Arckanum – Den Förstfödde (2017)

Per chi ha fretta:
Den Förstfödde (2017), nono album della storica one-man band svedese Arckanum, è un lavoro piacevole, anche a dispetto di alcuni punti deboli. Il solito black metal del progetto di Shamaatae, caotico, ossessivo e con influssi atmosferici, ha dei buoni spunti lungo tutto il lavoro, ma a volte risulta davvero troppo ridondante e prolisso. In più, la musica dell’album a tratti sembra un po’ di maniera, e soffre anche di una registrazione non perfetta – anche se in fondo questo è il difetto minore.  Sommando pregi e difetti, ne esce fuori una scaletta un po’ ondeggiante: sono presenti pezzi la martellante Likt Utgårds Himmel, la duale Ofjättrad e la sfuggente closer-track Kittelns Beska, ma non tutto è allo stesso livello. Il vero problema sono Nedom Etterböljorna e Ginnmors Drott, lunghi interludi ripetitivi che non servono a nulla. Nel complesso, Den Förstfödde è quindi un album non perfetto, ma discreto e con al suo interno buoni spunti: nonostante i difetti, un fan del black metal può trovare al suo interno pane per i suoi denti!

La recensione completa:

Nel mondo del nostro genere preferito, la Svezia è una terra famosa soprattutto per la sua scena death metal, non solo molto ampia e varia ma anche con alcuni gruppi seminali che hanno rivoluzionato il genere. Tuttavia anche l’altro lato del metal più estremo, vale a dire il black, ha trovato terreno fertile nel paese scandinavo. Per rendersene conto, basta pensare ai precursori Bathory, che il genere l’hanno inventato, o più di recente a chi ne ha sposato l’evoluzione vichinga, come Mitothyn, Månegarm e Thyrfing. Anche nel suono più classico, di solito associato alla Norvegia, la Svezia ha brillato negli anni: merito di band famose come Marduk, Dark Funeral e Watain, dietro a cui si staglia non solo un folto underground, ma anche una serie di seconde linee di valore assoluto. È tra queste che si situa Arckanum: one man band fondata da Shamaatae nel 1992, sì segnalò negli anni successivi per tre full-lenght di livello assoluto – Fran Marder (1995), Kostogher (1997) e Kampen (1998). Dopo quest’ultimo, tuttavia, per il progetto Arckanum cominciò un periodo di pausa, costellato solo da qualche EP, che forse gli tolse la possibilità di diventare un nome di punta come i suddetti. Bisognerà aspettare il 2008 affinché Shamaatae torni col quarto full-lenght Antikosmos: da allora, Arckanum ha ricominciato a macinare, con sei album tra cui l’ultimo, Den Förstfödde, risale allo scorso ventinove settembre. Lo stile in esso si è un po’ evoluto rispetto al passato: è sempre un black classico ossessivo e circolare, ma è presente qualche tendenza atmosferica in più che gli dà un tono quasi rituale. Questo è sia la forza che il punto debole di Den Förstfödde: a volte è davvero troppo ridondante, fino a risultare prolisso. In più, a tratti la musica di Arckanum sembra un po’ di maniera: le manca un po’ di spontaneità, il che forse può anche starci, vista la lunga carriera di Shamaatae, ma in parte limita l’album. Infine, anche la registrazione è un po’ troppo confusa e minimale per i miei gusti – ma in fondo questo è un difetto minore, e per lunghi tratti l’album presenta la giusta potenza. Queste pecche fanno sì che un ascoltatore tenda a perdersi in Den Förstfödde a tratti, ma in fondo non ne castrano troppo la resa. Come leggerai, per quanto non sia imprescindibile, specie se comparato con i capolavori della prima parte della carriera di Arckanum, abbiamo un lavoro discreto, piacevole e più che onesto.

