiere cosmiche che la rendono anche più fredda. Ma il calore torna con il ritorno della norma precedente, vorticosa e piena, con un riffage più variegato e una natura più variopinta – come nel finale, con venature elettroniche che poi prendono il sopravvento nel breve outro a tinte ambient/new age. Sarà pure solo una sorta di intro per la traccia successiva, ma è comunque ottimo!

Anche Queen of the Setting Sun se la prende con moltissima calma a entrare nel vivo: all’inizio è un pezzo ambient molto rarefatto. Poi invece si trasforma in qualcosa di giusto poco più denso ma calmo, a tinte depressive rock, con una chitarra quasi drone alle spalle dei sussurri di Chiral e poi dei cori. Si devono però aspettare quasi due minuti perché il brano entri nel vivo, virando su un black metal graffiante e dilatato, cupo e quasi freddo, incolore – in una maniera che sembra voluta. Solo ogni tanto qualche passaggio più melodico – con lo spuntare di un lead oppure col riffage che si fa più ospitale – aggiunge alla formula un pizzico di malinconia. Il tutto però rimane molto oscuro, specie nella sua evoluzione tortuosa, che pian piano rende il tutto sempre più nervoso e lugubre, attraverso ritmiche sempre più vorticose e cupe, e a piccoli elementi che ne arricchiscono il tessuto elementare, come il mastermind che passa a un growl basso. È una progressione coinvolgente, anche se ogni tanto tende un po’ a perdersi: il vero spettacolo comincia invece al centro. È qui che il metal lascia spazio a una lunga frazione ambient: in principio sono presenti solo dei cori, ma quasi subito si arricchisce di una lontana chitarra pulita. È questa che, pian piano, guida la musica verso il ritorno all’origine: prima si distorce ma rimane melodica, e poi si raddoppia, con un bel lead che arricchisce il tutto di nostalgia e ricercatezza. Sembra quasi che la melodia debba ancora durare molto quando invece la musica vira di nuovo su una norma graffiante e aggressiva, ma una certa tensione emotiva permane e si sviluppa poi nella progressione successiva. Parliamo sempre di black metal, ma intenso e mogio, di gran tristezza, quasi depressive ma più caldo della media del genere. Che sia un momento lacrimevole e lento, una nuova fuga oppure la frazione quasi alla fine, che col suo andamento “stop and go” risulta lancinante, è una frazione che avvolge molto bene e funziona a meraviglia fino al vorticoso e intenso finale – seppur la conclusione vera e propria sia un breve outro che riprende quella della traccia precedente. È la seconda parte in crescendo di un pezzo che nel complesso non è il meglio che la one-man band piacentina abbia fatto. Forse da uno col suo talento ci si può aspettare di più: ciò non toglie che è lo stesso molto buono e non stona in chiusura di uno split di questo livello.

Per concludere, pur non essendo perfetto, Origins mette in mostra lo stesso due ottimi gruppi: è l’ennesima conferma del talento di Chiral e mi ha permesso di conoscere un altro gruppo valido come gli Ah Ciliz. Ecco perché sono convinto che se sei un fan dell’atmospheric black metal moderno dovresti dare a questo split almeno una possibilità: di sicuro lo troverai di tuo interesse!

Voto: 85/100

 
Mattia
Tracklist:
  1. Ah Ciliz – Cascadia – 06:51
  2. Ah Ciliz – Moonlight in Night Season – 04:46
  3. Ah Ciliz – People of the Stars – 07:17
  4. Chiral – A Feeble Glare of Autumn – 03:48
  5. Chiral – Queen of the Setting Sun – 15:11
Durata totale: 37:53
Lineup: 
Ah Ciliz:
  • Boris – voce
  • Elmer – tutti gli strumenti
  • Deadly Carnage – batteria (traccia 1)
Chiral:

  • Chiral – voce, tutti gli strumenti
Genere: black metal
Sottogenere: atmospheric black metal (Ah Ciliz, Chiral), melodic black metal (Ah Ciliz)

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