Dragonhammer – Obscurity (2017)

Per chi ha fretta:
Obscurity (2017), quarto lavoro dei romani Dragonhammer, è un lavoro interessante anche a dispetto di qualche pecca. Il power metal del gruppo, classico ma con qualche influsso epico (proveniente dagli esordi della band) e progressivo è ricercato, ben fatto e incide con la sua vela malinconica. Dall’altro lato però il disco soffre di qualche difetto: quello principale è proprio l’eccessiva aderenza dei capitolini al power più tradizionale, il che a volte li fa suonare un po’ scontati. Un altro problema è la scaletta un po’ ondivaga: se brani come Brother vs Brother, Children of the Sun e la title-track sono picchi di alta qualità, altri come The Town of Evil e Remember My Name abbassano un po’ il livello generale. Ma in fondo, sono problemi che non limitano troppo Obscurity: è lo stesso un album onesto e buono, adatto per i fan del power metal della vecchia scuola.

La recensione completa:
Anche se sei un appassionato di power metal, non è detto che tu conosca i romani Dragonhammer. Nati a Roma nel 1999, sono stati sempre una band di seconda linea, con una carriera non molto prolifica alle spalle e a cui è mancato il capolavoro – seppur la loro musica sia sempre stata piacevole e onesta. Forse neanche io li conoscerei, se non fosse per un fatto che con la musica non ha molto a che fare. Era il 2016, nel periodo degli eventi principali del terremoto del Centro Italia: un po’ per la paura, un po’ per la consapevolezza che a noi del nord delle Marche era andata meglio che altrove, ero desideroso di dare almeno un piccolo aiuto a soccorritori e terremotati. Così, quando ho scoperto che questa band fino ad allora mai sentita metteva in vendita un suo album e avrebbe dato il ricavato in beneficenza, ne ho approfittato: quel disco era proprio The Blood of the Dragon, esordio dei Dragonhammer datato 2001. È stato anche per il ricordo di questa iniziativa che più di recente ho accettato con entusiasmo di recensire il quarto album dei capitolini, Obscurity, uscito sotto My Kingdom Music lo scorso ventisette ottobre. Ma a motivarmi ha contribuito anche la qualità dell’album: si tratta di un lavoro ben scritto e suonato, ricercato, con buoni spunti e una bella vena malinconica spesso e volentieri in scena. Rispetto all’esordio, coi suoi toni epici e “rhapsodiani”, quello dei Dragonhammer odierni  è un power più classico, ma qualche residuo del passato rimane ancora. In più, Obscurity è presente anche qualche altro influsso, per esempio dal progressive. Certo, non tutto è perfetto: l’album per esempio ha una scaletta con diversi alti ma anche qualche basso. Il tallone d’Achille principale dei Dragonhammer è però l’eccessiva aderenza ai cliché del genere, che ogni tanto fa suonare Obscurity un po’ banale e stereotipato. Ma in fondo, nessuno dei due limita troppo un album che, come scoprirai nel corso della recensione, risulta buono e godibile il giusto.