La title-track Den Förstfödde comincia da un lunghissimo preludio: quasi subito, a guidarlo è un giro black con influssi doom, catacombale e senza ritmo a sostenerlo. A questo Shamaatae accoppia effetti ambientali vari e poi anche una voce arcana, profonda e ribassata, che aiuta a creare un’aura cupa e misteriosa. È un’impostazione interessante, ma che va avanti per quasi tre minuti senza quasi variazioni – giusto con un lieve crescendo, ma troppo lento – e alla fine risulta ripetitiva e prolissa. Va invece molto meglio quando si entra nel vivo e la musica diviene circolare ma ancora lenta, con la doppia cassa a reggere un riffage strano, obliquo e che genera un’aura nervosa, ansiogena, quasi agitata. È questa il motivo  per cui, pur andando avanti anche questo parecchio a lungo, stavolta non ci si annoia: grazie anche a qualche piccola variazione, è un pezzo molto avvolgente. Si genera così una gran tensione, che si scioglie solo quando il tutto si spegne in una frazione davvero feroce, nonostante il ritmo ancora lentissimo: merito del riffage, taglientissimo e dello scream di Shamaatae. È il perfetto preludio  per la parte centrale, che torna un po’ ad accelerare e si fa più ancor più martellante e ossessiva, per un risultato molto coinvolgente. Merito di ritmiche grezze che si incrociano con un lead lontano, per un effetto di desolazione che continua a lungo – anche nella coda finale, rarefatta e con il solo basso su un tappeto di effetti oscuri. Abbiamo nel complesso un pezzo di buona qualità, seppur c’è da dire che poteva essere tra i picchi del disco, se non fosse stato per il lungo intro. Più che un pezzo, la successiva Nedom Etterböljorna è un lungo interludio, dilatato ai massimi termini: per lunghi tratti non ci sono altro che la chitarra e il basso, che alternano qualche virata e accordi espansissimi, quasi drone. Come impostazione non è malaccio, visto il senso di discreta cupezza che si crea, ma anche in questo caso Arckanum pecca di eccessiva prolissità e staticità. Non a caso, il momento migliore della traccia è la seconda metà, che comincia con un passaggio un pochino più dinamico ed espressivo, che avvolge molto meglio – seppur anche questo alla fine sia portato avanti troppo a lungo. Per il resto, abbiamo un frammento piacevole ma in fondo inutile, che non aggiunge nulla a Den Förstfödde.

Likt Utgårds Himmel riprende dalla coda della precedente e ne rilegge le sonorità in una maniera del tutto diversa: all’inizio a reggerla c’è il blast beat, su cui si posa un riffage davvero frenetico. A tratti invece la musica si calma un pochino, ma il ritmo è quasi sempre animato: lo è sia nei passaggi più melodici e quasi malinconici che si aprono qua e là, sia nei ritorni della norma iniziale. Un po’ più lente ma sempre incalzanti, sono invece le strofe, più circolari e  con una base davvero minacciosa. L’unica parte invece davvero espansa è lo stacco al centro, però molto breve: quasi subito torna a crescere in dinamismo e in aggressività. Si raggiunge così di nuovo il blast beat, che regge una parte aggressiva ma anche con un bell’assolo, molto malinconico. È la ciliegina sulla torta di un’ottima traccia, senza quasi momenti morti: come livello è appena sotto ai picchi dell’album. Va però ancora meglio con Ofjättrad, che parte da un intro di quel sound strascicato e grasso che gli Arckanum ci hanno già fatto sentire più volte nei brani precedenti. Poi però il tutto diventa più animato e comincia a inglobare belle melodie, fino a trasformarsi in un pezzo black melodico a tutti gli effetti grazie soprattutto ai bei lead di chitarra di Shamatae e dell’ospite nostrano Set Teitan. La variazione di questi ultimi genera un’aura sempre coinvolgente e piena di sfumature: a tratti è più malinconico e sognante, mentre in altri frangenti risulta addirittura epica, in una maniera che ricorda il viking. Sembra quasi di trovarci davanti a una strumentale tutto sommato tranquilla quando invece tutto si spegne: un interludio vuoto, col solo basso, poi d’improvviso il metal riesplode. Rispetto a prima, è molto più frenetico ed energico, con il blast beat fisso e un riffage vorticoso, ma la melodia ancora permane: l’effetto è sì feroce, ma al tempo stesso anche infelice e lancinante. Nonostante sia abbastanza ripetitiva, è una frazione che colpisce al punto giusto: è insomma una chiusura valida per un altro pezzo di altissimo livello, il migliore dell’intero Den Förstfödde! Purtroppo, a questo punto è il turno di Ginnmors Drott, altro lungo interludio vuoto che ripresenta lo stesso schema di Nedom Etterböljorna. In questo caso, in scena c’è il  solo basso sotto a suoni ambientali prima, a cui poi si unisce uno sguaiato violino, e ogni tanto qualche lontano coro. Rispetto alla suddetta traccia, però, questo è ancora meno coinvolgente: abbiamo insomma un pezzo del tutto prescindibile, il punto più basso di tutto l’album.

