Stygian Fair – Into the Coven (2017)

Per chi ha fretta:
Gli svedesi Stygian Fair sono un gruppo ancora immaturo ma interessante, come dimostra il loro EP d’esordio Into the Coven (buono nonostante una copertina discutibile). Il genere della band è ispirato ai grandi nomi dell’heavy e del doom metal classici, ma non si limita a copiarli: li ripropongono in una chiave che più che agli anni ottanta guarda ai settanta, richiamati dalla registrazione vintage e dagli influssi hard rock. Contribuiscono poi al fascino del genere del gruppo forti influssi epic e un bel songwriting, che non rischia mai l’omogeneità. Dall’altro lato, il gruppo pecca un po’ di ingenuità, che fa perdere alla sua musica un po’ di appeal – ma mai in maniera eccessiva. Di solito anzi la scaletta è di alto livello: lo dimostrano canzoni come la magica opener By the Gallows, la epica e malinconica Waltz of the Sea Monk e la variegata closer-track Disarray. E così nonostante i suoi problemi – che gli Stygian Fair dovranno risolvere – Into the Coven è un buon EP, che promette bene per il futuro.

La recensione completa:
“Mai giudicare un libro dalla copertina”: questo vecchio adagio funziona molto bene se applicato a Into the Coven, EP d’esordio degli svedesi Stygian Fair uscito nello scorso mese di settembre. Guardando solo all’artwork, non sembra granché: non solo il dipinto scelto – “Cimitero nella neve” del pittore tedesco dell’ottocento Caspar David Friedrich – è stato già usato in tanti dischi metal, ma anche il logo e il titolo sono un po’ disarmonici. Eppure, la musica di questo quartetto di  Umeå è più interessante di quanto possa sembrare: mescola l’heavy metal più classico con un doom altrettanto tradizionale e a volte anche con un bel piglio epic. All’interno di Into the Coven si possono sentire echi dei Solstice come degli Warlord, passando per Angel Witch, Saint Vitus, Witchfinder General fino a raggiungere gli Iron Maiden più melodici e i Cirith Ungol. Ma gli Stygian Fair non si limitano a copiare questi grandi nomi: li rileggono anzi in una chiave che più agli anni ottanta guarda al decennio precedente: ciò avviene a cominciare dalla registrazione, molto vintage. Unendo a ciò anche qualche influsso hard rock, Into the Coven sembra il parto di una di quelle oscure band metal americane sparite nel nulla dopo aver pubblicato qualche album alla fine degli anni settanta. È proprio questo a costruire il fascino degli Stygian Fair, insieme ai già citati influssi epici e soprattutto al songwriting: gli svedesi hanno le idee chiare e una buona consapevolezza. Ciò si esplica in pezzi con buone melodie e mai omogenei: ognuno ha la sua personalità ben delineata. Dall’altro lato, è vero che Into the Coven non è esente da alcune pecche: ogni tanto sono presenti alcune ingenuità e qualche cliché di troppo, il che fa perdere a tratti la direzione alla musica degli Stygian Fair e ne limita l’efficacia. In fondo non sono difetti castranti, dato che l’EP funziona anche così; tuttavia, sono convinto che gli svedesi dovranno risolverli in futuro per sfruttare a pieno le loro (ottime) potenzialità.

Un breve intro di suoni scricchiolanti, poi By the Gallows comincia subito potente e cupa, con un riffage a metà tra doom e heavy che già illustra al meglio il suono degli Stygian Fair. La canzone però non si ferma qui: presto cominciano ad alternarsi con strofe animate e leggere, con riff quasi assenti sostituiti da incroci molto maideniani, e i ritornelli. In questi ultimi la musica rallenta e si potenzia, ma al tempo stesso diviene catturante, grazie alla melodia vocale di Pontus Åkerlund e a un tono evocativo, magico. Completa il quadro la parte solistica centrale, che pende ancora sul lato più melodico del brano e pur senza strafare avvolge molto bene.  È un altro ottimo punto a favore di una traccia semplicissima ma ottima, già da subito tra i picchi dell’EP. La successiva Vessel pende quindi sul lato più epic e doom di Into the Coven: lo fa sin dall’inizio, con le ritmiche di base cupe e profonde, oltre che incalzanti e battagliere. A questa base si accoppiano a tratti lead lontani, dal vago retrogusto persino esotico, oppure la voce del frontman nelle strofe, eterea e solenne. Tra questi vari passaggi la base varia ma in fondo non di troppo: solo più avanti spuntano prima dei brevi punti ancora maideniani, preludio a refrain più calmi in principio, mentre poi riprendono le chitarre lontane già sentite in precedenza. Il tutto è abbastanza schematico e ripetitivo, ma senza che dia troppo fastidio: l’atmosfera evocativa ma al tempo stesso delicata compensa, e qualche bella frazione – come quella tranquilla al centro – fa il resto. Abbiamo perciò un altro pezzo molto buono, non troppo lontano dal precedente! A questo punto la scaletta cambia ancora direzione con Stygian Fair, traccia veloce e arcigna con meno influssi doom e più da heavy metal. Questa è la natura delle lunghe cavalcate che costituiscono lo scheletro principale del brano, prima che il gruppo omonimo viri su brevi ritornelli più melodiche ma striscianti e obliqui. È un connubio che funziona abbastanza bene; lo stesso si può dire della solita frazione melodica al centro, molto semplice ma ben integrata nel resto. È un ulteriore punto forte per un episodio che forse non sarà eccezionale ma risulta ancora di buona qualità.

