Hybrid Practice – EP-isode 1 (2017)

Per chi ha fretta:
EP-isode 1 (2017), primo EP del duo internazionale (diviso tra Italia e San Marino) Hybrid Practice, è un lavoro non del tutto riuscito. Alcuni particolari funzionano bene: influenzato dal melodeath come dal brutal e da altre incarnazioni del genere, il death metal del gruppo si rivela interessante, grazie anche a qualche bello spunto, buone doti tecniche e un’energia decente. Dall’altro lato però tutte queste influenze spesso non sono mescolate per bene, e il risultato è una certa confusione; in più, in tanti particolari il lavoro sembra amatoriale, dalla scarna copertina alla registrazione, più da demo che da EP. Sono questi gli elementi che si scontrano all’interno della scaletta, con risultati ondivaghi: se Reflections e in parte The Dead Among Us si difendono bene, altri brani come You e soprattutto The Blind and the Mirror non sono granché. Sommando pregi e difetti, EP-isode 1 è un album acerbo e appena sufficiente; per quanto riguarda gli Hybrid Practice, potrebbero diventare validi, ma solo se lavoreranno per crescere e risolvere i problemi.

La recensione completa:

Non tutte le ciambelle riescono col buco – specie se si tratta di primi tentativi: più o meno basta questo per sintetizzare il mio giudizio su EP-isode 1, esordio assoluto dei Hybrid Practice. Duo nato nel 2016 dall’incontro tra il polistrumentista sammarinese Alessandro Arzilli e il cantante romano Demetrio lo Buono, ha bruciato le tappe fino ad arrivare al primo EP – forse peccando di eccessiva fretta. Da un lato, qualche spunto interessante è presente, a cominciare dallo stile: è un death metal che spazia molto tra le varie anime del genere. Si va da passaggi che guardano al melodeath (sia di scuola classica che moderna) ad altri che invece pendono verso il brutal o vero il death moderno, e non solo. Ogni tanto spuntano influssi che strizzano l’occhio al death tecnico e altri all’incarnazione più industrial – ma solo per l’ossessività di certi passaggi: il suono degli Hybrid Practice è molto scarno, senza i tipici synth o beat del genere. In più EP-isode 1 può contare su qualche spunto ben riuscito, sulle doti di Arzilli come strumentista e su un’energia più che decente: buoni dettagli che però compensano solo in parte i tanti difetti dell’EP. Quello che salta più all’orecchio è una certa confusione: gli Hybrid Practice spesso sembrano indecisi sulla direzione da prendere. Le tante componenti della loro musica non sono ben mescolate, a tratti anzi sembra un accozzaglia di elementi slegati tra loro, che magari si presentano in un brano e poi scompaiono.  In generale, EP-isode 1 ha una miriade di particolari che suonano amatoriali: vanno dalla registrazione (un po’ da demo, ma in fondo non è poi così male e rappresenta il problema minore) alla scarnissima copertina. Il risultato di tutto ciò è un EP limitato e molto acerbo, nonostante alcuni spunti incoraggianti: è il segno che gli Hybrid Practice possono essere promettenti, ma per diventare validi devono ancora crescere molto.

Senza alcun intro, Pain esordisce cupa e potente, per poi appesantirsi ancor di più con l’entrata in scena delle lunghe strofe. Martellanti e potenti, col grunt di Lo Buono e il riffage ultra-ribassato, sono orientate addirittura verso il brutal; è vero però che gli Hybrid Practice danno loro un maggior respiro rispetto al genere classico, con diversi stacchi più aperti. A volte essi riprendono la natura meno aggressiva ma più cupa e potente dell’inizio, mentre altrove sono più convulsi e a tratti si rifanno persino al death tecnico – una veste in cui il duo riesce a non sfigurare. Certo, c’è da dire che ogni tanto la traccia muta senza cognizione di causa e sembra di conseguenza un po’ goffa; in più, una durata ridotta ad tre minuti le conferisce un che di incompiuto. Il risultato finale è un brano certo non eccelso, ma con qualche bello spunto e tutto sommato piacevole. Va però molto meglio con Reflections, che si avvia anche più rocciosa e possente della precedente. È l’inizio per una progressione mai troppo veloce ma avvolgente con la sua atmosfera feroce e lugubre. Essa non abbandona mai la scena, né nella norma principale, diretta e macinante, né nei ritornelli, più sofferti ed espressivi, col riffage di Arzilli che colpisce bene grazie a un retrogusto vagamente esotico. Buoni anche gli stacchi presenti: impressiona per esempio la frazione centrale, vorticosa ed energica, con una frazione iniziale in controtempo, prima di aprirsi in un assolo classico, di forte pathos. Ma forse il migliore è quello nel finale, breve ma incisivo, con la sua carica di dissonanze atmosferiche. Nel complesso abbiamo un pezzo non esente da alcuni difetti di EP-isode 1 ma che risulta lo stesso di buona qualità: è insomma il brano migliore dell’intero album!