Per fortuna, a questo punto l’album si ritira su con Låt Fjalarr Gala, che però ha un importante difetto: ricorda da vicino altre cose già sentite nella scaletta, in special modo Likt Utgårds Himmel. A parte questo però il suo andamento è coinvolgente, col ritmo veloce e il riffage nervoso, con un vago velo di pathos ma senza sacrificare una certa aggressività, sempre presente. Entrambe le sensazioni sono presenti nella norma principale per poi accentuarsi coi ritornelli, vorticosi e serrati, senza però lasciare da parte un tocco melodico che le dà un po’ di profondità in più. Queste due parti si alternano per quasi tutto il pezzo; c’è spazio solo al centro per un’apertura guidata dal basso, che poi si apre in un altro bel momento solistico. È un buon completamento per una traccia che pur essendo limitata dal suo difetto risulta di buona qualità. La seguente Du Grymme Smed ha un attacco monocorde, che fa quasi pensare a un seguito molto duro; poi però appare un brano melodico dall’appeal che richiama vagamente addirittura il black ‘n’ roll. La norma principale è dissonante ma non troppo aggressiva, e solo a tratti il riff si appesantisce di poco: con giusto qualche variazione, è quella che guida quasi tutto il pezzo. Solo al centro si cambia rotta, per una frazione più tranquilla e dilatata, che però riprende gli stessi temi e poi affronta un crescendo finché la norma non torna alla carica. Non c’è praticamente altro in un brano semplice ma tutto sommato godibile e di qualità più che discreta. Siamo ormai alle ultime battute di Den Förstfödde, e per l’occasione Shamaatae sceglie la lunga Kittelns Beska, che esordisce arcigna e apocalittica, grazie anche al corno (o meglio al Näverlur, tradizionale strumento scandinavo) che si staglia dietro alla base black cupa e d’attesa iniziale. È da qui che poi deflagra una fuga in blast beat,  fredda come il ghiaccio e di gran aggressività: è un momento di pura devastazione, che poi torna a tratti lungo il brano. Per il resto quest’ultimo è più contenuto, ma lo stesso macinante e oscuro di solito, e colpisce alla grande; solo ogni tanto si apre qualche stacco più lento e melodico, ma anche esso non perde l’aura cupa presente quasi ovunque. Solo nella parte finale ciò viene meno, quando si apre una pausa: è il preludio a una lunga frazione a tratti frenetica come all’inizio, ma che ha un approccio più caldo, melodico e malinconico. Essa va avanti per qualche minuto, prima di spegnersi in un lungo outro ambient davvero oscuro, pieno di suoni dissonanti ed echi di sussurri e growl. È un finale tutto sommato appropriato per una grande traccia, il picco dell’album che chiude insieme a Ofjättrad!

Insomma, Den Förstfödde non è un capolavoro, né di certo il migliore mai pubblicato da Arckanum nella sua carriera, ma in fondo ci si può accontentare. Abbiamo un album godibile, onesto, avvolgente al punto giusto, in cui di certo un fan del black metal più caotico, rituale e acido potrà trovare pane per i suoi denti. Se lo sei, perciò, il consiglio è di provare a dargli almeno un ascolto!

Voto: 71/100

Mattia

Tracklist:

  1. Den Förstfödde – 09:39
  2. Nedom Etterböljorna – 04:17
  3. Likt Utgårds Himmel – 05:24
  4. Ofjättrad – 04:48
  5. Ginnmors Drott – 03:51
  6. Låt Fjalarr Gala – 05:31
  7. Du Grymme Smed – 04:00
  8. Kittelns Beska – 09:02
Durata totale: 46:32
Lineup:
  • Shamaatae – voce, tutti gli strumenti
  • Set Teitan – chitarra (guest nelle tracce 3, 4, 6, 7)
Genere: black metal
Per scoprire il gruppo: il profilo Bandcamp degli Arckanum

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