Endgame è un pezzo strano: dopo un inizio intricato, quasi progressive, si stabilizza su un’impostazione placida, melodica e lenta, ma anche con una forte inquietudine di sottofondo. Questa falsariga si alterna di tanto in tanto con refrain più potenti e pestati,che hanno però un importante difetto: la loro atmosfera è un po’ sottile, quasi insipida, e in generale mancano di mordente. È un bel problema per una traccia per il resto molto buona, specie nella parte centrale, divisa a metà tra un assolo ossessivo e nervoso e una seconda sezione doomy e possente. È il momento migliore di un brano che nonostante la pecca risulta piacevole, seppur sia anche il meno bello dell’intero Into the Coven. Per fortuna quest’ultimo si ritira su ora alla grande con Waltz of the Sea Monk: si parte da un intro tranquillo, in cui già gli Stygian Fair illustrano il tema principale. È da qui che emerge un brano ancora molto placido, mogio, ma siamo ancora all’inizio: presto il batterista Per-Olov Jonsson porta la musica su qualcosa di più movimentato, e anche un pelo sinistro. Questa impostazione si alterna spesso con momenti più lenti e doomy: lo sono sia i bridge, cupi e tristi oltre che caotici – ma è una confusione voluta e avvolgente – sia i ritornelli, che tornano al tema iniziale e all’ordine, e con la loro infelicità sono da brividi. Ottima anche la solita parte centrale, cadenzata e cupa, a tinte ancora doom, con un bell’assolo e nel finale anche dei cori a sottolinearne l’aura decadente eppure maestosa. È la quadratura di un cerchio splendido, il miglior episodio dell’EP con la opener! A questo punto, siamo agli sgoccioli: la conclusiva Disarray comincia con un tono da hard rock sabbathiano, ma poi vira su una norma più energica e orientata verso l’heavy metal. Il suo riff fa da base a buona parte delle strofe, declinato a volte in maniera più classica, a volte invece con più potenza e un pizzico moderno – ma senza che il suono vintage venga mai meno. A tratti però si aprono anche dei ritornelli che perdono in potenza e vedono un florilegio di chitarre in sottofondo a un Åkerlund molto melodico, per un effetto di gran malinconia. Stavolta inoltre gli svedesi variano di più la formula: per esempio la parte centrale stacca di più dal resto, accelerando e proponendo una norma a metà tra qualche pulsione rock e ritmiche NWOBHM. È una bella fuga, che non solo non stona col resto, ma avvolge bene; lo stesso si può dire del finale, che mescola le varie suggestioni sentite nella traccia in qualcosa di preoccupato, con un bel pathos. Sono tutti buoni arricchimenti per un bel pezzo, a poca distanza dai picchi del disco che chiude.

Per concludere, gli Stygian Fair sono un gruppo ancora immaturo, e devono fare ancora un po’ di strada e crescere per dire la loro. Ma pur non essendo innovativo, il suono proposto in Into the Coven è interessante: qualcosa non da poco, in un mondo in cui molti ormai si accontentano di suonare sterili e derivativi. Per quanto mi riguarda, perciò, gli svedesi sono una band da tenere d’occhio.

Voto: 70/100 (voto massimo per gli EP: 80)

 
Mattia
Tracklist:
  1. By the Gallows – 04:32
  2. Vessel – 04:31
  3. Stygian Fair – 03:34
  4. Endgame – 04:24
  5. Waltz of the Sea Monk – 05:49
  6. Disarray – 06:05
Durata totale: 28:55
Lineup:

  • Pontus Åkerlund – voce
  • Emil Holmqvist – chitarra
  • Anders Hedman – basso
  • Per-Olov Jonsson – batteria
Genere: heavy/doom metal
Sottogenere: epic metal

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