La musica comincia da Darkness is Coming: è il più classico dei preludi, con percussioni sintetiche che reggono tastiere molto placide ma con un vago tono oscuro. Ciò pian piano si addensa, finché il punto di rottura giunge con The Eye of the Storm, che esplode con un giro di tastiera molto da power melodico di stampo scandinavo. È un buon preambolo per una traccia che poi si sviluppa in maniera tradizionale, con strofe prima tranquille, poi più rocciose ma senza perdere una certa nostalgia. Questa domina anche nei ritornelli, vorticosi ma melodici e catchy, nonostante un certo senso di già sentito e anche un pelo di mancanza di grinta freni un po’ la loro resa. Completa il quadro un assolo centrale diviso a metà tra le chitarre e la tastiera di Giulio Cattivera, che ricorda un po’ i Sonata Arctica. In ogni caso, entrambi funzionano bene, e arricchiscono un  brano non eccezionale ma di discreta qualità, che apre l’album a dovere. Tuttavia, è un’altra storia con Brother vs Brother, che prende vita da un riffage di influsso heavy/speed power che dà al tutto una notevole potenza. È la stessa norma che regge anche ritornelli tesi, battaglieri ed esplosivi, ma che brevi stacchi e la voce di Max Aguzzi riescono a rendere intensi e profondi, un contrasto che rende a meraviglia. Funzionali al contesto sono anche le strofe, semplici e dirette: colpiscono bene anche se sono rarefatte e poco potenti. Chiude il quadro una lunga sezione centrale tradizionale all’estremo ma incalzante e avvolgente: è la ciliegina sulla torta per un episodio ottimo, uno dei picchi assoluti di Obscurity! La successiva Under the Vatican’s Ground parte da un attacco lento e quasi progressivo, che ha già in sé una certa solennità – quella che poi domina anche nel resto del pezzo. È una presenza costante sia nelle lunghe strofe, leziose ma avvolgenti e con un incedere incalzante, sia nei chorus, più rutilanti ed esplosivi, con un vago tono epico che li rende coinvolgenti. Ancora una volta, la struttura è lineare: come variazione c’è posto solo per un altro assolo intricato e vorticoso, che macina per un lungo tempo, riprendendo a tratti anche influssi prog, per poi spegnersi nel vuoto. Poi la canzone riparte con un’evoluzione sempre più intensa: è il momento più incisivo di un pezzo piuttosto buono.

Anche l’attacco di The Game of Blood ha un retrogusto dal power metal primigenio, che poi rimane in scena anche all’entrata nel vivo. Le strofe sono veloci, vorticanti e nervose, nonostante Cattivera e la voce di Aguzzi diano loro un tocco di ricercatezza in più. La scena si fa ancora più tesa per bridge arcigni, ma poi si aprono ritornelli liberatori e al tempo stesso mogi, disperati: non sono troppo catchy, ma colpiscono bene con questo tono particolare. Buona anche la parte centrale: pur essendo diversa dal resto, coi suoi toni più pesanti e aggressivi e il suo suono più scarno, la potenza e la bontà degli assoli compensano bene e le consentono di integrarsi bene nel brano. Si tratta di un altro punto di forza per una traccia valida, poco lontana dal meglio di Obscurity. La successiva The Town of Evil si avvia con una norma strana, oscura e lenta, addirittura di retrogusto doom se non fosse per l’elettronica alle spalle del riff. In parte questa essenza si perpetra anche quando il brano accelera e si potenzia, diventando una cavalcata power vorticosa con influenze thrash nelle ritmiche di Aguzzi e Flavio Cicconi che la rendono più cupa e possente. Si tratta di un’ottima norma: purtroppo lo stesso non si può dire lo stesso dei ritornelli, molto più armoniosi ma che non colpiscono granché. Né la melodia vocale del frontman né i fraseggi alle sue spalle hanno molto carisma, anzi suonano scontati e ammosciano un po’ il brano. Non basta nemmeno la solita buona parte centrale – in questo caso più macinante e aggressiva del solito – per tirare su un pezzo piacevole ma che risulta tra i meno riusciti nel disco. Giunge quindi Children of the Sun: dopo un inizio scoppiettante, quasi allegro e trionfante, si incanala su una norma mogia e sottotraccia. Così sono le strofe, divise a metà tra momenti più aperti e vuoti e altri più macinanti ma sempre piuttosto seriosi, con un riffage che ricorda certe cose dei Masterplan. La musica sale quindi per bridge più espressivi, quasi romantici: è il preludio a ritornelli esplosivi, che riprendono la norma iniziale e la rendono più efficace e catchy, ma senza lasciar da parte una certa malinconia, sempre palpabile. Bella anche la parte centrale: se la seconda metà è ancora power metal al cento percento, incide ancor meglio la prima, in cui la chitarra disegna fraseggi spaziali ed eterei. Il risultato è un brano davvero eccellente, che entra senza fatica tra i picchi di Obscurity.