Dopo un avvio lento e strisciante, Eva comincia con una norma al tempo stesso terremotante, specie nel drumming di Arzilli, e distesa, con un riffage lento e doomy. Questa norma non è malaccio, ma alla lunga comincia un po’ a stridere e a stancare; molto meglio funzionano le variazioni. Che siano brevi rallentamenti che accentuano di più l’essenza cupa e dilatata del brano oppure più estesi come la frazione centrale, movimentata e graffiante, risultano sempre di discreta presa. Funziona a dovere anche la frazione centrale, la più pestata; lo è meno invece l’assolo al centro, che sembra un po’ slegato dal resto del brano. Abbiamo insomma un pezzo che tra punti di forza e punti deboli raggiunge solo la sufficienza: è questo a renderlo il perfetto manifesto dell’EP. La seguente The Dead Among Us comincia con una tagliente sfuriata a tinte death classico, ma subito il clima si calma: in scena c’è allora qualcosa ancora aggressivo ma meno frenetico. Tuttavia, siamo ancora nell’intro, poi la traccia vira su una norma cadenzata e in controtempo, a tratti con un forte gusto metalcore/deathcore. Se ogni tanto gli Hybrid Practice tendono a perdersi, è una progressione tutto sommato godibile e coinvolge con la sua potenza. Ma va molto meglio quando,  alla metà esatta, il duo cambia direzione verso qualcosa di più cadenzato e lineare. Si sprigiona da qui una lunga fuga, dinamica e incalzante, quasi del tutto strumentale, che diviene sempre più vorticosa e incalzante, fino al finale in cui Lo Buono ritorna col suo growl in accoppiata con un riffage tempestoso. È il momento di gran lunga migliore del brano, e contribuisce a renderlo discreto, poco distante da Reflections per qualità.

You mostra una vaga nota doom e persino groove metal sin dall’inizio, lento e oscillante, che avvolge bene in un aura cupa al punto giusto. Poi però  comincia ad alternarsi con momenti morbidi, con la chitarra pulita e il frontman che sfodera qualcosa a metà tra growl e sussurro. Nell’evoluzione, c’è anche spazio per qualche momento più dinamico, ma con un riffage molto rarefatto. Il tutto nemmeno è male, a dire il vero, ma alla lunga si avverte la mancanza di un po’ di mordente e di quella zampata giusta per fare la differenza: finisce così per risultare un po’ monotono. Si salva da questo difetto giusto la parte centrale, in cui il duo accelera e potenzia le sue ritmiche, per un risultato grintoso e godibile al punto giusto. Ancora una volta, è il momento migliore di un pezzo che avrebbe anche altri spunti, ma non li sfrutta a dovere e di conseguenza non può che cadere nell’anonimato. Siamo ormai alle ultime battute di EP-isode 1, e per l’occasione gli Hybrid Practice schierano The Blind and the Mirror, che da subito ci presenta una novità – ma non in positivo. Si comincia in maniera placida, con un arpeggio tranquillo su cui si staglia la voce di Alice Chirico, singer che sembra improvvisata: non mi piace dare giudizi così taglienti, ma devo dire che in certi frangenti non solo non si sposa bene con la basa, ma la trovo persino stonata. Ciò accade in special modo quando il ritmo accelera e giunge in scena un pezzo di stampo melodeath lento e solenne, in cui l’ospite duetta col growl di Lo Buono: se la base non è malaccio, questo duetto rovina tutto. Meno male vanno i momenti strumentali più vorticosi e rapidi che punteggiano la traccia qua e là, oppure la frazione centrale – che pure soffre la presenza di un assolo un po’ troppo esteso ed esagerato. Ma è troppo poco per ritirare su una traccia a cui faccio davvero fatica a capire il senso. L’unico suo lato positivo è che l’EP si conclude qui: per tutto il resto però è un brano fastidioso, e riesce a spiccare come quello di gran lunga peggiore anche in un album certo non splendido come questo.

Sommando pregi e difetti, EP-isode 1 è un lavoro appena sufficiente, con alcuni begli spunti che però compensano solo in minima parte i tanti difetti che ne castrano la resa. Come già detto all’inizio, gli Hybrid Practice potrebbero diventare una death metal band almeno discreta in futuro – o addirittura ottima, se riusciranno ad amalgamare meglio le influenze e a spingere sulla loro originalità. Il lavoro da fare per maturare è però tantissimo, e la strada sembra in salita. Personalmente, spero che il duo si metta sotto e ce la faccia: non solo perché la loro abilità merita di essere sfruttata meglio, ma anche perché in un mondo un po’ appiattito come il metal c’è sempre bisogno di chi abbia anche un minimo di personalità.

Voto: 60/100 (voto massimo per gli EP: 80)
 
Mattia
 
Tracklist:
  1. Pain – 03:05
  2. Reflections – 03:52
  3. Eva – 04:09
  4. The Dead Among Us – 04:53
  5. You – 03:30
  6. The Blind and the Mirror – 05:11
Durata totale: 24:20
Lineup:

  • Demetrio Lo Buono – voce
  • Alessandro Arzilli – chitarra, basso, batteria
Genere: death metal

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