Con Fighting the Beast, i Dragonhammer tornano a correre: all’inizio le ritmiche tipiche del power, ben sostenute dal doppio pedale del solido Andrea Gianangeli, duettano con le melodie della tastiera. Questa norma regge anche ritornelli che ne accentuano il lato più eroico e maschio, per un risultato che ricorda gli esordi dei romani e incide molto bene. Meno pestate sono invece le strofe, nervose ma sottotraccia e che tendono a rallentare e a caricarsi di pathos, fino ad arrivare a bridge ancora più statici e aperti, ma rilevanti dal punto di vista emotivo. È la ragione per cui entrambe le parti svolgono bene il loro lavoro; vale lo stesso del resto per quanto riguarda poche variazioni che appaiono qua e là. Ne risulta un brano molto lineare e tradizionale, che però colpisce alla grande. A questo punto, tutto rallenta per Remember My Name: è l’unica ballata del disco e si muove nel solco tradizionale di questo tipo di pezzi – anche troppo. Le strofe con l’arpeggio di chitarra e lievi orchestrazioni – a cui poi si unisce la sezione ritmica – sono qualcosa di sentito mille volte, e risultano piuttosto insipide. Va un po’ meglio coi refrain, in cui Aguzzi e gli strumenti alle sue spalle riescono a dare un certo pathos – ma di certo non sono eccezionali, né tantomeno si evitano di suonare scontati. L’unico momento davvero buono è sulla tre-quarti, quando torna la distorsione, e pur seguendo la melodia di base l’assolo non è niente male. Per il resto, abbiamo un pezzo poco sentito, che mi dà l’idea di essere messo qui solo perché pare che una ballata sia d’obbligo in un album: è insomma il punto più basso dell’album. Per fortuna, quest’ultimo si ritira su alla grande nel finale con Obscurity, che comincia tempestosa e preoccupata, ma anche elegante grazie al solito ottimo lavoro di Cattivera. È il punto di inizio per un pezzo altrettanto ricercato, a cominciare dalle strofe: sono lente, oscure e infelici, ma hanno anche un bel pathos, molto avvolgente. È lo stesso che si rafforza ancor di più coi ritornelli, pensierosi e sotto-traccia, ma non è un problema: compensano il non essere catchy con un’atmosfera intensa, nostalgica e possente, che dà loro un fascino grandioso. Ottima anche la parte centrale: più veloce e convulsa, orientata al power più classico, si integra bene nel resto. Abbiamo insomma non solo il pezzo più particolare del disco a cui dà il nome, ma anche un piccolo gioiellino: un posto tra i migliori del disco è più che guadagnato!

Per concludere, Obscurity non è certo l’album che cambierà la storia del power metal; a parte questo però è un lavoro onesto e di buona qualità, almeno un gradino sopra alla norma del genere. Per questo, se ti piace il genere il mio consiglio è di dargli una possibilità: i Dragonhammer saranno pure una seconda linea del power italiano, ma di sicuro sanno bene quale tasti toccare per intrattenerti!

Voto: 77/100

Mattia

Tracklist:

  1. Darkness Is Coming – 01:39
  2. The Eye of the Storm – 04:30
  3. Brother vs Brother – 03:57
  4. Under the Vatican’s Ground – 04:36
  5. The Game of Blood – 04:40
  6. The Town of Evil – 05:36
  7. Children of the Sun – 05:46
  8. Fighting the Beast – 04:38
  9. Remember My Name – 04:49
  10. Obscurity – 05:51

Durata totale: 46:02

Lineup:

  • Max Aguzzi – voce e chitarra
  • Flavio Cicconi – chitarra
  • Giulio Cattivera – tastiera
  • Gae Amodio – basso
  • Andrea Gianangeli – batteria

Genere: power metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Dragonhammer

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